| Titolo originale | Retour À Séoul |
| Titolo internazionale | Return to Seoul |
| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Francia, Cambogia |
| Durata | 117 minuti |
| Regia di | Davy Chou |
| Attori | Ji-min Park, Kwang-rok Oh, Guka Han, Kim Sun-Young, Yoann Zimmer Louis-Do de Lencquesaing, Hur Ouk-Sook, Emeline Briffaud, Lim Cheol-Hyun, Son Seung-Beom. |
| Uscita | giovedì 11 maggio 2023 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | I Wonder Pictures, Mubi |
| MYmonetro | 3,83 su 26 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 23 maggio 2023
Selezionato a Un Certain Regard, la storia di una giovane donna alla ricerca dei suoi genitori biologici. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Lumiere Awards, 1 candidatura a Spirit Awards, In Italia al Box Office Ritorno a Seoul ha incassato 386 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Freddie ha 25 anni, da molto piccola è stata adottata da una coppia francese che l'ha cresciuta amorevolmente, ma per qualche recondito motivo le sue origini coreane rimangono per lei un nodo irrisolto. In maniera piuttosto fortuita è costretta a trasferire il suo viaggio da Tokyo a Seoul, luogo in cui non riuscirà a ignorare il richiamo delle sue radici e finirà per mettersi alla ricerca della sua famiglia biologica. Nel giro di anni, fatti di silenzio, freddezza e poi riavvicinamenti, Freddie prova a ricostruire i pezzi sparsi della sua identità, cercando di comunicare con un padre alcolizzato che non parla nemmeno la sua lingua e una madre che non vuole farsi trovare.
Una famosa frase di Antonioni dice che talvolta il personaggio può anche non guardare l'altro, conosce la sua faccia, sa perfettamente cosa pensa; per capirsi davvero è necessario guardare oltre, bisogna guardare nel vuoto.
Freddie Benoit cammina a testa alta per le strade piovose di Seoul, sembra trafiggere spavaldamente gli occhi dei passanti con il suo sguardo freddo, quando in realtà si sta guardando dentro, sta fissando il vuoto che lentamente la inghiottisce. Nemmeno lei ha idea di come sia possibile tentare di colmare questo vuoto, viene da chiedersi se l'effettivo ricongiungimento con i genitori biologici e con le sue radici perdute sia abbastanza. Forse, semplicemente ci sono persone piene e persone vuote, e Freddie fa parte delle seconde.
Ma non può fare a meno di sentirsi così, come un buco nero ambulante che annienta tutto ciò che tocca, e se niente può davvero appagarla allora non vale neanche la pena tentare di creare legami durevoli o condividere qualcosa con qualcuno. Come l'ultima bufera invernale spazza via tutti i bucaneve che timidamente cercano di bucare il manto nevoso, Freddie sopprime ogni relazione o rapporto che richieda un minimo di amore e pazienza.
La sua vita sembra come in pausa, Freddie si lascia vivere, errando, osservando, sbagliando e facendo finta di divertirsi mentre attende una risposta della sua madre biologica, che nella sua psiche straziata si presenta come l'unica possibile speranza di rinascita.
Come il Boccadoro di Herman Hesse, ossessionato dall'assenza della figura materna che lui eleva nei suoi deliri a madre-natura e senso ultimo dell'arte, Freddie Benoit proietta nel feticcio assente della madre biologica tutto l'amore che non ha, tutte le persone che non sarà mai, il doppelganger opposto della sé stessa che proprio non riesce ad amare.
Davy Chou, filtrando la sua stessa esperienza di immigrato, compone un meraviglioso ritratto giocato sulla riduzione e sul minimalismo emotivo, che ha l'incredibile pregio di risultare toccante e illibato pur essendo imbevuto di un'irrimediabile disperazione di fondo.
In un panorama cinematografico ma non solo, che fa dell'ottimismo e della politica del lieto fine la sua cifra, Davy Chou ci mette davanti all'incapacità di risolvere certi nodi identitari o dissidi, senza neanche suggerire una via per poterci convivere: questa è la vera grandezza di Retour a Seoul, riesce ad essere vero senza rinunciare alla delicatezza e alla sensibilità.
Tuttavia, anche nei suoi esiti più struggenti ed emotivamente destabilizzanti, Chou ha il pregio di riuscire a donare compattezza e spessore drammatico all'opera, attraverso una sapiente gestione del ritmo, che per quanto composito si mantiene sempre coinvolgente.
Davy Chou con la sua finezza sentimentale e il suo stile, si conferma sempre di più un astro nascente del panorama cinematografico internazionale.
