Jean-Paul Salomé ritrova l'attrice che aveva già diretto in La Padrina mostrando di aver compreso ciò che conta davvero: lasciare tutta l'attenzione alla sua splendida protagonista. Al cinema.
di Tommaso Tocci
Con le sue vicende che sanno di reale, di scandali politici e di dura intimidazione, La verità secondo Maureen K. appare lontano anni luce dai giochi letterari divertiti e leggeri de La padrina, il precedente film di Jean-Paul Salomé. Eppure nella loro diversità - l’unico trait d’union che il regista si regala è un’altra collaborazione con la diva Isabelle Huppert - raccontano una storia più coesa di quanto appaia a prima vista.
Partiamo da Salomé, onesto mestierante del cinema d’oltralpe che però sembra aver cambiato registro da qualche anno a questa parte. Lo spartiacque con la prima fase della sua carriera (popolata di tanto genere e storie in costume, da Belfagor - Il fantasma del Louvre a un adattamento di Arsenio Lupin fino alla seconda guerra mondiale di Female agents) è rappresentato dalla pausa del 2013, periodo in cui lascia la macchina da presa per sedersi alla direzione di Unifrance in due mandati. È peraltro la prima volta che l’incarico viene assegnato a un regista, testimonianza del suo impegno anche politico e organizzativo nel settore.
Il ritorno sulla scena artistica lo trova rinvigorito, e dà presto alla luce La padrina, opera sicuramente più ispirata delle precedenti, obliqua e multiforme nella sensibilità di scrittura. Merito della freschezza del romanzo omonimo di Hannelore Cayre, all’epoca appena uscito, e certamente della partecipazione di Isabelle Huppert come protagonista, che in Francia non può non rappresentare un istantaneo sigillo di qualità. Seppur messo in ombra in sala dai periodi complicati della pandemia, il risultato è positivo soprattutto per il peculiare melange di toni tra la commedia e l’esistenziale - e allora Salomé decide di replicare la formula.
Huppert si fa attrarre ancora una volta da un ruolo di donna complesso, e il regista pesca di nuovo a piene mani dal contemporaneo, stavolta con un occhio all’attualità piuttosto che alla finzione. Caroline Michel-Aguirre, giornalista de L’obs, aveva pubblicato nel 2019 il suo libro-inchiesta "La syndicaliste" facendo un certo scalpore in Francia.
Una storia torbida di poteri forti e invisibili, di whistleblower perseguitati fino alla violenza personale con spinose indagini dagli esiti che invertono vittime e colpevoli: lo si è definito un “Erin Brockovich alla francese”, e senza dubbio coglie quel senso di ingiustizia che provoca indignazione. Ma c’è molto di specifico e di francese, affondando nel settore dell’energia nucleare e nelle lotte sindacali per i lavoratori che oggi come allora (gli eventi risalgono al 2012) sono un tema centrale per il paese.
Un altro ritorno è lo stile registico di Salomé che è all’insegna della semplicità, dell’uso dei luoghi (come faceva per l’ambientazione “di quartiere” a Barbès ne La padrina) come scorciatoie di senso, simboli che sono essi stessi codici del thriller politico. Rispetto al tono barocco dei film precedenti, il regista è diventato più diretto e forse consapevole che ciò che conta è mettere tutta l’attenzione su Huppert.
Per reinventarsi regina del crimine, la diva si nascondeva il volto sotto occhiali, veli, livelli di mascheramento culturale; nel nuovo film non è diverso, visto che la sua Maureen Kearney utilizza il trucco, l’acconciatura immacolata e la vistosa montatura degli occhiali come un’armatura “corporate” che dice del suo successo fino a che il personaggio non viene attaccato nel privato. È qui che Huppert riesce a scavare oltre gli stereotipi, giocando sul contrasto tra interiore ed esteriore, vulnerabilità, ansia e determinazione, in un ritratto che si nutre dell’esperienza fatta con Verhoeven in Elle ma trovandogli chiavi molto diverse.