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Fratelli Dardenne: ‘Con il cinema cerchiamo di capire come uscire dal fanatismo’

Arrivati a Cannes per presentare Le jeune Ahmed, i registi hanno raccontato il loro ultimo film.
di Giancarlo Zappoli

giovedì 23 maggio 2019 - Incontri

Dopo aver conquistato già due Palme d'Oro (Rosetta, L'Enfant), i fratelli Dardenne hanno fatto ritorno al Festival di Cannes con il loro ultimo film, Le jeune Ahmed, un'opera che denuncia i cattivi maestri, senza false reticenze, senza abbandonare la speranza.
Questa è stata l'occasione per parlare con loro della realizzazione del film e di cosa li abbia spinti a narrare la storia di Ahmed, 13 anni, entrato nella spirale dell'integralismo musulmano grazie all'indottrinamento di un imam.

Mentre costruivate la storia avete avuto incontri con appartenenti all'Islam?
Mentre scrivevamo la sceneggiatura abbiamo incontrato alcune persone. Nell'ambito giudiziario abbiamo avuto contatti con persone musulmane che si sono occupati di famiglie al cui interno c'erano giovani radicalizzati ma anche giudici minorili ed educatori, psicologi, psichiatri, psicanalisti che hanno lavorato con giovani. Poi, nel corso delle riprese, avevamo sul set un professore di Islam in pensione perché ci sono riti che vanno rispettati al meglio nel momento in cui vengono portati sullo schermo ma anche per realizzare qualche imprecisione di Ahmed che finisce con il non riuscire a rispettare del tutto la 'purezza' imposta dall'imam.

Dopo l'attentato della metro di Maalbek a Bruxelles nel 2016 il tema della radicalizzazione è venuto alla ribalta. Qual è stato il vostro pensiero per affrontare questo tema?
Siamo partiti dalla considerazione che i massacri perpetrati in Belgio e in Francia erano compiuti da giovani belgi e francesi. Se il nostro cinema è conosciuto come quello che guarda al mondo, cerca di fare luce, di aprire un dibattito su argomenti importanti ci siamo detti che non potevamo chiamarci fuori da questa fase della nostra storia. Ci siamo detti che c'erano già libri, inchieste, analisi e che quindi bisognava raccontare una storia con al centro un personaggio che non 'diventa' fanatico ma lo è già. Con il cinema cercavamo di capire se e come si poteva uscire da questo fanatismo. Volevamo poi focalizzarci su quello che poi, insieme anche a condizioni economiche e sociali ma con un peso fondamentale, è determinante: il fanatismo religioso.

Emerge anche una connessione tra frustrazione sessuale e radicalizzazione. Come avete lavorato su questo versante?
Abbiamo voluto capire come sono fatte queste persone. Perché il fanatico vuole il vostro bene e per fare il vostro bene tutto è permesso compreso l'uccidere. L'accenno di erotismo che viene dalla ragazza e un segno di vita e ci siamo chiesti come trattarlo. Abbiamo incontrato uno psicanalista arabo che aveva incontrato molti giovani in Francia e che ci ha detto che di solito un radicalizzato cerca di portare dalla sua parte gli amici e anche la madre. Quindi la storia d'amore è molto rara. Ahmed si muove sul versante della morte: suo modello è il cugino morto 'martire'. La ragazza rappresenta un richiamo della vita: gli sorride, lo accompagna gli ricorda che è ancora vivo.

Siete nati in una famiglia cattolica. Cosa pensate della religione?
Come quasi tutti gli appartenenti alla nostra generazione siamo cresciuti con un'educazione cattolica. Posso solo dire che in Europa occidentale siamo riusciti a vivere in pace anche se abbiamo convinzioni religiose differenti e si tratta di un modello che va preservato. Invece tutti che si tengono stretti alle loro identità pongono domande come: "Chi sei? Perché?"


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