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«solo smarrendosi ci si può ritrovare». Easy - Un viaggio facile facile è al cinema

Il regista Andrea Magnani racconta il suo film, road movie capace di far sorridere senza mai smettere di far pensare. Al cinema.
di Giancarlo Zappoli

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Nicola Nocella (39 anni) 14 giugno 1981, Terlizzi (Italia) - Gemelli. Interpreta Isidoro nel film di Andrea Magnani Easy - Un viaggio facile facile.
venerdì 1 settembre 2017 - Incontri

Cominciamo con una domanda da salone di barbiere: Nocella con barba e senza barba. Perché?
C'era il bisogno di mettere a nudo Isidoro/Easy come capita un po' a tutti noi quando arriviamo in luoghi sconosciuti. Nocella, che di solito non ha la barba, ci si era abituato così come ai chili in più che gli avevo fatto prendere. Era per lui un modo nuovo di abitare il proprio corpo come se fosse sconosciuto.

Il tema del lavoro nero era presente sin dall'inizio nella sceneggiatura?
Sì, non c'erano invece le conseguenze che deve subire il fratello responsabile della morte dell'operaio. Mi interessava proporre una riflessione sulla maniera spiccia con cui talvolta in Italia vogliamo pensare di risolvere i problemi.

Senza fare spoiler ti confermo la mia convinzione che il finale del film sia decisamente coraggioso. Cosa ci puoi dire in proposito?
Posso invitare gli spettatori ad osservare come all'inizio Easy sia seduto su un comignolo e di confrontarlo con l'ultima inquadratura.

Cosa puoi dirci della realtà rurale che si attraversa nel corso del viaggio. Sono location che sembrano avere un significato preciso.
La realtà rurale è stata presente da sempre nello script. La mia idea era che nello smarrirsi ci si potesse ritrovare in luoghi e situazioni che noi diamo per superate ed invece esistono realmente anche se noi le abbiamo trasformate in fiction. La nostra società è costantemente 'connessa'. Io volevo mostrarlo nella prima parte per poi man mano abbandonarli per entrare in un'altra realtà.


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In foto una scena del film.
In foto una scena del film.
In foto una scena del film.

La meta è l'Ucraina. Si tratta di una scelta legata alla coproduzione o ci sono altri motivi?
Inizialmente pensavo a un'altra nazione. Poi, mentre sviluppavo la sceneggiatura in un workshop europeo una produzione ucraina l'ha letta e mi ha proposto di girarlo da loro perché gli era molto piaciuta. Ho accettato di fare un viaggio con loro e ho scoperto un Paese che mi donava le cose che mi servivano per il film. Da un lato la difficoltà di comunicare e dall'altro gli spazi immensi, le pianure senza fine che non trovi altrove. Solo dopo è partita la co-produzione.

Come è stato lavorare con cast e troupe del luogo?
Eravamo solo in tre italiani: io, Nocella e l'aiuto regista Marco Cervelli. A parte il direttore della fotografia che parlava in un ottimo inglese, il nostro non si poteva definire oxfordiano e anche da parte loro c'erano molte difficoltà. Ma la diffidenza iniziale si è trasformata, come per magia, in una collaborazione che si avvaleva anche della gestualità. Sono nate delle amicizie che durano.

Di tutti gli incontri che fa Easy nel percorso due mi sembrano particolari: la famiglia cinese e il sacerdote. Ce ne vuoi parlare?
All'inizio i cinesi (che sono effettivamente presenti con ristoranti anche in Ucraina) dovevano essere una famiglia con padre e madre. Facendo il casting ho invece trovato una donna con due figlie e un'anziana con un volto molto interessante e ho deciso di creare una famiglia tutta al femminile. Gli incontri che fa Isidoro, se ci fai caso, sono con persone che stanno perdendo qualcosa. Le cinesi perdono l'attività del ristorante, il prete sta lasciando la tonaca per una nuova vita.

Alla fine ti soffermi sul rito della sepoltura. Era necessario per lavorare sulla metafora o anche perché in Ucraina la religiosità ortodossa ha ancora un suo peso?
Ne ha molto. Il rito era dovuto perché nei Carpazi la religiosità è ancora molto forte. In quella scena tutti i figuranti sono vere persone del villaggio. Hanno scavato loro con la vanga la fossa e i cumuli che si vedono. Nella scena dell'arrivo di Easy quegli stessi figuranti non riuscivano a trattenersi dal ridere. La novità della presenza di una troupe ne suscitava l'ilarità ed è stato difficile trovare il modo di inquadrare senza che in campo ci fosse qualcuno che rideva o guardava in macchina. Nella scena del funerale il pope era un attore che aveva imparato le formule di rito e le pronunciava con grande serietà. In quel momento tutto è cambiato; le parole erano quelle delle sepolture e, anche se erano consapevoli della finzione, si sentivano come se non si potesse prendere in giro Dio. Tutti erano diventati seri e raccolti.

Un'ultima domanda: che effetto vi ha fatto l'accoglienza avuta a Locarno?
Facciamo ancora adesso fatica a rielaborare l'emozione vissuta in quella sala con 3000 persone presenti ed entusiaste (era la prima mondiale del film). Anche la stampa ci ha subito accolto con favore e non possiamo fare altro che ringraziare il Festival per l'esperienza vissuta.


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