Cold War

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Un film di Pawel Pawlikowski. Con Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, CÚdric Kahn.
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Titolo originale Zimna wojna. Drammatico, Ratings: Kids+13, b/n durata 85 min. - Polonia 2018. - Lucky Red uscita giovedý 20 dicembre 2018. MYMONETRO Cold War * * * 1/2 - valutazione media: 3,77 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Musica e vita Valutazione 5 stelle su cinque

di CamillaLavazza


Feedback: 809 | altri commenti e recensioni di CamillaLavazza
venerdý 4 gennaio 2019

È la donna della mia vita” ripete più volte il musicista Wiktor nel corso del film. Ma di questa donna, Zula, interpretata dalla magnetica Joanna Kulig, che attrae qualsiasi sguardo, sia che il regista la collochi al centro  sia che la spinga ai bordi dell’inquadratura,  sappiamo fin dall’inizio – e lo sa anche Wiktor -  che ha subito un danno. Ce lo fa sapere lei stessa con una battuta folgorante nella prima parte del film, tra un vocalizzo e l’altro, e ce lo dimostra durante lo scorrere della storia, in cui i personaggi si amano e si perdono, si ritrovano, anche dopo lunghi intervalli di separazione, trasformati dalle diverse esperienze eppure intimamente identici, si fanno del male come se ferirsi e lasciarsi fosse solo un’altra dimostrazione d’amore (“L’ho fatto per te” dice, ad un certo punto lei, quando lui le domanda perché si sia sposata con altro).
Davanti, dietro, tutto intorno c’è la musica, che li accompagna adattandosi alla loro evoluzione, dalle iniziali registrazioni etnomusicologiche con cui si apre il film (ed è chiaro quanto sarà in errore chi accuserà Wiktor di non amare la Polonia) agli inni in onore di Stalin a cui il musicista si piega, stravolgendo il suo repertorio, pur di rimanere accanto a quella donna di cui si è innamorato a prima vista, alla musica jazz con cui si mantiene a Parigi, dove sarà invece lei ad accettare di snaturare la canzone che narra del loro destino.
Musica sempre giustificata e posizionata al punto giusto, capace anche di tacere per lasciare spazio al fruscio delle chiome degli alberi, in grado come non mai di riflettere il non detto dei personaggi che paiono sempre trascinati via dalle circostanze, contro la loro volontà, quando in verità sono le loro scelte che li portano continuamente a separarsi e ritrovarsi.
Le altre persone che li circondano sono sfumate, in alcuni casi solo citate e nemmeno mostrate, niente altro che ostacoli o strumenti nel vortice del loro amore che li pone al centro dell’universo e del tempo.
Paweł Pawlikowski filma la sua protagonista con sguardo ammaliato dalla sua bellezza e dalla sua bravura, fa onore ad una creatura viva, forte ed insicura al tempo stesso, indipendente e fragile, spiazzante ed irresistibile; riesce perfino a farne intuire la presenza dal solo sguardo di lui che ci fissa, facendoci presentire la sua figura riflessa in uno specchio, quasi invisibile in una folla festante.
Una figura femminile che pare guidare l’intera vicenda (una femme fatale viene definita ad un certo punto, ma con ironia) una ragazza dalla spontaneità seducente che tuttavia ha bisogno dell’aiuto dell’alcool per lasciarsi andare.
L’ambientazione negli anni della “Guerra fredda”, girata in un sofisticato bianco e nero e con un formato quadrato che non permette allo sguardo di distrarsi, sembra quasi suggerire che questi amori complessi non possano trovare spazio nella contemporaneità, ma basta lo sguardo di lei (e qui l’interpretazione della Kulig si fa struggente) che mentre si esibisce sul palco all’improvviso nota lui, inaspettato tra il pubblico, per farci immedesimare in un sentimento sempre attuale ed autentico.
È troppo semplicistico tracciare un parallelismo tra la Guerra Fredda che fa da cornice alla vicenda e la lotta di volontà che si consuma tra i protagonisti, tra la necessità di stare insieme ed il timore di non essere all’altezza l’uno dell’altra (ben diverso da un indefinito bisogno di “libertà”). Pawlikowski in soli 85 minuti ci racconta due intere esistenze ed una storia d’amore che non ha bisogno di aggettivi.
 

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