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The Other Side of the Wind, che film è davvero quello di Orson Welles?

Per chi conosce bene l'autore di Quarto potere l'esperienza potrebbe risultare straniante, ma tutto trova una spiegazione. Dal 2 novembre su Netflix.
di Roy Menarini

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mercoledì 31 ottobre 2018 - Netflix

Che la storia del cinema sia sorprendente e imprendibile lo sapevamo da tempo. Ma non si poteva sospettare di trovarsi a un festival - segnatamente la Mostra del Cinema di Venezia 2018 - scambiando con i colleghi dialoghi come: "Tu che cosa vai a vedere oggi? Damien Chazelle o Orson Welles?". O che tutto il mondo avrebbe dovuto ringraziare Netflix, e usare la piattaforma globale, per aver restituito all'umanità il film postumo di uno dei più grandi cineasti di tutti i tempi. L'impero del cinema ospitato dall'impero del digitale. Contraddizioni dei media contemporanei, ma anche infinite potenzialità - finanziarie e tecnologiche - degli over the top informatici.

Detto questo, e dopo tutto il clamore suscitato, bisogna ora confrontarsi con il film in sé. Ebbene, che oggetto è The Other Side of the Wind? Per chi non conosce bene Orson Welles, specialmente l'ultimo Welles, l'esperienza potrebbe risultare straniante.
Roy Menarini

L'infinito gioco di cinema-nel-cinema e la totale immersione dell'autore nei linguaggi e nelle potenzialità dei mezzi di inizio anni Settanta ne fa un esempio clamoroso di arte contemporanea, al tempo stesso "datata" (nel senso che reca le tracce del suo tempo, non in modo deteriore) e in anticipo di decenni sul futuro. Il regista di Quarto potere o La signora di Shangai non c'è più, o si è trasformato in modo tale che la poetica è riconoscibile ma i materiali sono trasformati, imprevedibili, esplosi. New Hollywood, neo-avanguardia, cinema d'autore europeo, filmografia interna, tutto precipita in un caos anarchico più vicino a Hollywood Party che a Otello.

Nella storia del regista che non ha più soldi e che non trova più il protagonista, c'è già, con tutta evidenza, il progetto di "non finitudine" dell'opera. Viene quasi da pensare che Welles l'abbia sabotata dall'interno. E poco importa che qualcuno un po' iconoclasta affermi che era meglio lasciare il lacerto com'era, perché questo - anche se forse non è esattamente il The Other Side of the Wind per come lo avrebbe montato il maestro - è comunque un film di Welles a tutti gli affetti. Anzi, uno dei mille film che lo stesso Welles avrebbe potuto assemblare dal torrenziale girato che aveva tra le mani - si parla di 96 ore adesso ridotte a due.


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Il caleidoscopio ne è coerentemente la figura principale. Jake Hannaford, il protagonista interpretato da John Huston con un affetto autobiografico quasi commovente, ammette che ogni singolo istante della sua festa per i 70 anni venga filmata, attraverso ogni camera e ripresa possibile. La frantumazione del punto di vista stordisce e meraviglia, e come se non bastasse il profluvio di immagini (un'anticipazione quasi clamorosa di che cosa sarebbe diventato il mondo quarant'anni dopo) viene interrotto dal film-nel-film. A differenza di Guido Anselmi alias Fellini di 8 ½, che non riusciva altro che a immaginare il film che non girerà mai, il Jake alias Welles di The Other Side of the Wind ha già girato varie scene della pellicola. Frammenti intensi, conturbanti (difficile resistere all'erotismo audace e autentico della scena d'amore in automobile con Oja Kodar), dove un'opera non finita entra a far parte di un'altra opera non finita.

Peter Bogdanovich e i colleghi (come il montatore Bob Murawski, una leggenda vivente) che hanno contribuito alla ricomposizione del mosaico sapevano che qualche tassello sarebbe mancato. Ma anche in un prisma impazzito come questo, The Other Side of the Wind è un'esperienza stupefacente, che merita di essere rivista almeno dieci volte per poterne cogliere le sfumature.
Roy Menarini

Forse il film di Orson Welles è un esempio di polifonia dei punti di vista, di impossibilità della ricomposizione del mondo, che in molti momenti precedenti il cineasta americano aveva cercato di sostenere e incollare grazie alla narrazione, al montaggio, al potere universale e unificante dei grandi della letteratura (da Shakespeare a Kafka). Ma se alla fine si muore sempre soli, frantumando souvenir di vetro e specchi deformanti, significa che per Welles la menzogna e la verità non possono che convivere. Sospettiamo che Welles, così imprevedibile e fumantino, avrebbe oggi potuto voler dirigere un film per Netflix, tanto per irritare i produttori cinici e avari a lui ostili. O forse no. Ma The Other Side of the Wind intanto è qui, e ci si consegna senza che lo si possa dimenticare.


THE OTHER SIDE OF THE WIND: LA RECENSIONE
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