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Tolo Tolo, il cambio rotta di Checco Zalone

Con l'esordio alla regia, il comico ha dovuto ridefinire tutta la sua strategia di comunicazione. Al cinema.
di Tommaso Drudi, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

Tolo Tolo

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Checco Zalone (Luca Medici) (42 anni) 3 giugno 1977, Bari (Italia) - Gemelli. Nel film di Checco Zalone Tolo Tolo. Al cinema da mercoledì 1 gennaio 2020.
martedì 7 gennaio 2020 - Scrivere di Cinema

L'esordio nel campionato dei grandi era una questione non tanto di tempo quanto, più che altro, di necessità creativa: anche per uno come Checco Zalone, artista così poco esigente nei confronti del suo pubblico da non richiedergli nulla di più che la disposizione a lasciarsi andare alla risata e, al limite, a rintracciare nella gag i rimandi all'attualità politica e sociale del nostro paese, l'intrusione nel mondo della comicità più cinematograficamente organizzata era il presupposto base per dare un volto nuovo al proprio genio e lanciarlo al di là dei successi al botteghino. Entrare nella massima serie del cinema significa, dunque, affrontare la contemporaneità non come deviazione ma come asse di riferimento del racconto, prendere un topic dell'oggi e studiarne i punti di problematicità attraverso una messa in campo ironica, satirica.
Insomma tutto ciò che Zalone aveva sin qui evitato di spiegare con vero spirito critico e di rendere fino in fondo criterio di interrogazione, basti pensare al rapporto tra sicurezza e terrorismo di Che bella giornata e alla prospettiva del precariato e della crisi economica proposto in Sole a catinelle: l'ignoranza esasperata, l'approccio balordo e sfacciato alle situazioni di cui si trova ad essere protagonista e l'attitudine incorreggibile all'irriverenza hanno sempre consentito al personaggio-Zalone da una parte di assicurarsi la fiducia dell'audience, totalmente in connessione con il suo humor inarrestabile e la sua comicità roboante, senza soste di alcun tipo, dall'altra però di farsi chiudere entro le circoscrizioni stereotipate del middle class man e di sfruttare il potenziale satirico solo come stimolo prossimale, cioè come fondale ai principali eventi della narrazione.

Ecco che allora Tolo Tolo (guarda la video recensione) coglie Checco in un momento di profondo ripensamento della propria strategia comunicativa, un momento di contrazione artistica rispetto alla retorica precedente tale per cui la questione politica non può soltanto contenere la storia e i suoi protagonisti ma deve addirittura possederli, e deve esplodere più delle battute, più delle situazioni paradossali, più dello stesso Zalone.
Tommaso Drudi, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

In regia Checco si sostituisce allo storico Gennaro Nunziante, che nel frattempo ha provato a ragionare in chiave ironica sulle dinamiche dei giovani alla ricerca di un impiego nell'Italia della crisi in un film maldestro come Il vegetale, e in scrittura c'è l'intervento di uno dei nomi più illustri del nostro cinema di serie A, quello di Paolo Virzì. Il cambio di interpreti a cui è stato sottoposto il team creativo al lavoro sul progetto rifrange la propria idea di storytelling e di progressione comica su una maschera che da Cado dalle nubi in poi il grande pubblico ha visto modellarsi e costruirsi stabilmente entro codici di pensiero ormai immodificabili, secondo una identificabilità editoriale del tutto inedita per la commedia italiana dell'ultimo periodo.

Ma se lo Zalone sempre teso alla derisione scanzonata del prossimo e all'incapacità di misurarsi davvero col contesto in cui si trova, quello ignorante e sgraziato di sempre insomma, mantiene abbastanza alto il proprio coefficiente di riconoscibilità, è il congegno cinema attorno a lui a trattarlo in modo diverso. Si intensifica l'uso della citazione, dalla semplice passione del personaggio di Oumar per il neorealismo italiano, per Pasolini e Bertolucci, alla più complessa replica visiva di intere sequenze memorabili (ribaltata nell'esito finale ma fedelissima, ad esempio, la riproposizione di una delle istantanee cinematografiche più iconiche del cinema di guerra, la visita degli ufficiali americani alla madre che ha perso al fronte tre dei suoi quattro figli in Salvate il soldato Ryan), la verve di Zalone è limitata a gag di concetto, il problema dell'immigrazione clandestina cui il film tenta di offrire scorci e prospettive sembra troppo grande e troppo urgente per permettere al suo protagonista di impossessarsi della scena, di monopolizzare le vicende con il suo ego da sempre smisurato e, nelle sue espressioni migliori, perfino irresistibile.


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