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Roger Deakins e 1917, fra virtuosismo sperimentale e gusto classico del cinema

Già premio Oscar per Blade Runner 2049, il direttore della fotografia conquista tutti per il suo lavoro nel film di Sam Mendes. Al cinema.
di Simona Previti

Roger Deakins (70 anni) 24 maggio 1949, Torquay (Gran Bretagna) - Gemelli. Fotografo nel film di Sam Mendes 1917. Al cinema da giovedì 23 gennaio 2020.
lunedì 10 febbraio 2020 - Oscar

Chiunque abbia visto il making of di 1917 (guarda la video recensione) si è reso conto del livello eccelso ormai raggiunto dalla tecnica cinematografica. Leggerissimi gimbal e steadycam che ormai sono propagazione dell’occhio del regista e del nostro corpo di spettatori letteralmente dentro lo schermo (che sia questo il vero 3D?). L’Oscar dunque di questa notte al geniale direttore della fotografia Roger Deakins (già premio Oscar per Blade Runner 2049) appare scontato dato il virtuosismo con cui il film è stato girato: uno sperimentalismo che però non dimentica il gusto classico del cinema.


Se l’Oscar per la fotografia è letteralmente “Cinematography” è perché la parola racchiude già il senso dell’anima del cinema. Di una scrittura di luce che si fa movimento. Ecco allora che il direttore della fotografia  non è un semplice tecnico, uno della troupe, ma è a tutti gli effetti l’occhio della regia: l’alter ego del regista, il suo sguardo sulle cose. 
Simona Previti, MYmovies.it

1917 regala emozioni fortissime prima ancora che per la sua storia per il “movimento” con cui il racconto viene narrato: un unico lungo piano sequenza (quasi) che non si scolla mai dai protagonisti facendoci vivere letteralmente dentro la loro storia, dentro i chilometri di trincee che attraversano per recapitare un messaggio che deve salvare il mondo. Sentiamo la guerra con tutto il sangue, la terra, il fango, il sudore di cui si sporcano le loro facce e le loro divise. Quasi un cinema materico che solo le ultimissime tecnologie di ripresa – camere piccole, maneggevoli e altamente stabilizzate - possono regalarci permettendoci di restare incollati a quei corpi e di sentirne il respiro. L’estetica del pedinamento (un continuo andare avanti dei personaggi e della telecamera dietro di loro ), porta ad un’immersività quasi da videogaming. Questo non fa perdere però al film tutta la sua verità e il gusto del vero cinema. 

Senza sembrare posticcio il film quindi ha tutto il gusto della modernità cinematografica, di questa tecnica che spinge il racconto per forza verso un linguaggio nuovo (e una nuova fruizione delle immagini per noi) ma anche mantiene il gusto del classicismo più puro, coccola il suo spettatore dentro il cinema più antico, dentro l’emozione dei lunghi piano sequenza che hanno fatto la storia di quest’arte. Da subito le immagini sembrano riportare alla memoria dello spettatore l’essenza stessa di quel piacere cinefilo per antonomasia. Ma anche quel gusto per la profondità di campo, per le finestre che si aprivano creando un respiro dentro l’inquadratura. In questo senso c’è un purismo quasi voluto nel film di Mendes. Quasi un omaggio ad un linguaggio. 

In questa corsa spasmodica dietro i protagonisti la storia attraversa diversi paesaggi, ognuno diverso dall’altro. Tutti fortissimi esteticamente, quasi concettuali. Sono quadri sull’idea della morte o dell’inferno della guerra, o della vita in generale. Bellissimo quel “giardino di ciliegi” metaforico (racchiuso dentro un perimetro di rovine ) che i due soldati attraversano. Ma anche l’idea della primavera suggerita dal verde immediato della dolce campagna dopo aver attraversato fango melma e cadaveri in quella specie di waste land, paesaggio di morte e abisso dell’umanità. Ad ogni cambio di paesaggio sembra quasi di sentirne l’odore. 


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