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marychan
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lunedì 10 aprile 2017
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un tema che fa riflettere
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Si può stare a discutere sulle dubbie scene del film, come il passaggio radente la stella o il fatto che il protagonista, morto da un po', torni magicamente alla vita senza danni neuronali, o ancora che l'unico modo di salvare l'astronave Avalon sia aprire manualmente il solito portello dall'esterno, ma se si guarda nell'insieme è un film geniale, che fa molto riflettere. Inevitabilmente chi lo guarda si chiede cosa avrebbe fatto al posto di Jim, un meccanico unico risvegliato dall'ibernazione in un viaggio che dovrebbe durare altri novant'anni. Morire sulla nave è già di per sé un bel peso, ma sopportarlo da soli è al limite della pazzia, ed è per questo che alla fine risveglia Aurora, una bellissima giornalista.
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Si può stare a discutere sulle dubbie scene del film, come il passaggio radente la stella o il fatto che il protagonista, morto da un po', torni magicamente alla vita senza danni neuronali, o ancora che l'unico modo di salvare l'astronave Avalon sia aprire manualmente il solito portello dall'esterno, ma se si guarda nell'insieme è un film geniale, che fa molto riflettere. Inevitabilmente chi lo guarda si chiede cosa avrebbe fatto al posto di Jim, un meccanico unico risvegliato dall'ibernazione in un viaggio che dovrebbe durare altri novant'anni. Morire sulla nave è già di per sé un bel peso, ma sopportarlo da soli è al limite della pazzia, ed è per questo che alla fine risveglia Aurora, una bellissima giornalista. Una sorta di versione moderna del mito di Adamo ed Eva, una parabola sull'amore che fa seriamente riflettere su quello che da sempre l'uomo cerca, ovvero il senso della vita, quel traguardo che tutti cercano ma non sanno dove trovarlo, né se arriverà mai. Non che ci sia una risposta a riguardo, ma il film ricorda a tutti che se anche non si è certi dei propri obiettivi, la vita è più bella se la si vive insieme ad una persona speciale.
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romeodelguasta
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lunedì 15 maggio 2017
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recensione passengers -no spoiler-
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Film che lascia riflettere, e cerca di nascondere incongruenze con colpi di scena, e con più che discreti effetti speciali. Alcuni mozzafiato, come quello dell'assenza di gravità in piscina.
Visibile l'intenzione dell'autore di rivisitare i soliti luoghi comuni sull'amore, ma con uno sfondo diverso, stavolta. Tante le possibili morali.
In sé, l'idea della trama è interessante, e anche la costruzione dell'idea, segue un preciso schema, ma se cercate complessità e perfezione, questo non è il vostro genere, guardate Interstellar. Se cercate un bel film da guardare in famiglia, invece, per rimanere incollati allo schermo, allora avete fatto una scelta più che azzeccata.
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Film che lascia riflettere, e cerca di nascondere incongruenze con colpi di scena, e con più che discreti effetti speciali. Alcuni mozzafiato, come quello dell'assenza di gravità in piscina.
Visibile l'intenzione dell'autore di rivisitare i soliti luoghi comuni sull'amore, ma con uno sfondo diverso, stavolta. Tante le possibili morali.
In sé, l'idea della trama è interessante, e anche la costruzione dell'idea, segue un preciso schema, ma se cercate complessità e perfezione, questo non è il vostro genere, guardate Interstellar. Se cercate un bel film da guardare in famiglia, invece, per rimanere incollati allo schermo, allora avete fatto una scelta più che azzeccata. È infatti questa la categoria in cui rientra Passengers di Morten Tyldium.
Voto: 3,3 stelle
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falimilla
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lunedì 9 gennaio 2017
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un amore un po' troppo fantascientifico
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Buona l'idea alla base e originali alcuni pezzi della sceneggiatura, troppo fantascientifici altri e mediocre collegamento tra diversi passaggi del film. Un po' noioso il primo tempo, più scorrevole il secondo. Alcuni passaggi fanno più sorridere che focalizzare l'attenzione sull'evolversi della vicenda. Ben fatti alcuni effetti speciali. Buona, non di più, interpretazione della Lawrence, appena sufficiente quella di Pratt. Poco ingegno nei passaggi decisivi: Arthur, il robot, che svela a lei il suo risveglio indotto; le improvvise competenze tecniche dei due protagonisti; la facilità nel trovare il problema della navicella; il florido ecosistema che tutti gli altri ritrovano al loro risveglio, dopo che i protagonisti sono, verosimilmente, morti da 40 anni almeno.
