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Dario Albertini: «in Manuel ho riscritto la realtà senza tradirla»

Il regista racconta il suo esordio nel cinema di finzione, applaudito a Venezia e dal 3 maggio al cinema.
di Raffaella Giancristofaro

Manuel

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Dario Albertini . Regista del film Manuel. Al cinema da giovedì 3 maggio 2018.
lunedì 23 aprile 2018 - Incontri

Nato a Roma nel 1974, Dario Albertini firma con Manuel (guarda la video recensione) il suo primo film di finzione. Musicista, fotografo, storico collaboratore dei Tiromancino, per cui ha diretto anche videoclip (ma anche per Planet Funk e altri) è un premiato documentarista indipendente. Finora ha concentrato il proprio sguardo sulle strade di Civitavecchia, forse sulla scia di ricordi pasoliniani.

Manuel (co-prodotto da TIMVISION, presentato a Venezia 74 e al cinema con Tucker Film dal 3 maggio) è nato dall'incontro con un ragazzo sul set del documentario precedente La Repubblica dei Ragazzi ed è ambientato in parte dentro quello stesso istituto di tutela di minori. A interpretarlo è Andrea Lattanzi, corpo attoriale che sprigiona un'energia fisica e una tenerezza straordinarie.
Raffaella Giancristofaro

Nel ruolo della madre coprotagonista Francesca Antonelli, magnetico incrocio di fierezza capitolina e vulnerabilità, scoperta da Francesca Archibugi in Mignon è partita (1988). Film ellittico, di poesia aspra e ritmo secco, attori professionisti e non, Manuel è una boccata d'ossigeno per il coraggio e il rispetto che riserva alle vite sbilanciate, nate storte. Dà speranza e si astiene da giudizi nel seguire l'ingresso scivoloso di un maggiorenne in un contesto tutto in salita.


L'INTERVISTA

Come sei riuscito a farti produrre il primo film di finzione?
Sono un fan di tutto il lavoro di Angelo Barbagallo, non solo quello con Nanni Moretti, volevo il suo nome nel mio film. Gli ho fatto vedere i miei documentari, autoprodotti tramite l'associazione Sulla strada film (fondata con Cinzia Spano nel 2012, ndr): Slot: le intermittenti luci di Franco, La Repubblica dei Ragazzi e Incontri al mercato. Nel 2015 poi La Repubblica dei Ragazzi andò in onda a Speciale Tg1 e fece quasi un milione di spettatori in seconda serata. È la storia di una comunità per minori privi di sostegno familiare, nata nel '45, che si reggeva su un autogoverno e che tra i suoi primi ospiti, tolti dalla strada da don Antonio Rivolta, ha avuto anche alcuni dei ragazzini comparsi in Sciuscià di Vittorio De Sica. Dopo quel passaggio, con un po' di follia ho chiesto ad Angelo di poter fare un film con pochi soldi: per poter avere la libertà che avevo sempre avuto, per non rinunciare a girare il più possibile in ordine cronologico e in piano sequenza, forse anche per poca fiducia in me stesso. Anche se poi il cinema ha bisogno ed è fatto anche di altro: richieste di finanziamenti, tempi tecnici, minimi sindacali che possono condizionare anche gravemente le riprese e che per chi è abituato alla macchina a mano suonano surreali.

Com'è stata l'esperienza sul set?
Abbiamo girato in cinque settimane. È stata difficile sia per me da un punto di vista emotivo che per i molti problemi tecnici, ma mi ha salvato il basso budget e l'avere alle spalle la scuola del documentario. Come Francesca, ho una casa a Civitavecchia, ci andavo d'estate, negli anni mi sono fatto conoscere e ho avuto l'appoggio della Civita Film Commission. Ma anche limiti oggettivi: per esempio, per girare la scena in cui Manuel va a trovare Veronica in carcere abbiamo avuto solo due ore a disposizione. Inoltre Andrea e Francesca non si erano mai incontrati, né avuto un copione. Lei aveva solo una foto di lui piccolo; lui, una di lei incinta.


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In foto una scena del film Manuel.
In foto una scena del film Manuel.
In foto una scena del film Manuel.

