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Hammamet, Favino: «È una profonda riflessione sulla caducità. E sulla paura di perdere tutto»

L'attore racconta a MYmovies.it la straordinaria esperienza sul set, il rapporto con il suo Craxi e quanto è stato difficile calarsi nei suoi panni. Dal 9 gennaio al cinema.
di Paola Casella

Hammamet

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Pierfrancesco Favino (50 anni) 24 agosto 1969, Roma (Italia) - Vergine. Interpreta Il Presidente nel film di Gianni Amelio Hammamet. Al cinema da giovedì 9 gennaio 2020.
mercoledì 8 gennaio 2020 - Incontri

Ci sono momenti, guardando Hammamet, il film che Gianni Amelio ha dedicato all’ultimo periodo della vita di Bettino Craxi, in cui abbiamo l’illusione che il politico socialista si rivolga direttamente a noi per valutare la sua parabola. In quei momenti dimentichiamo che dietro al trucco sapiente c’è Pierfrancesco Favino nel ruolo di una vita: ma al di là della metamorfosi fisica la sua è un’interpretazione indimenticabile, quella “metamorfosi emotiva”, come la chiama l’attore, che va molto oltre l’esteriorità. “Altrimenti sarebbe solo un principio imitativo. Se lo spettatore passasse il tempo a pensare: ‘Oddio, com’è uguale a Craxi’ si distrarrebbe, concentrandosi sul virtuosismo invece che sulla storia. La memoria di Craxi è un ricordo molto personale di tanti che hanno vissuto in quel periodo. Ognuno di loro ha dunque già un’immagine di Craxi dentro di sé, e se da una parte non la devi tradire, dall’altra devi illuminare gli aspetti sconosciuti dell’uomo: quelli che il film di Amelio indaga”.

Come è entrato nel corpo di Craxi?
Osservandolo a lungo, leggendo molto su di lui. Dal punto di vista fisico la prima caratteristica notevole è l’altezza, perché Craxi superava il metro e 90, in una generazione di politici che raramente andava oltre il metro e 70. Era un uomo imponente, più di me, e ho cercato di restituire quel tratto che era parte della sua leadership. Anche il suo incedere era particolare: ci vedevi il suo passato da ex cestista, con quelle gambe lanciate.

Il lavoro che ha fatto sulla voce è straordinario.
Ho studiato a lungo per portare la mia voce ai risuonatori della sua, più squillante, ma capace di profondità inattese. Inoltre nella fase storica in cui lo vediamo nel film la voce di Craxi non era più quella di prima, pativa già a causa dei malanni fisici. Ciò che ho volutamente evitato infine sono state le sue celeberrime pause, perché cinematograficamente sarebbero state un po’ punitive per il pubblico.

Anche il trucco ha avuto la sua parte…
Andrea Leanza e Federica Castelli, con cui per un anno abbiamo lavorato per arrivare al trucco definitivo, sono stati per me un enorme aiuto. Quando siamo riusciti a trovare il punto di equilibro fra me e Craxi, quelle cinque ore e mezza di trucco al giorno sono diventate una fase di trasformazione anche interiore, un rituale che si ricreava ogni giorno.

Dunque è stata cercata una mediazione fra la sua fisionomia e quella di Craxi.
Non poteva essere altrimenti. La mia conformazione, la mia ossatura, le geometrie del mio volto e della mia testa sono estremamente diverse da quelle di Craxi. Faccio esempi volutamente alti: lo stesso ragionamento è stato fatto per Meryl Streep quando ha interpretato la Thatcher in The Iron Lady e per Gary Oldman quando ha interpretato Churchill ne L’ora più buia. Alla fine il trucco realizzato da Andrea e Federica, cui va riconosciuto un vero e proprio lavoro di design, pesava più o meno sette etti.

Quali aspetti della vita di Craxi ha voluto esplorare?
Una delle domande centrali nel film è: che cosa non ti puoi più permettere quando diventi un leader? Mi ha ricordato il momento della serie The Crown in cui la protagonista diventa regina e deve chiudere la porta a tutta una serie di possibilità. Chi assume un ruolo di quella responsabilità, e sente un così forte desiderio di ricoprirlo, finisce per avere un rapporto di estrema solitudine con la propria intimità. Nel caso di Craxi bisogna anche tenere conto di una serie di fattori biografici: l’essere cresciuto in collegio, l’aver avuto un rapporto piuttosto freddo con i suoi genitori - una madre severa, un padre distante. Non voglio fare della psicologia spicciola, ma se ci si domanda come mai avesse un certo tipo di relazioni nel privato, qualche risposta può essere trovata anche lì.


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In foto una scena del film Hammamet.

C’è qualcosa di personale in questa riflessione?
Interpretare Craxi è stato un viaggio anche nel mio rapporto con la generazione di mio padre e di mio suocero (Gabriele Ferzetti, papà di sua moglie, l’attrice Anna Ferzetti, ndr): una generazione di uomini la cui “maschilità” era in combattimento con la propria emotività. E oggi anche io comincio a confrontarmi con l’idea della perdita del potere nel senso più ampio - il potere del corpo, della vita - e con l’idea dell’ereditarietà.