Freddie è una venticinquenne che per un contrattempo sul volo diretto in Giappone, si trova a fare uno scalo forzato a Seoul, che in realtà sarebbe la sua terra d’origine, essendo stata abbandonata alla nascita dai genitori coreani e adottata da una famiglia francese, Dopo aver fatto amicizia con dei ragazzi del luogo che la indirizzano alla Hammond, un’ agenzia che [...] Vai alla recensione »
Ritorno a Seoul. Un ritratto di giovane donna decisa, determinata, sfrontata, coraggiosa, potente. Ma anche smarrita, alla ricerca di se stessa attraverso due continenti, e attraverso varie possibili vite. Una giovane donna adottata, dunque sospesa fra due mondi, l’Asia dei suoi genitori biologici, la Francia della sua cultura, della lingua che parla, della disinvoltura che esibisce, che porta addosso come una seconda pelle. Una donna, allo stesso tempo, fragilissima, che continua a chiedersi la domanda più crudele. Se sua madre la abbia amata, se sua madre abbia pensato a lei. È tutto questo e molte altre cose Ritorno a Seoul, film che nello stile è imprevedibile, fatto di sequenze che bruscamente passano da una situazione ad un’altra, da un tempo ad un altro – “due anni dopo”, “cinque anni dopo” – senza perdere tempo in spiegazioni. Tutto accade, quasi sempre in modo diverso da come lo immaginavamo.
In tutto questo, c’è la scrittura di Davy Chou, che scrive la storia a partire da una vicenda reale, quella di Laure Badufle. Ma c’è anche la forza espressiva dell’attrice Park Ji-minh, che in realtà non è un’attrice professionista ma un’artista, una scultrice coreana che vive in Francia dall’età di nove anni, al suo debutto sullo schermo.
Ne viene fuori un film stranamente affascinante. Già dalla prima scena: la protagonista si affaccia alla reception di una guest house, la receptionist coreana sta ascoltando della musica nelle cuffie, non si accorge dell’arrivo dell’altra. E la ragazza le dice, in francese, “posso ascoltare?”. C’è un bisogno feroce, in Frédérique, di sconvolgere le abitudini di tutti, di entrare in gioco e sparigliare le carte: come quando in un locale va da un gruppo di ragazzi, si siede al loro tavolo, poi chiama i propri amici a raggiungerla, e infine ad un altro tavolo trascina nel gioco anche due ragazze che stanno conversando fra loro.
Spariglia le carte, le carte della società coreana, in cui è un corpo estraneo, una presenza aliena, che ricorda le colpe di chi si è sbarazzato di lei. Ma è sempre lei che non esita ad affascinare, sedurre e poi lasciare scie di desiderio, di dolore, di sbigottimento dietro di sé. Spietata con se stessa, ma anche con gli altri, con il padre biologico, con la madre adottiva che la aspetta in Francia, con gli uomini che si innamorano di lei.
È una ricerca, in cui la ragazza si lancia con foga alla ricerca delle sue origini, facendo oscillare la propria vita in direzioni nuove e inattese. Senza nessuno scrupolo neppure a sostenere col suo lavoro il traffico di armi, il commercio di missili, come se non ci fosse nessun confine morale a ciò che si può o non si può fare. Così come può mettersi a ballare, da sola, una danza in cui non ci sono seduzione, erotismo, invito, ma solo l’esplosione di una collera sorda, di un colpire feroce il vuoto, che fa salire il cuore in gola.
Dieci anni dopo il documentario Le sommeil d’or, sette anni dopo il suo affascinante Diamond Island sulla nuova gioventù cambogiana, Davy Chou segna un grande ritorno con il secondo lungometraggio di finzione, Ritorno a Seoul. Il regista franco/cambogiano si ispira alla storia di un’amica, nata in Corea del Sud ma adottata in Francia quando aveva soltanto un anno. E che, 23 anni più tardi, era tornata per la prima volta nel suo paese natale, dove aveva incontrato il proprio padre biologico. Un incontro difficile, al quale non ne sarebbe dovuto seguire un altro. E invece, il destino ha cambiato idea. Al secondo incontro fra la ragazza e il padre biologico, ha assistito il regista Davy Chou. Il quale finisce per l’essere toccato, quasi sconvolto dall’incontro. “In questo incontro si mescolavano mille emozioni, tristezza, amarezza, incomprensioni, rimproveri. C’era una traduttrice, che si dannava l’anima per tradurre con la gentilezza richiesta dalla tradizione coreana gli slanci di collera della mia amica…”.
Quello è stato il nucleo originario del film, e non si stenta a crederlo. L’incontro fra la protagonista e il padre biologico, la famiglia di lui, è una mappa di tutte le emozioni del mondo, dalla riconoscenza, la gratitudine della famiglia, alla rabbia della ragazza, al timore nel parlare con lei, alla sua collera sorda.
C'è un rapporto tra provenienza e identità? O meglio, è possibile costruire un'identità senza conoscere le proprie origini? Questo è il problema che affligge la protagonista di "Ritorno a Seoul"; ed è una doppia questione, narrativa e critica. Freddie (Park Ji-min), venticinque anni, è in Corea del Sud per turismo; così racconta a una coppia di coetanei appena conosciuti.
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