Come hai scritto il personaggio di Manuel?
È stato un problema, perché il vero Manuel esiste davvero. L'ho conosciuto girando La Repubblica dei Ragazzi. Lì avevo raccontato l'arrivo e la permanenza nella struttura ma non l'uscita: un passaggio che pensavo come liberatorio, come la fine del servizio militare, e che invece è molto drammatico. All'inizio volevo farne un documentario con il vero Manuel protagonista. Poi però poi mi è sembrata una violenza mettere davanti alla macchina da presa qualcuno che in quel momento sta assaporando la libertà e "sequestrarlo" per almeno un altro anno. Con lo scrittore Simone Ranucci, che non aveva mai scritto per il cinema prima, all'inizio è stata dura: tutto quello che scrivevamo non mi tornava perché ero troppo legato alla realtà. Se una cosa non è successa e io non ero presente, per me non era credibile.

Come hai "trovato" Veronica?
Francesca ha trovato me. Ci siamo conosciuti al bar, c'era qualcosa di familiare in lei ma non capivo cosa. Quando incontri un personaggio famoso che non riconosci, ti sembra qualcuno che conosci, l'amico di famiglia... Appena l'ho vista ho pensato che fosse meravigliosa, ho riconosciuto in lei Veronica. Il rapporto tra lei e Manuel mi è stato chiaro fin dall'inizio: non mi interessava il passato di lei, ma l'incontro tra loro due.

La scena del colloquio in carcere è in effetti molto forte.
In fase di scrittura siamo stati un anno e mezzo su due scene: l'uscita dall'istituto e il colloquio in carcere. Il film è tutto lì e sono momenti troppo potenti emotivamente per essere descritti. Quindi ho ripreso l'uscita da lontano: tutti salutano Manuel, ma non sentiamo quello che gli dicono. Almeno così chi guarda ha la possibilità di immaginare, anche quello che è successo la sera prima. Lo stesso vale per il loro incontro: sono partito dall'inquadrare le loro mani, magari si sono già abbracciati.


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In foto una scena del film Manuel.
In foto una scena del film Manuel.
In foto una scena del film Manuel.

Nel film la prima ragazza che Manuel incontra gli recita il monologo di Baci rubati e quando lui vede per la prima volta il mare ricorda Antoine Doinel nel finale dei 400 colpi. Cosa rappresentano quei film per te?
Ho amato tantissimo Baci rubati e I 400 colpi. Quanto al dialogo, mi interessava il fatto che un ragazzo che scopre il mondo si senta dire da una sconosciuta che siamo tutti unici e insostituibili. Poi però ci sono delle coincidenze: quando il film è uscito in Francia (il 7 marzo, dopo essere stato selezionato dai festival di Montpellier e Angers, ndr), ha vinto il Premio 400 colpi. E in La Repubblica dei Ragazzi, nell'ufficio di Don Marcello, uno dei primi responsabili, si intravede la foto appesa della scena finale dei I 400 colpi. Me ne sono accorto dopo averlo filmato. Mi è stato fatto notare che anche il finale di quel film lo ricorda.

Hai firmato anche la colonna sonora del film.
Sono cresciuto con la musica. Mio padre, batterista, ha suonato con tutti i gruppi progressive italiani degli anni '70. Da adolescente anni facevo il dj al Piper, suono la batteria, per tanti anni ho seguito la programmazione delle batterie elettroniche nei live dei Tiromancino. Parto quasi sempre dalla musica quando devo immaginare delle scene, poi però faccio una fatica enorme a inserirla nei film. In Manuel non ci sono dei temi ma piuttosto delle atmosfere, perché penso che spesso il cinema si nasconda dietro la musica. Qui con Ivo Parlati, batterista per Tiromancino, Riccardo Sinigallia, Pino Daniele, abbiamo fatto una cosa un po' sperimentale: finito di girare la scena, dal fonico facevamo riprendere dei vuoti, dei suoni, in varie posizioni, anche al mare. Poi li ho ricampionati e rielaborati con dei moog analogici, dei sintetizzatori Prophet.

Hai altri progetti in lavorazione?
In realtà tra Incontri al mercato e Manuel ho un altro film nel cassetto, tra documentario e finzione: Claudio in arte Claude, storia del primo attore, regista, produttore e distributore di porno italiano, Claudio Perone. L'ho conosciuto negli anni '90, quando coi miei amici esploravamo il Villaggio Olimpico, allora frequentato da prostitute e trans. È stato interprete di I porno amori di Eva, di Giorgio Mille (1979, da più parti indicato come primo film erotico italiano a uscire in sala, ndr), ma anche fotografo di scena di molti film di Sergio Leone. L'idea di un film su di lui è nata quando mi ha manifestato la curiosità di ricontattare le attrici con cui aveva lavorato. Chissà se vedrà mai la luce.


RECENSIONE
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