Il traditore

   
   
   

una storia italiana Valutazione 4 stelle su cinque

di vanessa zarastro


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sabato 1 giugno 2019

Il traditore” è un bel film asciutto, privo di retorica. Il rischio che poteva correre il regista alle prese con questo tema era quello di mostrare una sicilianità ridondante, fatto che non ci è stato, e non è stato sfruttato in senso folcloristico. Il film si apre con la scena della festa di Santa Rosalia a bordo mare, con le splendide immagini dei fuochi d’artificio. Tutto lì.
Difficile scrivere de “Il traditore” dopo che è stato osannato al 72mo Festival di Cannes – 13 minuti di applauso ma nessun premio – e di cui tutti i critici hanno parlato bene. La storia dovrebbe esser nota a tutti perché è quella della lotta alla mafia – o meglio a Cosa Nostra -, del primo pentito, o meglio collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta (magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino) e del brutale assassinio - la strage di Capaci con la moglie e due uomini di scorta - del giudice Giovanni Falcone (interpretato ds Fausto Russo Alesi), negli anni ‘80 e ’90.
Essendo stato già condannato per reati minori, Buscetta era scappato dall’Italia e viveva a Rio de Janeiro, essendo Maria Cristina, la sua ultima moglie (la terza) brasiliana (interpretata da Maria Fernanda Candido). A Rio viveva in un villone con una vista strepitosa sulla Baia (quella che era piaciuta tanto anche a Le Corbusier nel 1936…). A differenza degli altri mafiosi, Buscetta amava la bella vita e le donne, era molto esigente sul vestiario che si faceva rigorosamente cucire dal sarto su misura. Quindi la sua immagine è molto lontana dall’iconografia classica del mafioso con la coppola in testa.
Ma quando si intensificano le lotte interne tra cosche mafiose – la pace saltata tra Corleonesi e Palermitani dall'omicidio di Stefano Bontate, detto il principe di Villagrazia, del 1981 in poi – con le stragi commissionate da Riina, Buscetta sarà raggiunto a Rio, arrestato dai federali e fatto rientrare a Palermo. Lì lo aspetta il giudice Giovanni Falcone con il quale, dopo una iniziale titubanza, inizia a collaborare. Nel frattempo moglie e figli sono protetti, dopo essere stati portati negli Stati Uniti in una località segreta. Le confessioni di Tommaso Buscetta porteranno a stilare un verbale di più di 450 pagine che sarà di base per una serie di incarcerazioni.
Il lungo lavoro quotidiano farà nascere un rapporto tra giudice e inquisito, che però ci tiene ad affermare che non è “un pentito” poiché una volta “Cosa nostra” era un’affiliazione che difendeva i poveri e aveva rispetto per i deboli (mogli e figli). Secondo lui, quindi, sono stati i Riina (Nicola Calì) e i Calò (interpretato da Fabrizio Ferracane) a modificarla facendola diventare un’associazione violenta e spietata. Quindi non è lui il traditore, ma sono gli altri che hanno tradito i veri valori del clan.
Nella descrizione di Bellocchio, il giudice Falcone sembrava estremamente consapevole del rischio che stava correndo per iniziato questa battaglia e aver preso di petto la mafia. Sembravano entrambi destinati a non poter morire nel proprio letto, si trattava solo di capire chi dei due sarebbe sopravvissuto all’altro.
Maria Falcone, sorella del giudice, ricorda ciò che le confidò il pentito in un incontro avvenuto dopo la strage di Capaci: «Qualcuno diceva che eravamo amici, ma non è vero. Magari lo fosse stato. Tra noi c’è sempre stato di mezzo un tavolo, io da una parte e lui dall’altra. Però sentivo il rispetto che mi portava, e ho sempre portato rispetto a lui: al giudice e all’uomo».
Così si arriverà al Maxiprocesso del 1986 per crimini di mafia, tra cui omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione, associazione mafiosa e altri, che finirà solo nel 1992. Il regista ha rappresentato il processo in chiave grottesca con tutti gli imputati mafiosi (475) in gabbia nell’aula bunker), ed anche il confronto tra Buscetta e il viscido Pippo Calò – che tra gli altri per vendetta ha ucciso anche i due figli di Buscetta - entrambi blindati e protetti da vetro anti-proiettile. Si rimane con il fiato in gola, senza parole, pensando solo all’arduo compito del giudice che deve gestire il processo.
Bravi tutti gli attori, ma sicuramente Piefrancesco Favino avrebbe meritato il premio del miglior attore al Festival di Cannes, molto di più di Antonio Banderas. Un’interpretazione perfetta, senza ammiccamenti, in tre lingue. Si dice che Favino sia andato perfino in Brasile per imparare un po’ di portoghese.Al suo fianco troviamo un altro esponente della lotta alla mafia, interpretato da Luigi Lo Cascio nei panni di Salvatore Contorno, che assieme a Buscetta ha reso possibile il Maxiprocesso.

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