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Buona l'idea alla base e originali alcuni pezzi della sceneggiatura, troppo fantascientifici altri e mediocre collegamento tra diversi passaggi del film. Un po' noioso il primo tempo, più scorrevole il secondo. Alcuni passaggi fanno più sorridere che focalizzare l'attenzione sull'evolversi della vicenda. Ben fatti alcuni effetti speciali. Buona, non di più, interpretazione della Lawrence, appena sufficiente quella di Pratt. Poco ingegno nei passaggi decisivi: Arthur, il robot, che svela a lei il suo risveglio indotto; le improvvise competenze tecniche dei due protagonisti; la facilità nel trovare il problema della navicella; il florido ecosistema che tutti gli altri ritrovano al loro risveglio, dopo che i protagonisti sono, verosimilmente, morti da 40 anni almeno. Il (non) finale meritava una maggiore trattazione e profondità. Probabilmente l'idea di partenza, con una sceneggiatura più solida, un'approfondita introspezione dei personaggi e una maggiore fluidità, avrebbe potuto dar vita ad un bel risultato.
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cristian
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mercoledì 1 febbraio 2017
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passengers. un film che non si lascia ricordare.
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Sesta opera da regista per Morten Tyldum da cui ci si aspettava non poco, visto l’ottimo riscontro avuto con il precedente The Imitation Game, pellicola che gli è valsa anche la candidatura all’Oscar come miglior regista. Invece, la delusione per la sua ultima fatica, Passengers, è parecchia. La sceneggiatura di Jon Spaihts (primo sceneggiatore di Prometheus; Doctor Strange; il prossimo La Mummia) è piatta, con dialoghi (non molti in realtà, vista la natura del film) abbastanza banali e di scarso impatto. Alla fotografia Rodrigo Prieto (La 25esima ora; 21 grammi; Alexander; I segreti di Brokeback Mountain; Argo; The Wolf of Wall Street; e il prossimo all’uscita Silence) e alle musiche Thomas Newman (Le ali della libertà; L’uomo che sussurrava ai cavalli; Vi presento Joe Black; American Beauty; Il Miglio Verde; Il ponte delle spie) vanno di pari passo con regia e sceneggiatura (almeno la coerenza si salva!), concorrendo a creare un film senza carattere.
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Sesta opera da regista per Morten Tyldum da cui ci si aspettava non poco, visto l’ottimo riscontro avuto con il precedente The Imitation Game, pellicola che gli è valsa anche la candidatura all’Oscar come miglior regista. Invece, la delusione per la sua ultima fatica, Passengers, è parecchia. La sceneggiatura di Jon Spaihts (primo sceneggiatore di Prometheus; Doctor Strange; il prossimo La Mummia) è piatta, con dialoghi (non molti in realtà, vista la natura del film) abbastanza banali e di scarso impatto. Alla fotografia Rodrigo Prieto (La 25esima ora; 21 grammi; Alexander; I segreti di Brokeback Mountain; Argo; The Wolf of Wall Street; e il prossimo all’uscita Silence) e alle musiche Thomas Newman (Le ali della libertà; L’uomo che sussurrava ai cavalli; Vi presento Joe Black; American Beauty; Il Miglio Verde; Il ponte delle spie) vanno di pari passo con regia e sceneggiatura (almeno la coerenza si salva!), concorrendo a creare un film senza carattere. Apprezzabile invece la scenografia di Guy Hendrix Dyas (X-men 2, Inception, Steve Jobs) che ci lascia qualche spunto di riflessione interessante. Il mini-super cast (Chris Pratt, Jennifer Lawrence) a poco o nulla è servito nel tentativo di risollevare le sorti di un’opera che solo all’inizio pare mostrare buone intenzioni.
