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Men, Alex Garland rielabora la mascolinità tossica sotto forma di allegoria folk-horror

L’indeterminatezza e lo sbilanciamento tra parti ermetiche e didascaliche rende il film di Garland generico e ai limiti dello scontato, nella sua analisi psicologica su un tema già abbondantemente visitato in questi anni. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del 75esimo Festival di Cannes e prossimamente al cinema.
di Emanuele Sacchi

mercoledì 25 maggio 2022 - Cannes Film Festival

Dopo la provocazione sulle intelligenze artificiali sexy di Ex Machina e l’enigmatica fantascienza di Annientamento, Garland adatta una tecnica di suspense ormai collaudata anche alla vicenda di Men.

Gli effetti visivi e la fotografia insistono sull’uso di colori accesi – in particolare il verde squillante delle colline Cotswolds – per aumentare l’atmosfera di inquietante irrealtà delle situazioni in cui si trova Harper, ovvero una successione di spaventosi avvenimenti che corrispondono ad altrettanti simbolismi, per nascondere traumi subiti e le conseguenze degli stessi.

Nonostante le prove attoriali di Kinnear - plurimo e capace di attraversare registri molto differenti, di far ridere e di terrorizzare - il meccanismo di Garland mette in luce, tuttavia, inattese fragilità e lo sbilanciamento tra parti ermetiche e didascaliche rendono Men generico e ai limiti dello scontato, nella sua analisi psicologica su un tema già abbondantemente visitato in questi anni.
 

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