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Joker, una parabola discendente innescata dal dolore

Il personaggio di Arthur Fleck incarna quanto sia soggettiva la linea che divide etico e immorale. Al cinema.
di Matteo Arfini, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

Joker

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Joaquin Phoenix (Joaquin Raphael Phoenix) (45 anni) 28 ottobre 1974, San Juan (Portorico - USA) - Scorpione. Interpreta Arthur Fleck /Joker nel film di Todd Phillips Joker. Al cinema da giovedì 3 ottobre 2019.
lunedì 7 ottobre 2019 - Scrivere di Cinema

Il nuovo stand alone Joker (guarda la video recensione), Leone d'oro alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, ribalta ancora una volta, dopo la trilogia de Il cavaliere oscuro, le sorti del cinecomic. Il regista Todd Phillips (conosciuto al grande pubblico per la saga Una notte da leoni), scrive e dirige una delle genesi più complete, complesse e articolate riferite ad un personaggio del mondo dei fumetti.
Fin dai titoli di testa in giallo vivo, pensati per ricordare quasi una classica storia Disney anni 60', tutta la pellicola è costruita in modo magistrale inquadratura dopo inquadratura, dove la macchina da presa segue maniacalmente il volto di un grandissimo ed inquietante Joaquin Phoenix.

Tutta la pellicola infatti risulta essere concentrata sulla figura del protagonista, i cui disagi fisico-psicologici diventano il riflesso di una società malata, ipocrita e violenta, nonché di una città (una New York solo velatamente trasformata in Gotham City), sporca, invasa dai ratti e dalla spazzatura in ogni angolo della strada.
Matteo Arfini, Vincitore del Premio Scrivere di Cinema

La parabola discendente (?) di Arthur Fleck, nodo essenziale di tutta la vicenda , da reietto a killer spietato, dalla tragedia alla commedia si articola come una metamorfosi, un'epifania interiore innescata dal dolore e dal rifiuto di un mondo che non è più in grado di sorridere. Due elementi a questo proposito fungono un po' da "file rouge" per comprendere veramente la nascita di Joker: la risata e la danza.

La prima, elemento quasi assordante nella parte iniziale del film, si tramuta da patologia incontrollabile e causa di vergogna , da vero e proprio "muro sociale" e ostacolo, a strumento cardine di accettazione di se stessi e di presa di posizione contro l'ordine costituito. Un impulso che, non potendo essere nascosto, esplode in tutta la sua forza distruttrice e sadica, tramutando la vittima in carnefice e divenendone anche il carattere distintivo.

La danza allo stesso modo, si pone come incoronamento delle imprese personali, come un rituale di festa (distorto) al culmine dell'atto di violenza. In questo senso il regista riesce a mostrare attraverso un climax come un ballo svolto nel sudiciume e nell'intimo delle proprie mura domestiche, sfoci nella dimostrazione plateale e pubblica delle atrocità compiute; e lì dove il trucco potrebbe apparire come maschera, va invece configurandosi come espressione della vita in una tragica, sanguinosa commedia.


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