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Tales from the Loop, Rebecca Hall: «Una serie da un'opera d'arte? Elettrizzante»

L'attrice è la protagonista della serie ispirata ai dipinti digitali dell'artista svedese Simon Stålenhag. Disponibile dal 3 aprile su Amazon Prime video.
di Andrea Fornasiero

Rebecca Hall (38 anni) 3 maggio 1982, Londra (Gran Bretagna) - Toro. Interpreta Loretta nel film di Mark Romanek, Jodie Foster, So Yong Kim, Charlie McDowell, Tim Mielants, Andrew Stanton, Dearbhla Walsh, Ti West Tales From the Loop.
lunedì 30 marzo 2020 - Incontri

I dipinti digitali di Simon Stålenhag probabilmente non vi sono sconosciuti, è facile infatti che li abbiate visti su qualche social network, condivisi da qualche amico di amici per via dell’immediatezza del loro fascino.

Il primo volume dell’opera dell’artista, "Tales from the Loop", è stato pubblicato anche in Italia da Mondadori (rititolato semplicemente "Loop"), dove i dipinti sono accompagnati da testi che raccontano una Svezia anni 80 in cui la tecnologia ha prodotto meraviglie. Ma già in quegli anni 80 la sperimentazione è al proprio crepuscolo, qualcosa del passato, arrugginita e misteriosa, che i narratori del libro ricordano con affetto come cimeli delle memorie dell’infanzia.

Da questo materiale è stato tratto un gioco di ruolo da tavolo omonimo e il 3 aprile arriva su Amazon Prime Video la serie Tv Tales from the Loop che alla campagna svedese sostituisce quella dell’Ohio e ai dichiarati anni 80 preferisce una sorta di temporalità, dove i vestiti sono più classici, i computer sono ingombranti e non ci sono social network e cellulari, ma neppure videoclip ed elementi pop da Stranger Things.


La sobrietà caratterizza la serie firmata dallo showrunner Nathaniel Halpern, reduce dalla lisergica e vulcanica Legion, che a sua volta giocava con una temporalità indefinibile.

Qui la messa in scena è meticolosamente curata da vari importati registi e prodotta tra gli altri anche da Matt Reeves e Mark Romanek, con la collaborazione dello stesso Stålenhag. Ci sono poi le musiche di Philip Glass e Paul Leonard-Morgan, che immergono il tutto in un’atmosfera sospesa, come guardassimo un acquario magico. A differenza del libro, i protagonisti non sono solo bambini e gli adulti sono interpretati da Ato Essandoh, Jonathan Pryce, Paul Schneider e Rebecca Hall, che abbiamo avuto il piacere di intervistare.

Innanzitutto, visti i tempi che viviamo, non posso non chiederle come sta.
Lo capisco perfettamente. Sono a casa con la famiglia, stiamo in casa nell’Hudson Valley, nello stato di New York, stiamo tutti bene e speriamo continui così.

Cosa l’ha convinta a partecipare a questo progetto?
È stata un’immagine particolarmente suggestiva, perché lo script mi è stato inviato insieme all’artwork di Stålenhag. Fin dall’inizio l’idea che una serie Tv potesse essere ispirata dall’opera di un artista mi è sembrata elettrizzante, perché sapevo che sarebbe stata per lo meno una serie visivamente molto bella, con una sensibilità e uno stile visivo forti. È importante per me essere coinvolta in progetti che hanno un respiro autoriale come questo. E poi quando ho letto il copione ho trovato che nella narrazione, attraverso i personaggi, ci fosse un forte senso di umanità nonostante sia ambientata in un mondo molto misterioso. Ho anche amato il modo in cui il lavoro che fa il mio personaggio, la sua ricerca sulla fisica delle particelle, fosse presentato nella serie con un alone mistico eppure comprensibile. Ora non vorrei sembrare riduttiva ma, anche se di solito non ci pensiamo, esiste una dimensione esistenziale nella fisica: c’è un elemento umano nella ricerca di questi scienziati, anche se sembrano occuparsi di cose molto astratte e impenetrabili come l’utilizzo di un collettore di particelle. Credo che la serie riesca a illustrare l’umanità di questo lavoro.

Tales from the Loop vanta diversi registi e un taglio quasi antologico, con puntate piuttosto autonome dove non sempre sono presenti tutti i protagonisti. Lei con chi ha lavorato principalmente?
Gli episodi a cui partecipo maggiormente sono stati diretti da Mark Romanek, Andrew Stanton e Jodie Foster e il loro coinvolgimento era già stato deciso quando mi è stato proposto il progetto. Anche questo è stato un elemento che mi ha entusiasmato perché sapevo che ogni episodio sarebbe stato come un piccolo film, con un proprio stile, e in effetti lavorando alla serie è stato proprio così. Mi è sembrata da subito una serie che avrei voluto vedere.

Nella serie hanno una grande importanza i bambini, che sono raccontati in modo molto più serio di quanto non siamo abituati a vedere…

È così ed è stato fantastico, mi piace molto recitare con i ragazzi e i due con cui ho lavorato io, Duncan Joiner e Abby Ryder Fortson, sono attori già formati e molto concentrati.

Lei non lavora spesso in Tv, il suo precedente progetto televisivo era stato Parade’s End, una splendida miniserie BBC/HBO [con Benedict Cumberbatch e tratta dalla importante quadrilogia di romanzi di Ford Madox Ford, adattati dal grande drammaturgo Tom Stoppard]. Da allora sono passati otto anni, come sono cambiate le cose in Tv?
Era davvero una splendida parte quella di Parade’s End. Credo che rispetto ad allora ci siano ancora più risorse e soldi in Tv, certo c’è più disponibilità rispetto ai film che faccio di solito, ossia quelli indipendenti. Qui è stato come lavorare al film di un grande studio e credo che ormai l’ambizione della Tv sia la stessa del cinema: siamo entrati in un mondo nuovo e stimolante.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ho recitato in Godzilla vs Kong che doveva uscire a novembre ma chissà se manterrà quella data… Inoltre sono in un piccolo film intitolato The Night House e ho esordito alla regia con The Parting, che ho anche sceneggiato e spero esca entro la fine dell’anno.


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