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Uberto Pasolini: «Nowhere Special è un film sull'ascolto, la cosa più importante che possiamo fare per gli altri»

Il regista svela i retroscena del film. Dall'8 dicembre al cinema.
di Luigi Coluccio

lunedì 29 novembre 2021 - Incontri

Nowhere Special, la storia reale e preziosa di John (James Norton), un padre a cui è stata diagnosticata una malattia terminale e della sua ricerca di una nuova famiglia per il figlio Michael (Daniel Lamont), è l’ultimo film di Uberto Pasolini. Regista, sceneggiatore e produttore, Pasolini ha firmato lavori come Machan (film sulla tournée tedesca della nazionale di pallamano dello Sri Lanka, una squadra che in realtà non esisteva...) e Still Life (premio alla regia della sezione Orizzonti a Venezia 2013), producendo, tra gli altri, il successo globale Full Monty con la sua compagnia Red Wave. Nowhere Special sarà in sala dall’8 dicembre, distribuito da Lucky Red.

Nowhere Special è l’idea di un futuro per il piccolo Michael, ma anche un documento del passato, un passato che il padre John cerca di costruire e tramandare al figlio.
Forse credo che abbiamo provato a fare più un film sul presente. Un film dove il padre, soprattutto all’inizio, e poi anche il figlio, sono attenti a proteggere il presente, e poi casomai il futuro. E una delle cose che John prova a lasciare fuori dalla vita di Michael è il passato triste, tanto che nella prima parte di questo viaggio, di questa storia d’amore, si dichiara favorevole all’idea che il figlio possa addirittura dimenticarsi di sé stesso. Gli sforzi del padre per la maggior parte delle settimane che condividiamo con loro sono rivolti a tenere la vita del figlio il più vicino possibile alla normalità, alla realtà di tutti i giorni, e non cambiare, non drammatizzare, non confessare.

All’inizio gli incontri con le potenziali famiglie adottive sono dichiarati come visite a dei nuovi amici, e solo gradualmente Michael si rende conto che la situazione è più complessa, che le cose stanno cambiando, e in fondo verso la fine è forse lui che diventa la persona che si occupa del padre. Quindi non tanto uno studio del passato quanto un tentativo di proteggere Michael dalla realtà del presente e poi una preparazione per il futuro, ed è solo lì che il padre accetta di essere la persona che dovrà dire al figlio cosa sta succedendo e a prepararlo a una vita senza di lui. Nel modo più semplice possibile, poiché in fondo un bambino di quattro anni ha difficoltà nel capire situazioni del genere.

E in Nowhere Special non si parla di questo, non si parla di morte, malattia, dramma, perché il film prova a essere quello che John prova a essere per Michael: un veicolo sottotono, che usa la stessa grammatica, gli stessi toni leggeri di tutti i giorni, non drammatizzando.  

Il film ruota attorno alle vivide e sentite interpretazioni di James Norton e del piccolo Daniel Lamont. È interessante, in un racconto del genere, come il percorso del personaggio del figlio Michael si intrecci con quello dell’attore Daniel: un bambino di quattro anni che forse sul set, e per la prima volta, sta imparando cosa vuol dire la perdita, il distacco, la morte.
Ci siamo molto preoccupati, prima ancora di iniziare il casting, di come si poteva chiedere a un bambino di partecipare a una storia che tocca delle situazioni molto dure e dalle quali di solito si prova a proteggere i più piccoli. E nonostante questo, dovevamo creare la “realtà” del film e non fingere che si stesse facendo una cosa diversa – non fare ad esempio quello che ha fatto Benigni con La vita è bella (guarda la video recensione), chiaramente in contesti e circostanze molto diverse, e cioè proteggere il bambino nella finzione più completa. Quando ho conosciuto Daniel abbiamo parlato con la sua famiglia, una famiglia molto religiosa che ha letto prima la sceneggiatura e dove c’è stata un’immedesimazione profonda soprattutto del padre. Hanno detto che avrebbero parlato con Daniel in modo molto generale del viaggio dei due protagonisti, e poi abbiamo deciso di non spiegare le dinamiche psicologiche di ogni scena prima e durante le riprese. Quindi Daniel sapeva in termini teorici di cosa trattava il film ma non gli venivano mai date delle istruzioni psicologiche durante le riprese, ma solo indicazioni pratiche – guarda di qua, guarda tuo padre, rispondi così ecc.
 

Così Daniel è diventato un professionista come attore senza l’uso ad esempio del Metodo come avrebbe potuto fare Dustin Hoffman, e quasi subito ha avuto la chiara intuizione della differenza tra il Daniel sé stesso e il Michael del film. In questo modo il Daniel divertito e pieno di energia davanti la macchina da presa diventava il Michael silenzioso e introspettivo del film, senza angosce, senza preoccupazioni sul significato generale della storia, e soprattutto senza immaginare lo stesso destino per il suo vero padre.  


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