Tramonto

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Un film di Laszlo Nemes. Con Juli Jakab, Vlad Ivanov, Evelin Dobos, Marcin Czarnik, Judit Bßrdos.
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Titolo originale Sunset. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 142 min. - Ungheria, Francia 2018. - Movies Inspired uscita lunedý 4 febbraio 2019. MYMONETRO Tramonto * * 1/2 - - valutazione media: 2,97 su 5 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

La fine di un Impero Valutazione 3 stelle su cinque

di vanessa zarastro


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mercoledý 19 settembre 2018

La storia del Novecento continua ad affascinare scrittori e registi, anche i più giovani.  L’Europa austroungarica era nel massimo del suo splendore e Vienna sembrava essere la capitale indiscussa della cultura: Sigmond Freud per la psicoanalisi, Gustav Mahler per la musica, Arthur Schnitzler per la letteratura, Adolf Loos per l’architettura, Gustav Klimt ed Egon Schiele per la pittura. Ma siamo poco prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e in questo film presentato in concorso a Venezia, l’inizio del secolo XX è visto con gli occhi del XXI secolo: non c’è nessuna ideologia e non c’è speranza. Il titolo del film ovviamente si riferisce al tramonto dell’atmosfera fin-de- siècle che portò alla definitiva fine dell’Impero Austro-Ungarico, trascinando con sé lo sfarzo e la magnificenza di quello che fu, per un certo periodo, il centro del mondo. La crisi dei valori Ottocenteschi di tutta l’Europa porterà a una dura e lunga guerra.
Siamo nel 1913 a Budapest, una città che era diventata importante (la principessa Sissi era stata incoronata Regina d’Ungheria nel 1867), ma che vediamo divisa tra chi era ancora molto legato, per affari economici, all’impero asburgico e i sovranisti, come li chiameremmo oggi. Ma i ribelli, più che rivoluzionari, sono visti come un gruppo di banditi, di persone assetate di sangue che desiderano vendetta e vogliono più distruggere uno status quo che costruirne uno alternativo.

Tutto è visto attraverso lo sguardo di Irizs Leiter (interpretata da Juli Jakab), tornata in Ungheria da Trieste dove era stata mandata a dodici anni. Va nella cappelleria che porta il suo nome, semidistrutta anni prima – quando lei aveva solo due anni - in un incendio nel quale avevano perso la vita i suoi genitori. Si presenta per un lavoro da modista al Mr. Oskàr Brill (interpretato da Vlad Ivanov), l’attuale proprietario. A questo punto varie vicende che sembrerebbero costruire un thriller: tutte le persone che incontra le consigliano di andare via, e si ingrandisce un mistero: Irizs ha un fratello che, man mano scopre, è accusato dell’omicidio del conte Re e in molti lo considerano pazzo e sanguinario. La maggior parte del film è improntata sulla ricerca del fratello Kàlmàn e sui grandi dubbi che lei nutre sia nei confronti del nuovo proprietario del negozio e dei suoi amici – palesemente filo-austriaci – ma anche nei confronti dei ribelli capeggiati dal fratello. Il comportamento della protagonista è decisamente ambiguo, sempre irrequieta e incerta tra l’eleganza decadente, ma marcia e corrotta, e l’ardore incendiario della rivolta.

Come in “Il figlio di Saul” - Oscar 2016 per il migliore film straniero - László Nemes usa lunghi piani sequenza con la macchina da presa ad altezza spalla che, quando non inquadra nei primi piani la protagonista eternamente in scena, la segue ovunque. Il continuo bisbiglio e il rumore fuori campo costituisce il sonoro che Tamas Zanyi amplifica con l’aumentare del conflitto narrativo. E come Saul cercava ossessivamente un rabbino che reciti il Kaddish per il figlio nel campo di concentramento, Irisz cerca in modo ostinato il fratello attraversando la città, attraverso, carrozze, tram, treni e ficcandosi in situazioni piuttosto rischiose. Si muove costantemente, fugge sempre da qualcosa o qualcuno, non sta mai dove le dicono di stare e non si fa scoraggiare dai pericoli. Il volto di Irizs è sempre spaventato o corrucciato, mentre gli interni, i luoghi urbani, il castello in campagna, il parco Vàros Ligeti, la tendopoli lungo il Danubio, sono tutti visti o di scorcio o leggermente fuori fuoco. Fiamme, nebbia, polvere, esplosioni contribuiscono ad alimentare il mistero. Si sentono fare domande cui, quasi mai, non viene data risposta, brandelli di frasi interrotte bruscamente perché l’azione irrompe con una forza impetuosa e a tratti violenta.

Certo dopo un capolavoro come il suo primo lungometraggio, sarebbe stato difficile uscire con un altro film allo stesso livello, forse “Sunset” - che dura, peraltro, ben 142 minuti - è un po’ troppo denso e con una sceneggiatura eccessivamente labirintica. László Nemes è un giovane regista ungherese quarantenne, ex allievo di Bèla Tarr, figlio d’arte – anche suo padre è regista – che ha studiato cinema sia a Parigi sia a New York ed è al suo secondo lungometraggio. Con “Sunset” si affaccia per la prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha il Premio FIPRESCI - dopo essersi aggiudicato con il già citato “Il figlio di Saul, importantissimi riconoscimenti – Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, il David di Donatello, il Golden Globe e il Premio Oscar per il miglior film straniero – con il suo debutto alla regia nel 2015.  Anche se questo secondo film non è stato accolto dalla critica in modo del tutto favorevole, con lo stile formale di Nemes e con la sua personalità autoriale, sembrerebbe di ritornare agli anni d’oro dei registi appartenenti al “Nuovo cinema ungherese” come ad esempio Miklós Jancsó negli anni Sessanta.

 

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