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Le occasioni dell'amore: souvenir del presente

Brizé torna al suo primo amore: il cinema dei sentimenti, l’amore, il caso e l’incrocio tra passato e presente per scongiurare un futuro incerto. Al cinema.
di Marzia Gandolfi

martedì 24 dicembre 2024 - Focus

Mathieu, popolare attore di cinema, è sull’orlo di una crisi di nervi. Dopo aver rinunciato alla pièce teatrale che avrebbe potuto offrirgli una nuova credibilità, ripara fuori stagione in Bretagna. Nel vuoto immacolato di un centro di talassoterapia, sorride suo malgrado a chi lo riconosce ma Mathieu non sta bene. Qualche lacrima e qualche bagno di vapore dopo, trova una lettera alla reception. È di Alice, la donna italiana che ha amato quindici anni prima e poi ha lasciato andare. Lei vive a Quiberon (col marito e la figlia) e vorrebbe tanto rivederlo. Lui accetta. Le occasioni dell’amore debutta e chiude con una ripresa a plongée, un taxi arriva e poi riparte. In mezzo, una parentesi di vita, dolce e malinconica. Ci sono almeno due film in Le occasioni dell’amore, il primo ha il sapore di un documentario, un attore abbandonato al suo destino nei corridoi di un hotel a forma di transatlantico, il secondo ha la consistenza di un melodramma che non può accadere perché tutto appartiene al passato. Si comincia con la commedia stravagante, il racconto al singolare di una vedette in piena crisi esistenziale, sopraffatta da una macchina del caffè recalcitrante, da copioni insipidi, trattamenti termali insensati e pianti copiosi. Il centro benessere è un mondo senza affetti che riecheggia la sua vita ben regolata, meccanica, incentrata sull’efficienza, anche un po’ vanesia. Guillaume Canet è l’eroe di un primo film nel film che poi deraglia sulla spiaggia e si trasforma in una struggente storia d’amore tra due anime che non hanno mai rielaborato il lutto


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Alice e Mathieu si riconoscono al primo sguardo. Quindici anni dopo nulla è cambiato. Gli ex amanti si sono rifatti una vita, pretendono di essere maturati, di essere capaci di diventare amici, ma i loro corpi non li ascoltano. Sono fatti per abbracciarsi, le loro mani per afferrarsi. La fiamma divampa e riavvia la storia. Inizia così un altro tipo di fiction, l’appuntamento transitorio e febbrile di una coppia, travolta suo malgrado in una risacca del tempo. Il paesaggio cambia, il ‘paese’ di Alice, meno scintillante e meno produttivo, è pieno di sorprese e convive con gli elementi: l’oceano impetuoso, il cielo basso, le strade deserte, le persiane chiuse delle case vuote d’inverno.

Il suo mondo è costellato di scene comiche e di incontri buffi, dall’insegnante di “sport mistico” agli chanteurs d’oiseaux (Johnny Rasse e Jean Boucault) che creano una complicità silenziosa tra i due amanti. Ma anche nelle sequenze più liete, la malinconia si insinua, splendidamente, teneramente. Tra Claude Sautet e Jacques Tati, le emozioni sepolte, a turno meravigliate, disperate, fataliste, “cadono a mucchi” come nella poesia dei vecchi amanti di Jacques Prévert.

Affondato nel grigiore di una cittadina in letargo, il loro fantasma d’amore non è così diverso da quello che il cinema ha saputo evocare, non più originale degli eterni rimpianti di Yves Montand (Les feuilles mortes) ma dominato dalla grazia modesta di Alba Rohrwacher, che cuce ricordi e rimpianti nella luce mutevole di una costa spazzata dal vento. Davanti a Canet, l’attrice è senza pelle, così giusta, così precisa, così infiammabile in quella passione sopita che riaffiora loro malgrado, lasciando che i loro silenzi, gli sguardi, la pelle arrossata dall’amore, dicano più delle parole. Le note ossessive di Vincent Delerm fanno il resto, battendo su quella loro chimica stupefacente che respira iodio e (dis)illusione. 


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Da par suo l’amante di Canet, confuso e smarrito dentro un mondo ostile, prova a essere all’altezza dell’immagine di successo che gli altri hanno di lui. L’attore interpreta il suo doppio malinconico in preda a dubbi esistenziali (e professionali) e non è la prima volta, era già capitato con Rock’n Roll e Lui, entrambi diretti da Canet, ma mai era apparso così luminoso, così nudo davanti alla m.d.p. di un regista. Dopo l’esplorazione del mondo del lavoro (La legge del mercato, In guerra (guarda la video recensione), Un altro mondo), Brizé torna al suo primo amore: il cinema dei sentimenti (Le Bleu de ville, Je ne suis pas là pour être aimé, Mademoiselle Chambon). L’amore, il caso e l’incrocio tra passato e presente per scongiurare un futuro incerto. Perché il soggetto del film non è il ricongiungimento di una donna e di un uomo che si sono amati tanto tempo prima ma la lenta conclusione di una relazione interrotta bruscamente. E i personaggi dei suoi film d’amore sono tutti indimenticabili e continuano a esistere dopo i titoli di coda. Si tengono stretti l’uno all’altro anche se sanno che non servirà a nulla. Vogliono crederci lo stesso e ci trascinano in una parentesi invernale come a dirci che c’è sempre un ‘fuori stagione’ per riparare il passato e ripartire, un po’ meno feriti, verso il futuro


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