The Roads Not Taken

Un film di Sally Potter. Con Javier Bardem, Elle Fanning, Salma Hayek, Branka Katic, Laura Linney.
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Drammatico, - Gran Bretagna, USA 2020. MYMONETRO The Roads Not Taken * 1/2 - - - valutazione media: 1,86 su 4 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Nel labirinto di una mente disgregata. Valutazione 2 stelle su cinque

di Ashtray_Bliss


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venerdì 13 novembre 2020

Javier Bardem non è nuovo ad interpretazioni impegnative, prestando il suo volto e il suo carisma a figure di uomini problematici, borderline, malati o semplicemente piegati dal destino. Non fa eccezione la sua ultima interpretazione nel ruolo di Leo, a servizio di Sally Potter per The Roads Not Taken. Un titolo forse ambiguo, che ci porta a pensare che il protagonista, nel mezzo della sua confusione mentale, del suo progressivo disorientamento e perdita dell'identità individuale, si immagini come sarebbe stata la sua vita se avesse compiuto scelte diverse da quelle intraprese. Se avesse scelto percorsi, strade appunto, differenti. In realtà, quello che vediamo attraverso i numerosi flashback di Leo, quelle immagini che compongono e contemporaneamente scompongono il puzzle mentale del protagonista, non sono altro che i suoi ricordi. Le varie tappe della sua vita, le fasi più cruciali e salienti nonchè gli episodi che maggiormente lo hanno segnato portandolo inevitabilmente a essere colui che vediamo nel presente narrativo della pellicola della Potter: un uomo in evidente difficoltà e in stato semi catatonico, affetto da un meglio specificato tipo di demenza, che a malapena riesce a svolgere le normali attività quotidiane, non essendo più del tutto autosufficiente. Leo, questo il nome dello sfortunato protagonista, si aggrappa a frammenti dei suoi ricordi, elementi del suo passato mentre la sua mente sempre più confusa e disgregata lo porta dal presente al passato, dissociandolo dalla realtà e immergendolo in questo labirinto di ricordi. Dapprima in Messico, successivamente in Grecia, quando ancora era nel pieno delle sue forze, prima che la malattia prendesse il sopravvento disgregando e distruggendo il suo cervello e cancellando e derubando, pezzo dopo pezzo la sua identità e individualità.
In mezzo a tutto quel caos che lo circonda però troviamo la figura della figlia, interpretata da una sempre vibrante Elle Fanning, che inonda il padre di affetto, tenerezza, comprensione. Con ammirevole pazienza e infinito amore, la figlia Molly decide di dedicare la sua intera giornata a sostegno del padre, il quale deve affrontare delle visite mediche. Anche Molly però affronta le sue personali battaglie, le difficoltà sul lavoro, la relazione tesa con la madre, la carriera in bilico e sopratutto il logorante conflitto interiore: come procedere con la propria vita quando c'è un genitore in evidente difficoltà, sull'orlo di dimenticare e perdere definitivamente i suoi affetti più cari inclusa lei? Come salvaguardare quel prezioso e unico legame che si sta sfaldando a causa della malattia?
Una delle scene, delle poche purtroppo, più significative e toccanti è proprio quella finale, quando Leo guardando sua figlia si ricorda il suo nome, lo pronuncia, i suoi occhi si riaccendono. Entrambi per un attimo hanno ridato senso al concetto di famiglia, trascendendo il tempo, gli ostacoli, la malattia. Per un attimo c'è soltanto Molly con suo padre prima che ognuno riprenda la propria routine lasciandosi alle spalle quella sensazione pervasa di nostalgia mista a sensi di colpa. 
Eppure, il lungometraggio della Potter benchè ambizioso, non sembra funzionare. Sopratutto a livello emotivo ed empatico, non riesce mai a trascinarti al suo interno, a renderti partecipe del dramma umano e personale di Leo. In qualche modo, il tutto resta in superficie senza mai approfondire, scavare, sviscerare il dramma, anzi il vero e proprio orrore, del disfacimento mentale, del declino cognitivo irreversibile che porta ineluttabilmente alla perdita di sè ma che qui diventa quasi un elemento accessorio. Ergo, la confusione, il disorientamento palpabile del protagonista, il declino e la perdita delle facoltà mentali e linguistiche (il Leo del presente narrativo è un uomo in grado di articolare brevi frasi se non semplici parole, spesso fuori contesto) restano dettagli approssimativi, sbiaditi, superficiali che non creano il giusto legame empatico e trasporto emotivo con lo spettatore
Anche gli stacchi narrativi nel passato del protagonista, che si rivelano tali soltanto alla fine, accrescono la confusione ma non donano maggior spessore al suo protagonista nè aiutano lo spettatore ad orientarsi e dare un senso, creare un ordine nel disordine mentale che pervade Leo, o rafforzare quella connessione che dovrebbe essere il sine qua non di ogni dramma che si svolge sullo schermo. 
Il Messico e la Grecia quindi del passato, contrapposti alla grigia e impersonale New York, diventano soltanto sfondi colorati, nelle tipiche tonalità dei suddetti Paesi, o almeno per come essi vengono percepiti da una visuale non-nativa, esterna ed estranea alle realtà locali, trasformandosi in mere cornici di luoghi dove il protagonista vive i suoi drammi ed elabora i suoi traumi interiori.
In tal modo, il dramma esistenziale della Potter non riesce mai a scalfire, a rendere vivido nè l'argomento principale, ovvero la malattia neurodegenerativa che sottrae poco alla volta il protagonista a se stesso e ai suoi affetti, ma nemmeno quello secondario incentrato sul rapporto tra genitori e figli, sull'amore incondizionato che li lega ma anche sul carico spesso sproporzionato che i figli devono assumere quando si tratta di accudire un genitore malato o disabile. Il tutto scorre via senza riuscire a veicolare un messaggio preciso o rendersi in qualche modo memorabile nonostante il cast di tutto rispetto. 
La sceneggiatura dunque risulta sullo schermo piatta e monotona, priva di pathos e sentimenti e la regia non è d'aiuto con i suoi continui balzi a ritroso non aggiunge spessore, non intriga, non suggestiona. Si salvano invece le interpretazioni dei principali interpreti, come sempre di Javier Bardem che nonostante tutto riesce a rendere giustizia a Leo, specialmente nell'evitare di dare un approccio troppo enfatico e caricaturale al personaggio. Ma spicca sopratutto Elle Fanning, così dolce ma tenace, testarda, fragile eppure resiliente. La sua Molly resiste, combatte le avversità, le ingiustizie, non demorde nonostante le evidenti difficoltà di Leo e lo difende, lo protegge, lo sostiene con inesauribile pazienza e unica devozione. E la pellicola vale solo la sua intensa e sentita interpretazione. Il film è fortunatamente privo di qualsivoglia retorica o tono didascalico ma non riesce a distinguersi e nemmeno a elevarsi.
Voto: 2/5. Insufficiente.

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