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Le invisibili, Louis-Julien Petit: «Questo film è delle sue protagoniste. Sono tutte migliori di me»

Si ispira a Benigni, cita Garrone e si diverte a modificare la sua pagina Wikipedia. Il regista ci racconta il suo ultimo lavoro, un film 'sociale' campione d'incassi in Francia. Presentato al Rendez-Vous Festival e dal 18 aprile al cinema.
di Paola Casella

Le Invisibili

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Louis-Julien Petit . Regista del film Le Invisibili.
giovedì 4 aprile 2019 - Incontri

Ha 34 anni, è un entusiasta per natura, e gli piace ridere, di tutto - ad esempio si diverte a inserire informazioni false all'interno della sua pagina Wikipedia, asserendo di essere nato a Salisbury in Inghilterra, quando invece è di Tolone, in Francia. Sarà questa indole umoristica ad aver spinto Louis-Julien Petit a scrivere e dirigere Le invisibili, una storia di persone su cui c'è ben poco da ridere: le donne senza fissa dimora che girano per Parigi cercando di arrivare al giorno successivo.

«L'ispirazione me l'ha data Roberto Benigni con La vita è bella. Subito dopo averlo visto sono corso da mia madre e le ho detto: "Farò il regista, e nient'altro"».

"Il mio primo corto aveva come argomento La vita è bella - ha rimarcato Petit - che era anche al centro della mia tesi sul determinismo alla scuola di cinema. Benigni ha saputo farmi ridere degli eventi più orribili, e io non ho dimenticato la sua lezione". "Ho avuto anche altri esempi però. La commedia anglosassone del periodo post-Thatcher, quella di Ken Loach, Stephen Frears o Peter Cattaneo, che hanno cercato di trovare un po' di humour nella crisi economica dando agli spettatori la sensazione che tutto fosse ancora possibile, e la forza per sperare in un miglioramento. Ma mi sono ispirato anche alla commedia italiana, in particolare quella di Ettore Scola o al Luigi Comencini de Lo scopone scientifico".

Dunque anche per Le invisibili c'è speranza?
"Le mie protagoniste, gran parte delle quali vive davvero in strada in una condizione di sopravvivenza, sono combattenti di una Resistenza contro l'epoca contemporanea che non le vede nemmeno, e che non ha posto per loro".

Come ha risposto la politica al successo di pubblico che il suo film ha riscosso in Francia?
"Lo scorso agosto ho mostrato il film alla sindaca di Parigi che si è impegnata a intervenire per migliorare la situazione delle senza fissa dimora nella capitale francese. Così a dicembre 50 di loro hanno trovato finalmente alloggio e hanno potuto beneficiare di assistenza medica e sostegno sociale. Dopo aver visto Le invisibili ci hanno contattato molte associazioni, come la Abbé Pierre che ha creato un premio per condannare ironicamente quelle aziende che, come si vede nel film, per tenere lontani i senza fissa dimora arrivano a circondare le loro vetrine di spunzoni appuntiti - e infatti il premio ha proprio la sagoma di quello spunzone. Abbiamo fatto girare il film nelle scuole e nelle carceri, e ad accompagnarlo sono state proprio le nostre "non attrici", che in quelle occasioni sono tornate ad essere visibili. Infine il Pesidente Macron ha ospitato una proiezione all'Eliseo e ha approvato la legge 'La casa prima di tutto', che fornisce soluzioni abitative ai senza fissa dimora, a patto che contribuiscano a pagarla per una percentuale anche minima in base al loro reddito".


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In foto una scena del film Le invisibili.
In foto una scena del film Le invisibili.
In foto una scena del film Le invisibili.

È bastato a cambiare le cose?
"Cambiare le cose è complicato: io però non demordo, perché pago le tasse e non voglio che i miei soldi vadano a finanziare politiche di esclusione. Il governo conosce bene il problema e le sue possibili soluzioni, il che non significa necessariamente che abbia davvero voglia di metterle in pratica. Credo all'azione che parte dal basso, alle iniziative locali che dimostrano la buona volontà dei singoli. Certo, io sono un regista, non posso offrire soluzioni concrete, ma posso tenere viva l'attenzione".

Come ha reagito davanti a Macron, la più memorabile delle protagoniste di Le invisibili, l'irresistibile Chantal?
"Gli ha cantato 'Rien de rien' di Edith Piaf, in cui afferma di non rimpiangere niente. Chantal ha ucciso suo marito che la picchiava selvaggiamente: il tribunale le ha concesso tutte le attenuanti, ma la sua fedina penale è rimasta marchiata con un segno rosso che le ha impedito di svolgere molte attività. Da allora Chantal nella vita si veste di rosso, per non dimenticare. Aveva tre sogni: incontrare due celebri presentatori francesi, e glieli ho presentati, conoscere il presidente Macron, ed è stata ospite d'onore all'Eliseo. Il terzo desiderio? Diventare immortale, ha detto: e ora che i suoi figli e i suoi nipoti possono vederla in un film, per lei anche questo sogno si è realizzato".

Perché ha scelto Chantal e le sue compagne per affiancare le attrici professioniste di Le invisibili?
"Perché Chantal è mia madre, è mia nonna: il pubblico può identificarsi in lei, come ha fatto con Marcello Fonte in Dogman. Ho passato un anno a frequentare i centri di accoglienza e quando sono iniziate le riprese, dato che il film è stato girato in sequenza, ho visto a poco a poco lo sguardo delle ospiti del centro di accoglienza illuminarsi, le ho viste alzare la testa, ridere, raccontarsi. Questo film non appartiene a me, ma a loro, che hanno più titoli di studio, parlano più lingue e hanno maggiori competenze di me, ma hanno perso tutto in un attimo (Petit schiocca le dita, ndr) a causa di lutti, separazioni o violenze. Quello che è capitato a loro potrebbe succedere a chiunque: un amico, un parente, noi stessi. Quando te ne rendi conto cambi prospettiva, smetti di giudicare e ti rimbocchi le maniche".


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