“Una persona amata non muore subito, resta immersa in una specie di aura di vita che fa sì che essa continui a occupare i nostri pensieri proprio come quando era viva. È come in viaggio.” Marcel Proust
Nella tranquilla e ordinata cittadina costiera di Kingsbridge, nel sud dell’Inghilterra, le giornate di Harold e della moglie Maureen sono scandite dalla cura del giardino, le pulizie della casa, i rapporti cordiali con i vicini. Una quotidianità serena e ripetitiva, com’è normale per una coppia di pensionati.
Harold Fry è flemmatico e garbato, i suoi occhi però trasmettono una tristezza profonda, un’amarezza insondabile.
Un giorno riceve una lettera. Una amica e collega al birrificio dove ha lavorato tutta la vita, Queenie, è malata terminale e sta morendo. Molto turbato dalla notizia, le scrive una breve lettera ed esce per spedirla. Sente che non basta, che non può limitarsi a scriverle due righe in cui le augura di guarire.
Una giovane e bizzarra commessa della tabaccheria involontariamente lo illumina, “bisogna aver fede, credere che tutto possa andar bene”. Harold capisce, tutto dipende da lui. Decide di andare a trovarla a piedi: finché sarà in viaggio Queenie non morirà.
Parte senza tornare a casa, con le scarpe di cuoio, la camicia e la cravatta, senza nemmeno il cellulare.
Inizia l’incredibile viaggio di Harold Fry, un pellegrinaggio laico di ottocento chilometri verso nord, attraverso la campagna inglese, fino in Scozia, per dare l’ultimo saluto alla sua amica.
Il viaggio di Harold, tra dormite all’addiaccio, vesciche ai piedi, la compagnia di un cagnolino randagio, sarà davvero imprevedibile, arricchito da incontri inaspettati, solidarietà e condivisione della solitudine. Come quella di Wilf, un ragazzo che cerca nella fede il riscatto per uscire dal tunnel della tossicodipendenza, o della dottoressa di origine slovacca abbandonata dal marito che sopravvive facendo le pulizie. A un certo punto l’eco mediatico della vicenda, tra televisione e social, diventerà enorme, catalizzando nel cammino un gruppo eterogeneo di curiosi e di strampalati seguaci. Harold deciderà di abbandonarli e proseguire da solo.
È un viaggio prima di tutto alla ricerca di sé stesso, un percorso introspettivo che lo porterà ad affrontare, finalmente, il trauma che ha segnato la sua vita: il lutto e il senso di colpa per non aver saputo aiutare il figlio.
Maureen all’inizio non si capacita del comportamento del marito, rifiuta quella che le sembra una follia. Non smette però di stargli vicino, seppur da casa. Pian piano capisce il senso del viaggio di Harold, che diventerà un’occasione di rinascita anche per lei. Gli sarà idealmente vicino per tutto il cammino.
Dalla tragedia del figlio entrambi si sono chiusi nella propria solitudine, devono riuscire a fare i conti col proprio dolore. Si incontreranno alla fine del viaggio, finalmente riconciliati con sé stessi e come coppia.
Partendo dall’omonimo romanzo di Rachel Joyce, che ha curato anche la sceneggiatura, la regista inglese Hettie MacDonald ne ha tratto un film delicato e commovente. La storia è molto emozionante, di quelle che arrivano dritte al cuore, senza scadere mai nel melenso o nel pietismo.
Certamente Jim Broadbent ha dato tutto sé stesso, la sua performance è pazzesca. L’intensità nella recitazione, lo sguardo malinconico velato di tristezza, la progressiva decadenza fisica durante il cammino creano un’empatia con lo spettatore che cresce con il passare dei minuti. Anche l’interpretazione di Maureen da parte di Penelope Wilton è eccezionale, l’intesa con Jim Broadbent è perfetta, sempre funzionale allo sviluppo narrativo.
Hettie MacDonald ha saputo dosare e alternare primi piani a campi lunghi con stupendi paesaggi della campagna inglese. L’attenzione ai dettagli, l’utilizzo di brevi flashback sul passato di Harold e una colonna sonora coinvolgente completano l’ottima regia. Nei media si sono sprecati gli accostamenti al Forrest Gump con Tom Hanks o all’Alvin Straight protagonista di Una storia vera di David Lynch. A mio avviso, questi paragoni sono esercizi abbastanza inutili.
Lo sguardo malinconico e gli occhi smarriti di Harold Fry, così come la sua toccante storia, rimarranno impressi a lungo nella memoria degli spettatori per le emozioni che hanno trasmesso. Senza enfasi né retorica. Con la stessa delicatezza dei riflessi di luce colorati propagati nell’aria da un semplice pendolo di vetro.
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