L’astronave Avalon, che ospita a bordo più di 5.000 coloni in sonno criogenico, deve compiere un viaggio interstellare di 120 anni per raggiungere, dalla terra, il pianeta Homestead II, nuova futura casa per i terrestri. Durante il viaggio un impatto con uno sciame di meteoriti provoca diversi danni all’astronave, uno dei quali causa il risveglio anticipato, di circa 90 anni, di uno dei passeggeri, Jim Preston (Chris Pratt). Jim quasi subito si arrende ad un atroce destino di solitudine, con la sola compagnia del barista/robot Arthur (Michael Sheen) a confortarlo. L’eremitismo involontario del protagonista non tarderà (diciamo così) a terminare dal momento che un’altra passeggera, Aurora Lane (Jennifer Lawrence), si sveglierà dal criosonno e diventerà compagna (a tutti gli effetti) d’avventura del buon Jim. I due, insieme, dovranno cercare un modo per riparare i danni provocati all’astronave e, se possibile, tornare in sonno criogenico per potersi risvegliare stavolta al momento prestabilito, 90 anni dopo.
Il film del Norvegese Tyldum inizia con spunti interessanti che potrebbero rappresentare dunque i punti chiave attorno cui far girare la prossima ora e passa di pellicola. Purtroppo non è così! La parte coinvolgente, tutti in sala lo sanno, non può durare a lungo perché si sa che prima o poi l’entrata in scena della Lawrence romperà l’interessante solitudine di Chris e la piega che potrà prendere la storia, da quel momento in avanti, è facilmente e troppo banalmente immaginabile. Nessuna critica alla Lawrence, sia chiaro, sempre brava a calarsi nei personaggi che interpreta, ma allo svolgimento della trama. Quindi siamo giunti alla storia d’amore: lunga, matrimoniale, sdolcinata, armoniosa, egoista e noiosa! La fantascienza (o avventura, come qualcuno ha definito il genere a cui questo film apparterrebbe), ci si rende conto, fa solo da sfondo ad una storia d’amore non convenzionale soltanto per l’ambientazione. C’è l’ovvio tentativo, con il prosieguo della storia, di ritornare a qualche faccendina lasciata in sospeso. “Moriamo noi e tutti gli altri 5.000 passeggeri, oppure mettiamo un attimo da parte le smancerie, cerchiamo di riparare il possibile in questa maledetta astronave e facciamo un tentativo per arrivare in qualche modo a destinazione?”. “Ma si dai”. Anche qui delusione! Nessun colpo di scena. Tutto va come deve andare. Manca la tensione nelle scene chiave e non sono assenti, e accettabili per lo spettatore, ingenue (fin troppo!) e assurde imperfezioni nella costruzione della supermega tecnologica astronave. Imperfezioni accettabili se non fossero state decisive nello svolgersi della trama. Ma lo sono. A ciò si aggiungono le incongruenze che riguardano il processo stesso di criogenesi. In definitiva, il film scorre lento, manca di verve e alla fine è sembrato che fosse durato di più rispetto ai suoi 95 minuti ca. Pratt e Lawrence, complici molte cose che non funzionano intorno a loro, risultano bravi ma non eccelsi. Non si riesce a creare un legame tra i protagonisti e lo spettatore, il quale invece si annoia per gran parte del film. Piccola nota di merito per la scenografia di Guy Hendrix Dyas che ci consegna un’ambientazione super tecnologica, artificiale, lussuosa, fredda, in cui predomina un bianco senza sentimenti. Certo, è tutto temporaneamente meraviglioso sulla Avalon, con i suoi comfort ecc., ma resta pur sempre una macchina creata dall’uomo che mai potrà ideare qualcosa di tangibile che possa essere paragonata o che addirittura possa sostituire la Natura, a cui l’uomo non deve mai rinunciare e, come suo ospite, non deve mai dimenticarsi di prendersene cura (ad un certo punto Jim, pienamente annoiato dalla false bellezze della Avalon, pianta un verde albero al centro di un salone enorme e triste). Le banali ma decisive imperfezioni dell’astronave, infine, sono il frutto della superficialità umana che cresce proporzionalmente al migliorare della tecnologia a cui ci affidiamo sempre più, spesso dimenticandoci, a carissimo prezzo, chi ne è l’artefice.
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gianleo67
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domenica 26 febbraio 2017
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romeo&juliet...lost in space
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Risvegliatosi accidentalmente dal sonno criogenetico a seguito dell'impatto dell'astronave su cui viaggia con un campo meteoritico, il tecnico Jim Preston si ritrova tutto solo e con ancora novant'anni di tempo prima di raggiungere la destinazione verso cui è diretto insieme ai 5000 colonizzatori di un lontano mondo extrasolare.
