Imogen Poots e Jesse Eisenberg in un film dagli inquietanti scenari distopici, che ricorda da vicino Ai confini della realtà e rievoca una stagione in cui la fantascienza era al servizio di un intento didattico. Disponibile in digitale.
di Emanuele Sacchi
Una coppia felice, in cerca di prima casa, visita una villetta guidata da un curioso agente immobiliare. I due si ritroveranno da soli nella casa, prigionieri di un quartiere costituito da una successione apparentemente infinita di abitazioni identiche, con un cielo fittizio e mai coperto da nubi. Un giorno in una scatola trovano un bebè, recapitato loro da mittenti misteriosi.
Lorcan Finnegan si affida al più classico immaginario distopico e a un duo di attori divenuti beniamini delle produzioni indie - Jesse Eisenberg e Imogen Poots - per tracciare un'allegoria nera dei nostri "tempi moderni".
Una delle metafore più sfruttate per illustrare le dinamiche dei social network e la produzione di alienazione nella contemporaneità è d'altronde quella dell'alveare: un insieme di celle non comunicanti, di microcosmi che producono un'illusione di autosufficienza e che rendono i loro abitanti altrettante "api operaie", al servizio di un regista invisibile e irraggiungibile. Un insieme di solitudini incapaci di comunicare senza filtri, prive di vista parietale, ma costantemente osservate da un occhio occulto. Come in un panopticon che non lascia via di scampo.
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