Elegia Americana

Un film di Ron Howard. Con Amy Adams, Glenn Close, Haley Bennett, Freida Pinto, Sunny Mabrey.
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Titolo originale Hillbilly Elegy. Drammatico, durata 116 min. - USA 2020. MYMONETRO Elegia Americana * * 1/2 - - valutazione media: 2,52 su 12 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Atmosfere da tragedia americana Valutazione 3 stelle su cinque

di Felicity


Feedback: 31482 | altri commenti e recensioni di Felicity
martedý 4 maggio 2021

In Elegia americana la storia è quella di J.D. Vance, nato a Middletown, Ohio, ma con il cuore in Kentucky, a Jackson.
Nei flashback, J.D. tenta di scappare da un contesto che non offre molte possibilità di avanzamento sociale, mentre viene tirato a fondo dalla madre Bev (Amy Adams), con chiari problemi psichici non diagnosticati, e tenuto a galla da Mamaw (Glenn Close), nonna ruvida ma temprata e dalla statura morale non comune. Nel presente J.D. è uno studente di legge a Yale che torna a casa per assistere Bev, ricoverata in ospedale dopo un’overdose, ormai consapevole di come i legami familiari siano un ostacolo che lo separa dal futuro che sogna.
Elegia Americana comunica soprattutto un grande sforzo per aggirare ogni questione potenzialmente incendiaria, rischiando comunque di far arrabbiare qualcuno per un peccato di ignavia.  
Benché in patria sia stato stroncato dai critici, con frasi del tipo “ridicolmente orribile” e “uno dei più vergognosi dell’anno”, io trovo invece che il nuovo film di Ron Howard, regista eclettico e sempre interessante, sia da vedere. Certo non è una passeggiata, il tono è drammatico, survoltato, c’è una sgradevolezza di fondo per permea ambienti e situazioni, e del resto si parla di quel pezzo di società bianca, spesso impoverita e devastata, che gli americani chiamano non a caso “white trash”.
“Hillbilly Elegy” lavora su atmosfere da “tragedia americana”, pescando in un repertorio classico di disagio, frustrazione, scenate, povertà, divorzi, malattie, corpi sfatti, casupole a pezzi. Lì per lì, confesso, avevo evitato di vederlo, mi sembrava eccessivo il trucco che imbruttisce e ingrassa, fino quasi a renderle irriconoscibili, Amy Adams, Glenn Close e Haley Bennett, nei ruoli della mamma, della nonna e della sorella. Invece Bev, Mamew e Lindsay erano proprio così, come mostrano i titoli di coda, e anche Gabriel Basso e Asztalos sono precisi nell’incarnare J.D. da grande e da ragazzino.
L’elegia dal titolo evocata va presa con le molle, anche se c’è qualcosa di profondamente elegiaco in questo mix di confessioni private e sfoghi sentimentali. A me non sembra un brutto film, magari suona un po’ già visto, e certo consiglio la versione originale coi sottotitoli per cogliere i diversi accenti (quello “burino” e quello “di società”). Non male la definizione della società americana scolpita dalla rocciosa nonna, gran estimatrice di Arnold Schwarzenegger. “Ci sono tre categorie: i buoni Terminator, i cattivi Terminator, né l’uno né l’altro”.



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