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Risvegliatosi accidentalmente dal sonno criogenetico a seguito dell'impatto dell'astronave su cui viaggia con un campo meteoritico, il tecnico Jim Preston si ritrova tutto solo e con ancora novant'anni di tempo prima di raggiungere la destinazione verso cui è diretto insieme ai 5000 colonizzatori di un lontano mondo extrasolare. Resiste appena un anno prima di risvegliare la bella scrittrice Aurora Lane, giusto per avere un pò di compagnia, condannandola ad una vita di reclusione durante il lungo viaggio interstellare. La ragazza però, scopre ben presto l'inganno del suo amorevole compagno di sventura...
Col pretesto della fantascienza da trasporto e con i mezzi di quella da riporto, Morten Tyldum mette in scena un fastoso baraccone da 110 milioni di dollari per trasporre sullo schermo la negletta sceneggiatura di Jon Spaihts (acquistata dalla Sony Pictures Entertainment per un budget altrettanto faraonico) e con essa una patinatissima vicenda sentimentale sullo sfondo di paesaggi cosmici degni di HST, passeggiate spaziali stile ISS e fornicazioni in gravitazione centrifuga alla 2001-S.O. Davvero un record nello spreco di capitali se l'intento era quello di raccontare una esilissima storiella di attrazione sessuale tra colonizzatori senza progenie, in una piece da camera con due personaggi due (toh tre, massimo tre e mezzo se contiamo l'androide barista semovente!) che si innamorano, si lasciano e si ripigliano sulla scorta della solita emergenza incendiaria che rischia di mandare in fumo i sogni d'amore di due forzati dell'insonnia criogenetica e quelli di colonizzazione delle altre cinque migliaia di ignavi dormienti. Se la gestione del tempo filmico e quella dello spazio scenografico però, sono sufficienti a destare l'attenzione dello spettatore oltre la soglia di una prevedibile narcolessia, come pure le spettacolari soluzioni ad effetto in CGI tra sgargianti cromosfere di stelle III K, regioni H II che si stagliano sul fondo galattico e mortali trappole liquide di forma sferica, non sembra altrettanto per uno sviluppo psicologico da teen-movie, dove l'angoscia di una irrimediabile solitudine (Moon), le riflessioni epicuree sul carpe diem (Solaris) ed il senso più alto di una missione di amore e sacrificio (Mission to Mars) si risolvono nelle schermaglie sentimentali degli aitanti rappresentanti di ceti sociali inconciliabili destinati a condividere le prevedibili gioie di una colazione alla francesce e gli inevitabili piaceri del talamo nuziale. Sorvolando su un immaginario sci-fi in cui la sospensione dell'incredulità (o la semplice e beata ignoranza scientifica) rendono accettabili le inverosimiglianze degli avventurosi infortuni spaziali e delle prevedibili soluzioni adottate per farvi fronte, quello che meno convince dell'operazione è proprio la sua scontata vicenda drammaturgica, tra lo scimmiottamento surreale di una follia da bar stile Overlook Hotel ed i risvolti tragicomici di un paio di dilemmi etici (svegliare o no la bella Giulietta, riaddormentarsi o no abbandonado Romeo alla sua ineluttabile solitudine) che trova la risposta in un finale che ci insegna che quello che conta nella vita (come nel viaggio) non è mai la destinazione, ma solo il cammino. Perfettamente in parte Jennifer Lawrence e Chris Pratt nei rispettivi ruoli di una soap hollywoodiana in piena regola e spreco di risorse con poca fantasia di casting nel finale: tra il solito ufficiale in divisa di un Laurence Fishburne carismatico e generoso e l'equipaggio dell'Enterprise al completo (pure Sulu e Uhura!) per la comparsata del comandante di grido di un Andy Garcia che si guadagna il cachet senza fare neanche un fiato. Candidato agli Oscar 2017 per colonna sonora e scenografia.
"Si è così impegnati a raggiungere quello che si vuole essere che ci si dimentica di realizzare la maggior parte di ciò che si è. Ci siamo persi lungo il cammino, ma ci siamo trovati l'un l'altro. Ed abbiamo vissuto. Una meravigliosa vita...insieme."