Bettino Craxi è una figura controversa. Dentro di sé ha assunto una posizione innocentista o colpevolista?
Penso che un attore non possa intervenire con il suo punto di vista rispetto a quella vicenda, altrimenti non dovrebbe proprio accettare il ruolo. Le dico anche, e non è per togliere le castagne da fuoco, che trovo poco interessanti le opinioni politiche di un attore, a meno che non si impegni anima e corpo in politica. Ma lavorando su questo personaggio ho potuto misurare l’enorme distanza fra quella generazione di politici e quella attuale, e non parlo solo di Craxi. Fa impressione ascoltare i discorsi dei parlamentari di quell’epoca e rendersi conto che trent’anni di storia hanno completamente cancellato una certa idea della retorica, intesa come ricchezza di argomenti e di espressione politica. 

Gianni Amelio, il regista di Hammamet, ha preso posizione?
Credo si sia occupato della stessa cosa di cui mi sono occupato anch’io: cioè tentare di comprendere l’uomo dietro alla figura pubblica. Trovandomi a riflettere sulla malattia e la morte di Craxi ho provato pietà per lui, come la provo in generale per l’essere umano in quella condizione. Questo non vuol dire che la sua vicenda e la sua storia non debbano essere considerate, ma si può empatizzare con la sua paura, perché è quella di qualsiasi essere umano. Morire fa paura a tutti, solo che, come facevano i grandi drammaturghi classici, per scegliere di rappresentarla rispetto agli uomini devi parlare dei re. A me Craxi fa pensare a Re Lear, soprattutto nel rapporto con la figlia Cordelia. L’ho pensato per le mie sorelle nei confronti di mio padre, per Anna nei confronti di suo padre. E per le mie figlie nei miei riguardi.

Che cosa la interessava maggiormente?
Soprattutto il racconto delle tensioni emotive di quell’uomo, ciò che sentiva sfuggirgli. Penso che fosse molto preoccupato per il futuro dei suoi figli, e aver avuto un padre come lui dev’essere stato estremamente difficile: Stefania Craxi mi ha raccontato cosa ha voluto dire, da bambini, festeggiare i compleanni nelle sedi di partito mentre papà andava a fare un comizio. Hammamet parla della caduta di un uomo importante, ma per ogni figlio il papà e la mamma sono importanti, così come per ogni padre o madre i figli sono il cuore della vita. 

 


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In foto una scena del film Hammamet.

Che cosa le è rimasto dentro, dopo aver interpretato questo ruolo?
Una profonda riflessione sulla caducità, sul fatto che puoi essere l’uomo di maggior successo e potere al mondo, il più ammirato e discusso, ma alla fine i conti che fai con te stesso sono quelli che fa ogni uomo.

Ha provato sollievo quando è uscito dai panni di Bettino Craxi?
No, perché è stata un’esperienza bellissima di cui vado molto fiero. Come attore il mio desiderio è sempre stato quello di svanire, ma alla fine ti rendi conto che la tua faccia, quando diventa conosciuta, è una maschera sociale che è più complicato togliersi la sera, quindi sei più impudicamente svelato. Quando Amelio mi ha proposto il ruolo di Craxi ho subito pensato: in questo modo nessuno vedrà me. Paradossalmente invece, nonostante la maschera e la costruzione del personaggio, c’è tanto Pierfrancesco lì dentro, dal punto di vista della sensibilità: forse più lì che non quando è la mia vera faccia ad essere a disposizione del pubblico. All’inizio temevo di non potercela fare, ma Gianni non ha avuto dubbi, da grande regista qual è, rivelando un intuito decisamente superiore al mio.

Cosa vedeva in lei di “craxiano”?
Amelio conosce la mia storia personale, sa che sono cresciuto in un ambiente, dal punto di vista dell’educazione e dell’impostazione familiare, vicino a quello della generazione di Craxi. Gianni aveva la certezza, beato lui, di sapere che questa trasformazione avrebbe potuto restituire un’invenzione cinematografica naturale: ci sono delle differenze fra il Craxi vero e quello che propongo io, ma credo che questa invenzione abbia una sua credibilità emotiva.

Non è la prima volta che affronta un personaggio storico italiano. È dovere di un artista ripercorrere la storia del proprio Paese?
Penso che un artista si debba sempre domandare che tipo di realtà va toccando, e in che modo la vicenda che rappresenta possa contribuire alla riflessione generale. È un bene che il film generi una discussione, che ci siano capitoli della nostra Storia su cui ragionare senza dare subito una risposta. E credo che per capire dove siamo ora, dal punto di vista storico e politico, possa essere utile riflettere su quel momento, altrimenti si rischia di mettere tutto all’interno della scatola colpevolisti o innocentisti. Quella di Craxi è una generazione che sarebbe comunque scomparsa con la caduta del Muro, e la politica non sarebbe più stata quella. Ma la scomparsa di questi uomini ha consentito un cambiamento di costume che è stato anche un cambiamento di contenuti, e allora forse è utile pensare a come questo passaggio sia avvenuto. Chi si occupa oggi di politica dovrebbe ragionare su queste vicende, adesso c’è la distanza giusta per poterlo fare. 

E al pubblico in generale, perché consiglia la visione di Hammamet?
Perché al suo interno c’è una grande tenerezza che lo rende emozionante, e un’idea di pietas davvero alta.


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