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Asghar Farhadi, l'incredibile affabulatore che conosce l’arte del racconto sociale

Con Un eroe il cineasta ritorna nel suo paese natale per filmare una storia di redenzione impossibile. Dal 3 gennaio al cinema.
di Marzia Gandolfi

mercoledì 29 dicembre 2021 - Celebrities

Da qualche anno Asghar Farhadi si è imposto nel panorama internazionale col suo cinema teso e preciso. Di una precisione diabolica. Una separazione (Orso d’oro a Berlino 2011 e Oscar al miglior film straniero nel 2012), Il passato, Il cliente, Tutti lo sanno (guarda la video recensione) sono bombe a orologeria che piazzano personaggi e spettatori al cuore di impressionanti turbolenze sociali e politiche. Una meccanica implacabile immaginata dall’autore iraniano come un tour de force. Allineato con le opere precedenti di Farhadi, Un eroe è un mélange di suspense e cronaca sociale. Partito da una situazione quasi banale, che finisce per prendere proporzioni smisurate e per divorare il protagonista, emerge in permanenza elementi che sembrano contraddire quello che vediamo.

Questa volta si tratta del destino di Rahim (Amir Jadidi), finito in prigione per un debito che non ha potuto onorare. In due giorni, il povero diavolo passa dallo status umiliante di detenuto insolvente a quello di uomo onesto, esemplare e celebre. Un piedistallo morale da cui precipiterà altrettanto rapidamente rientrando in prigione. In mezzo una borsa di monete d’oro trovata dalla fidanzata del protagonista che deve decidere se usarla per saldare il debito o riconsegnarla al legittimo proprietario, diventando l’eroe del titolo. Il dilemma morale è da sempre il motore del racconto per Farhadi che pedina da vicino redenzioni impossibili. Ogni film finisce per trasformarsi in una macchina infernale per i suoi personaggi, ogni film gioca con lo spettatore facendolo dubitare di quello che ha visto o che crede di aver visto.

Dopo Tutti lo sanno (guarda la video recensione), ‘remake’ spagnolo dei suoi capolavori, Farhadi ritorna a girare nel suo Paese e nella sua lingua limpida che aggiunge materia ai volti, all’intrigo, ai décor. Ma è pure vero che il cinema di Farhadi trascende le frontiere e le produzioni internazionali (Il passato, Tutti lo sanno (guarda la video recensione)) disegnando sottili variazioni attorno a un genere (il thriller sociale) e a temi ricorrenti (la famiglia, l’integrità, la morale, la reputazione). In Un eroe ritroviamo il suo dispositivo abituale, le stesse risorse psicologiche e lo stesso rigore geometrico. Come seguisse un metronomo, il suo cinema misura il medesimo dominio e la stessa formidabile empatia per la condizione umana. Una qualità che emerge sotto le ombre e la sofisticazione della storia. Lo stile, opposto a quello di Makhmalbaf e dei suoi epigoni, è nervoso e guidato da una macchina da presa che non ha un posto fisso ma trova sempre quello giusto, la giusta angolazione, la giusta velocità, la giusta distanza. Farhadi dipinge il mondo usando i toni del quotidiano ed eludendo i cliché del cinema iraniano. Antisimbolista ma pure antinaturalista, è un regista all’incrocio di due generazioni che si serve ‘liberamente’ del cinema per evidenziare le infinite contraddizioni dell’Iran. Paese che conosce col cuore e di cui districa i nodi e le ipocrisie con un fascino perverso.
 

Le sue storie seminano ostacoli lungo la strada di questo o quell’altro personaggio, valorizzano le sue attrici come i suoi attori che lavorano sulle sue sceneggiature “finché è necessario”, “finché le parole non sono diventate così naturali per loro che sullo schermo sembrano improvvisare”. La pratica di incarnare come respirare le qualità di scrittura di Farhadi è un’altra delle caratteristiche essenziali del suo cinema. La performance attoriale attiva i meccanismi di sceneggiatura fino al virtuosismo, fino a distillare con una meticolosità sorprendente i comportamenti umani all’interno della società. La società è quella iraniana ma al di là delle specificità, facilmente identificabili, le tensioni, le condizioni, le questioni trattate sono universali.
 


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