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cinelady
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lunedì 6 novembre 2017
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in due è meglio
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Innanzitutto, una premessa: “Passengers” non è un film di fantascienza, bensì una love story ambientata su un’astronave. Il genere fantascientifico è un genere fortemente contaminato da temi filosofici, che dovrebbero portare lo spettatore a porsi delle domande, a riflettere, su temi come il futuro dell’uomo, o potenziali invasioni aliene, o su possibili altri mondi. E quello che manca in questo film sono proprio degli spunti di riflessione, che ci sarebbero anche stati, se la sceneggiatura non avesse sviluppato principalmente un banalissimo intreccio romantico. La parte più riuscita infatti è la prima, in cui Jim si ritrova da solo sull’enorme astronave, con la sola compagnia del barman androide Arthur, una chiara citazione a “Shining”, a mio avviso il personaggio più riuscito.
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Innanzitutto, una premessa: “Passengers” non è un film di fantascienza, bensì una love story ambientata su un’astronave. Il genere fantascientifico è un genere fortemente contaminato da temi filosofici, che dovrebbero portare lo spettatore a porsi delle domande, a riflettere, su temi come il futuro dell’uomo, o potenziali invasioni aliene, o su possibili altri mondi. E quello che manca in questo film sono proprio degli spunti di riflessione, che ci sarebbero anche stati, se la sceneggiatura non avesse sviluppato principalmente un banalissimo intreccio romantico. La parte più riuscita infatti è la prima, in cui Jim si ritrova da solo sull’enorme astronave, con la sola compagnia del barman androide Arthur, una chiara citazione a “Shining”, a mio avviso il personaggio più riuscito. Una volta risvegliata Aurora, protagonista sicuramente più debole rispetto a Jim, la trama prende una piega decisamente programmatica, in cui le domande morali, già prima poco approfondite, diventano ancora più esigue e in cui anche le svolte che dovrebbero fungere da colpi di scena sono piuttosto prevedibili. E poi secondo me la parte più interessante della storia è ciò che succede ai protagonisti una volta terminati gli eventi del film: cioè, nessuno si è chiesto come passeranno i loro futuri ottant’anni insieme, come evolverà la loro storia?
Un altro aspetto che a me personalmente è l’estetismo soffocante, con ambienti fin troppo illuminati e scintillanti e costumi artificiosi che sembrano usciti da un catalogo di moda. Tutti questi aspetti patinati fanno sembrare il film un enorme spot pubblicitario per viaggi spaziali e non fanno altro che riportare la storia su un piano favolistico, che il nome dell’astronave, Avalon, e della protagonista, Aurora (ovvero la Bella Addromentata), non fanno che sottolineare.
Questo è il mio punto di vista, dunque sono considerazioni soggettive.
Detto questo, “Passengers” non è un brutto film: gli attori sono bravi e gli effetti speciali ben realizzati, ma di certo funziona solo per chi ha voglia di passare il tempo con una storia d’amore e due begli attori, non per chi, come me, cerca spunti di riflessione o visioni appaganti.
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eleonora panzeri
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sabato 31 dicembre 2016
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il peso della solitudine
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Protagonista di questo film l'Avalon, una nave intergalattica, con il compito di completare un lunghissimo viaggio. A bordo 5000 passeggeri, sospesi in un sonno criogenico in attesa di arrivare in una delle nuove colonie della Terra. Tutto sembra essere tranquillo nell'immensità dello spazio, tra stelle ed asteroidi fino a quando un guasto non causerà l'apertura accidentale di una delle capsule di ibernazione. Lo sfortunato Jim, si ritroverà solo, 90 anni prima del tempo, in una location tanto attraente quando fredda ed impersonale.
