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Jack in the Box, un horror poco ispirato con qualche sprazzo interessante

Il pupazzo è realizzato in modo efficace ma la vicenda si snoda in modo troppo lento, prevedibile e programmatico. Al cinema.
di Rudy Salvagnini

venerdì 18 settembre 2020 - Recensioni

Il giovane americano Casey prende servizio nel museo della cittadina inglese di Hawthorne. Nell’occasione, simpatizza con la giovane collega Lisa, che gli spiega che si tratta di un museo piccolo e con pochi visitatori: la vita lì sarà tranquilla. O almeno dovrebbe esserlo, se non fosse che tra gli oggetti in deposito prossimi all’esposizione c’è una vecchia scatola che, come Casey scopre aprendola, contiene un classico pupazzo: un Jack in the box, appunto. Casey è incuriosito dalla storia di quel genere di scatole, che l’esperto David gli racconta: l’origine risale a secoli prima in Francia e secondo la tradizione le scatole erano fatte per contenere entità malvagie. Di fatto, le cose stanno proprio così, come Casey si accorge ben presto mentre la gente al museo comincia a morire.


Piccolo horror britannico a basso budget, crea un discreto background storico e motivazionale per la creatura mostruosa, ma non lo sviluppa in modo adeguatamente originale.

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