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Volami via, ovvero come riuscire ad afferrare la gioia, nonostante tutto

Due giovani che imparano l'uno dall'altro sono i convincenti protagonisti di un feel good movie che ha la leggerezza giusta per trattare un tema serio come la malattia. Ora al cinema.
di Giovanni Bogani

Volami via

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Victor Belmondo (29 anni) 15 dicembre 1993, Parigi (Francia) - Sagittario. Interpreta Thomas Reinhard nel film di Christophe Barratier Volami via.
sabato 21 agosto 2021 - Focus

Hanno ragione quelli che lo scrivono, è quasi Quasi amici. Di quel film ha la leggerezza nel trattare un tema serio, le virate improvvise verso la commozione, e poi di nuovo la corsa verso il sorriso, magari assurdo. Il sorriso che ti si stampa, imprevisto, sulla faccia, o quello irresistibile di Yoann Eloundou Noah, il ragazzino che si porta a casa il film, e il cui volto ci si ferma, in qualche angolo del cuore.

Non è mai facile raccontare la malattia, la malattia di un ragazzino, il suo rapporto con i giochi, i sogni, le speranze, l’amore, la morte: si rischia sempre di finire impiastricciati nella retorica.

Ci sono quintali di film con ragazzini malati. Il volto lentigginoso di Renato Cestiè ne L’ultima neve di primavera, era l’alba degli anni ’70; o Colpa delle stelle, era il 2014. Io prima di te. O, per chi ha un’età, film strazianti come L’albero di Natale, del 1969, con Virna Lisi. Il bimbo è malato, la condanna inappellabile, e più i genitori gli comprano regali per strappargli un sorriso, più piangi, perché sai come andrà a finire.

E invece qui, nonostante tutto, siamo in un feel good movie. Un film che ha una lunga storia: si ispira al film del 2017 Conta su di me – Dieses Bescheuerte Herz, tratto dal romanzo omonimo di Lars Amend e Daniel Meyer, ispirato a sua volta ad una storia vera. Coprodotto da Carlo Degli Esposti, Nicola Serra e Andrea Romeo, diretto da Christophe Barratier, regista di un film di successo come Les choristes, Volami via mette subito sul tavolo le sue carte. Un ventenne viziato e irresponsabile, che finisce con la sua auto di lusso nella piscina della villa di papà, e un ragazzino nato con una malformazione cardiaca, e la vita appesa a un filo. Uno con il privilegio di poter fare l’adolescente anche a trent’anni; l’altro, dodicenne, senza neppure sapere se ci arriverà, all’adolescenza.

A unire i loro destini, il padre del giovane viziato, medico chirurgo – a interpretarlo, Gérard Lanvin. L’uomo ha in cura il ragazzino, che sta reagendo sempre meno alle cure tradizionali. In un azzardo quasi disperato, fa un tentativo. Forse l’incoscienza sguaiata del figlio potrebbe essere una paradossale medicina. E costringe il figliol prodigo ad assisterlo. Riassunto telegrafico della vicenda: un viziatissimo figlio di papà ritrova un senso alla propria vita quando entra in contatto con un ragazzo colpito da una malattia rara.

A dare corpo, sostanza a una trama che rischia di finire fra i buoni sentimenti un po’ gratuiti, i due attori. Il giovanotto è interpretato da Victor Belmondo, nipote di cotanto nonno, Bebèl, Jean-Paul Belmondo, la più clamorosa faccia da impunito del cinema mondiale, e che del nonno mantiene qualche tratto di sfrontatezza: è esuberante, è impulsivo, è naif, alla fine è un innocente, come lo era Omar Sy in Quasi amici. L’altro, Yoann Eloundou, riesce abbastanza agevolmente a rubargli la scena, come Mbappé ha fatto con Neymar nel PSG. Che è anche la squadra del cuore del ragazzino, nel film.

Yoann è naturale, non forza le espressioni, ha una disinvoltura sconcertante. Ma non è un attore per caso: trova qui il suo primo ruolo dopo aver sognato per anni il grande schermo – "Ho sempre voluto essere attore", confessa – e dopo aver sostenuto decine di provini. Ah. Per inciso, non ci sono parentele confermate con il divo del tennis Yannick Noah, anche se Yoann Eloundou Noah cerca di rendere attendibile, nelle interviste, l’ipotesi di un bisnonno in comune.

Comunque sia, sono loro, gli attori, con i loro due personaggi agli antipodi, a tenere teso il filo su cui il film cammina. Ognuno impara dall’altro, ognuno cresce, matura: perché l’argomento del film, alla fine, non è neanche la malattia. Ma come si riesca a vivere, nonostante tutto. Come si riesca ad afferrare la gioia, nonostante tutto. E i due protagonisti riescono a infondere humour e tenerezza nei loro personaggi, li fanno volare ora vicino, ora lontano l’uno dall’altro, per poi riavvicinarsi. Sono più loro a reggere il film che non la regia, che spesso cerca a tutti i costi il pathos, e affonda nei cliché. Ma gli attori riescono a dare verità anche a quello che, nel passaggio da una storia vera a un libro a un film, poi a un secondo film, rischiava di averla perduta. Brava anche Marie-Sohna Condé, nel ruolo della madre di Marcus, di volta in volta divertente e toccante, pragmatica e struggente. 


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