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Protagonista di questo film l'Avalon, una nave intergalattica, con il compito di completare un lunghissimo viaggio. A bordo 5000 passeggeri, sospesi in un sonno criogenico in attesa di arrivare in una delle nuove colonie della Terra. Tutto sembra essere tranquillo nell'immensità dello spazio, tra stelle ed asteroidi fino a quando un guasto non causerà l'apertura accidentale di una delle capsule di ibernazione. Lo sfortunato Jim, si ritroverà solo, 90 anni prima del tempo, in una location tanto attraente quando fredda ed impersonale. Un film molto ben realizzato in termini di ambientazioni e di effetti speciali. Piacevole anche la trama, che si scosta dai classici film del genere, puntando molto sull'analisi psicologica dei personaggi. Per contro alcuni punti della storia traballano come la stessa astronave, popolata da macchine formidabili e completamente stupide, incapaci di prevedere la cosa più probabile tra tutte: un incidente. Idiota e presuntuosa sarebbe un'umanità che ancora una volta crea macchine con l'assurda fiducia che possano non avere intoppi. Trascinante e controversa la vicenda che coinvolgerà i due protagonisti, fino a metà film. Nella seconda parte della storia gli eventi diventano zoppicanti e confusi, per non parlare dell'epilogo, romantico ed originale, ma quando mai utopico e zuccheroso.
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tizianino
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martedì 3 gennaio 2017
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non entusiasma. e dal lato scientifico fa acqua
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L'inizio è promettente, offre uno spunto suggestivo: risvegliarsi soli su un'astronave, nel mezzo di un viaggio interstellare, a 90 anni dalla meta. Ma poi il film tende a deludere le aspettative, si trasforma in una scontata e sdolcinata storia d'amore, terminando con un finale a dir poco ridicolo: un reattore nucleare che consente di viaggiare a 150mila km al secondo, viene raffreddato aprendo uno sportellino. Dal punto di vista scientifico la sceneggiatura fa acqua da molte altre parti, cadendo veramente nel patetico anche con la "resurrezione" di Jim. L'attore più bravo di tutti è il barista.
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flyanto
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mercoledì 4 gennaio 2017
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un futuro che non si è svolto secondo i piani stab
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I passeggeri a cui si riferisce il titolo del film sono circa i 5000 individui che hanno preso la decisione di lasciare per sempre la Terra e costruirsi una nuova esistenza in un nuovo pianeta dove approderanno dopo 90 anni, che è il tempo necessario per raggiungerlo. Nel frattempo tutti viaggiano all'interno della navicella spaziale perfettamente addormentati in ogni singola capsula sino alla data programmata per il loro risveglio praticamente un secolo dopo. Ma poichè avviene un piccolo guasto all'intero sistema dovuto ad uno scontro con un meteorite, un giovane si risveglia inaspettatamente circa 89 anni prima della data stabilita e, ovviamente quanto mai spaesato, si ritrova a vagare solitario dentro la navicella.
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I passeggeri a cui si riferisce il titolo del film sono circa i 5000 individui che hanno preso la decisione di lasciare per sempre la Terra e costruirsi una nuova esistenza in un nuovo pianeta dove approderanno dopo 90 anni, che è il tempo necessario per raggiungerlo. Nel frattempo tutti viaggiano all'interno della navicella spaziale perfettamente addormentati in ogni singola capsula sino alla data programmata per il loro risveglio praticamente un secolo dopo. Ma poichè avviene un piccolo guasto all'intero sistema dovuto ad uno scontro con un meteorite, un giovane si risveglia inaspettatamente circa 89 anni prima della data stabilita e, ovviamente quanto mai spaesato, si ritrova a vagare solitario dentro la navicella. L'unica compagnia di cui può disporre e con cui può colloquiare è un barman robot del lounge bar. Il protagonista trascorre così un anno da solo dedicando il proprio tempo a svariate occupazioni come fare sport, gustarsi prelibate cene, colloquiare col robot e dedicarsi alla ricerca di trovare una soluzione alla sua solitudine. Notando ed ammirando una passeggera, dopo non pochi dubbi se svegliarla anzitempo o meno, decide per la prima opzione cosicchè d'ora in poi egli potrà passare e dividere il tempo e lo spazio della navicella in sua compagnia. All'inizio sembra andare tutto bene , ma una volta scoperto da parte della ragazza di essere stata svegliata apposta antecedentemente la data stabilita, la coppia inizia inevitabilmente ad entrare in conflitto e, più precisamente, la ragazza a cercare di evitare in tutti i modi ogni possibile incontro o contatto col giovane. Da qui la situazione si complicherà parecchio in quanto l'astronave comincerà a manifestare evidenti segni di guasti tecnici che i due dovranno assolutamente riparare al fine di non creare un impatto mortale con qualche meteorite e condurre alla morte gli altri compagni di viaggio ancora addormentati.....
