Come descrivereste il vostro prossimo film?
Come un western girato da Cassavetes: nessun revisionismo, nessuna strizzata d'occhi a Tarantino. Sarà ambientato nell'Italia di fine '800 e recitato nei dialetti italiani da un cast di attori di serie A, perché il budget è quattro volte superiore a quello del nostro primo film e qualche "nome" ci voleva.
Farete i provini anche a loro, come avete fatto con Luca Zingaretti e Max Tortora per La terra dell'abbastanza?
Noi facciamo i provini a tutti, e nessuno si sottrae. A Zingaretti avevamo fatto leggere la storia perché la producesse e lui ci ha mandato un messaggio audio su whatsapp: "Ma come, non mi chiamate per un ruolo?"
Anche la squadra tecnica de La terra dell'abbastanza è di prim'ordine: Paolo Carnera alla fotografia, Marco Spoletini al montaggio, Maricetta Lombardo al suono, Massimo Cantini Parrini ai costumi, Paolo Bonfini alla scenografia.
Abbiamo scelto i maestri per poter rubare ai migliori, senza paura di rimanerne condizionati: quando hai una visione chiara di quello che vuoi raccontare non la perdi. E tutti loro hanno lavorato ad un terzo del compenso abituale.
Oltre a questo dream team di "tecnici", a quali artisti vi ispirate?
Abbiamo molti riferimenti di natura figurativa - Nan Goldin, Francis Bacon per la deformazione graduale della realtà - ma ci ispiriamo anche alla letteratura - La terra dell'abbastanza è una fiaba dark sullo stile di Calvino e del Rodari de La torta in cielo.
E nel cinema?
Il Neorealismo ci ha condizionato molto, ma non abbiamo la vana velleità di usare un linguaggio che appartiene a un'altra epoca. Ci ispiriamo a Zavattini, al Rossellini di Paisà, ma anche all'Abel Ferrara di Fratelli e Il cattivo tenente, che ha dentro di sé un dualismo logorante.
E a Pasolini?
Certamente, ma non ce lo fate citare più: da lassù gli fischiano le orecchie.