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Perché guardiamo Dark?

Una serie sfaccettata, complessa, difficile da trattare, che crea seri problemi di dipendenza.
di Elisa Teneggi, vincitrice del Premio Scrivere di Cinema

giovedì 19 marzo 2020 - Scrivere di Cinema

Perché guardiamo - o meglio, continuiamo a guardare - Dark? Qual è la misteriosa luce verde al di là del lago che ci spinge verso gli oscuri meandri della foresta di Winden per seguire ancora una volta le peregrinazioni temporali di Jonas Kahnwald, Ulrich Nielsen, Claudia Tiedemann, e degli altri abitanti della fittizia (ma reale: esiste davvero sulla carta) cittadina tedesca? Quale l'elemento che ci risolleva dalla noia del già visto e fa sì che la serie creata nel 2017 da Baran bo Odar per Netflix possa competere nei nostri cuori - e nelle nostre menti - con cult della risma di Ritorno al futuro, sofisticati labirinti cognitivi come Westworld, o scanzonati prodotti narrativi come Stranger Things? Per provare a darci una risposta, potremmo partire dalla mente stessa del suo creatore. Regista e sceneggiatore, di origine turche per parte di madre e russe da parte di padre, bo Odar è, in realtà, nato in Svizzera. E gli svizzeri, oltre che per la setosa cioccolata e la precisione degli orologi (sarà un caso che H. G. Tannhaus, uno dei personaggi-chiave della serie, sia proprio un provetto costruttore di macchine misura-tempo?), sono famosi per lo sguardo aspro, ma compassato, che sanno rivolgere a se stessi (si leggano, per averne prova, i lavori di Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt). Come segugi, gli autori elvetici si infilano tra le curve a gomito di una vita quotidiana a prova di censura. Le torchiano, le psicanalizzano. Ne mettono in luce i meccanismi labirintici più sepolti. Eppure, ciò non vuol dire che, una volta esposti, i nodi della matassa possano essere ravviati. E Dark, in questo senso, ne è l'ennesima prova.

Se infatti la prima stagione dello show ci aveva afferrato per le viscere, implorando il binge-watching e facendoci credere che potessimo incontrare ad ogni momento i suoi eroi e le sue eroine al supermercato - una sorta di "effetto Twin Peaks" - la seconda di almeno tre parti si presenta nelle vesti di un cubo di Rubik: sfaccettata, complessa, difficile da trattare. La cintura di autostrade temporali, però, regge. Ed è proprio grazie a questa meticolosa costruzione di cornice che gli autori possono far trasparire ciò che nella prima stagione era passato in sordina: che Dark è, certo, un enigma da svelare; ma che, prima di questo, è il racconto di un'umanità in perenne ricerca, faustianamente affannata nello sforzo del ricondurre la propria esistenza nell'alveo di un'impalcatura sovrastante.
Elisa Teneggi, vincitrice del Premio Scrivere di Cinema

Dark è un esercizio di maieutica: una metafora delle storie che ci raccontiamo per assegnare un valore all'incognita della nostra esistenza. Il tempo, a Winden, è reversibile al pari di un nastro di Moebius: statico, proprio quando è in moto. Ora, come mai. Domani, come ieri. Come inneggia il motto della misteriosa setta senza tempo capeggiata da Adam, "Sic mundus creatus est". La frase, però, non specifica da chi il mondo sia stato creato. Uscendo dalla stretta logica della trama, il mondo, il nostro mondo, e quello che condividiamo, è stato creato da noi, e dall'inesausto tentativo di scrutarvi un senso. Per questo Dark, anche nella sua arzigogolata seconda stagione, continua a creare seri problemi di dipendenza. Perché non smetteremo mai di cercare, come non smetteranno i suoi protagonisti. Perché non potremo mai conoscere del tutto noi stessi, e perché ci saranno giorni in cui crederemo di sapere anche troppo. Ci si sente a casa, nell'oscuro tunnel di pietra che taglia le radici della foresta di Winden. Finalmente siamo stati compresi. Gli svizzeri dovrebbero essere ricordati per ben più che succulenti dolciumi e puntigliosa puntualità.


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