Il film si divide nettamente in due parti: la prima, peraltro più interessante, in cui vi sono rappresentati prima la solitudine del protagonista maschile e poi l'approccio e la vita giornaliera in comune dei due giovani; la seconda, più scontata, che si ricollega maggiormente a precedenti films su eventuali utopie future, in cui è concentrata tutta la presentazione della lotta e degli sforzi che la coppia deve fare al fine di salvare se stessi e l'intera astronave. Ma nel complesso il film è molto ben girato e ben interpretato dagli aitanti attori Jennifer Lawrence e Chris Pratt che abilmente sono stati scelti dal regista Morten Tyldum per rispecchiare fisicamente l'ideale di un'umanità giovane, perfetta ed in salute, adatta proprio ad un programma futuro di eugenetica. Quello però che risulta interessante, al di là delle imprese spettacolari e di coraggio ambientate nello spazio, è soprattutto la tematica proposta: il desiderio da parte dell'uomo, inteso come essere umano, a non vivere da solo, ma intento a costruirsi un nucleo familiare con cui condividere la propria esistenza futura per non incorrere in una condizione psicologica di alienazione e distacco totale da tutto. Ed i personaggi protagonisti, nonostante abbiano scelto deliberatamente di volere costruirsi una nuova vita, al momento del risveglio prematuro, si comportano esattamente secondo i consueti atteggiamenti comportamentali (colloquiando, flirtando, facendo sesso, bisticciando, facendo sport, ecc...) di tutti gli individui, facendo emergere chiaramente la propria natura di essere umani legati ancora alla Terra.
Interessante e, dunque, consigliabile.
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pontello
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domenica 8 gennaio 2017
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polpettone spaziale
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Un film con un'interessante idea di base, sviluppato nel peggiore dei modi.
5000 persone, ibernate su una nave guidata da un computer, si stanno dirigendo su un nuovo pianeta per colonizzarlo. Una capsula, a causa di un malfunzionamento, sveglia un solo uomo con 90 anni di anticipo sul previsto: il suo destino è morire, da solo, nel viaggio verso la colonia.
Che cosa fare? Lasciarsi immediatamente morire? Vivere in solitudine? Svegliare alcune persone? Svegliarle tutte? Sceglierne una sola per vivere con lei?
SPOILER
La scelta ricade sull'ultima ipotesi. Il che non sarebbe un male, se il tutto non si risolvesse, purtroppo, in una noiosissima e banale storiella d'amore, rovinata da un barman guastafeste, ma poi risolta con il più telefonato dei lieti fine.
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Un film con un'interessante idea di base, sviluppato nel peggiore dei modi.
5000 persone, ibernate su una nave guidata da un computer, si stanno dirigendo su un nuovo pianeta per colonizzarlo. Una capsula, a causa di un malfunzionamento, sveglia un solo uomo con 90 anni di anticipo sul previsto: il suo destino è morire, da solo, nel viaggio verso la colonia.
Che cosa fare? Lasciarsi immediatamente morire? Vivere in solitudine? Svegliare alcune persone? Svegliarle tutte? Sceglierne una sola per vivere con lei?
SPOILER
La scelta ricade sull'ultima ipotesi. Il che non sarebbe un male, se il tutto non si risolvesse, purtroppo, in una noiosissima e banale storiella d'amore, rovinata da un barman guastafeste, ma poi risolta con il più telefonato dei lieti fine.
Esclusi i primi 20 minuti di film, questa pellicola risulta essere un pessimo mix di cose già viste e straviste. Passi la (divertente) parte in cui si cita (?) l'inizio di The Last Man on Earth, per il resto abbiamo un po' di Titanic, un pizzico di Interstellar, una manciata di Mission to Mars e una spruzzatina di Gravity, senza avere, però, niente degli aspetti positivi dei lavori citati.
Noia allo stato puro, intervallata da qualche scena suggestiva (ma non certo originale) e con gli ultimi 15 minuti (su due ore di film), che avrebbero dovuto rappresentare la parte di azione - "l'affondamento della nave" di Titanic -, che raccolgono una serie così grande di stupidaggini tanto inverosimili, quanto prevedibili, da far catalogare direttamente il film come ****ta pazzesca, di fantozziana memoria.
Barbie e Ken sono due splendidi protagonisti: i quindicenni potranno rifarsi gli occhi. Tutti gli altri, non buttino due ore così.
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