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La stanza della madre

Inconciliabilità di cinema e vita in Nanni Moretti.
di Roy Menarini

Nanni Moretti (Giovanni Moretti) (67 anni) 19 agosto 1953, Brunico (Italia) - Leone. Regista del film Mia madre.

domenica 19 aprile 2015 - Approfondimenti

Chissà che cosa pensa Jasmine Trinca del fatto che tutti stiano plaudendo alla figura della regista donna interpretata da Margherita Buy in Mia madre immemori della sua figura di regista in Il caimano, di cui ritornano alcune strutture (sogni mescolati a visioni, montaggio narrativo libero e quasi a flusso di coscienza) e sequenze (il set notturno e altre storie di cinema nel cinema).
Non ci sembra inoltre che Margherita, in questo ultimo film di Nanni Moretti, possa essere considerata un alter ego dell'autore. Certo, mostra forme di controllo e di pratica registica non dissimili da quelle di Moretti, fragilità e autocritiche riconoscibili, ma anche tutta l'inadeguatezza, nevrosi e debolezze di carattere tipiche del personaggio-Buy tante volte messo in scena in questi anni. Sarà per questo che nel film, la protagonista chiede ai suoi attori di non annullarsi nel personaggio, ma di stargli a fianco. È Giovanni, invece, ad essere ancora una volta Moretti "himself", sia pure nascosto dietro un mestiere insolito - forse con qualche reminiscenza (l'interruzione del lavoro, le panchine su cui meditare) di Caos calmo, pellicola di cui non era solamente interprete ma demiurgo dissimulato.
Fin da Io sono un autarchico Moretti ha messo in scena due mestieri più di altri: lo psicanalista e il regista. Sogni d'oro è l'opera che più sembra ispirare Mia madre. Lì un regista doveva girare un film su Freud, mentre un suo collega girava una pellicola politica. Qui una regista che gira un film politico, con sogni e visioni freudiane. Il resto c'entra poco: Sogni d'oro è l'invettiva più furiosa e incontrollabile (nonché esilarante) del giovane Moretti, Mia madre il quarto film della presunta maturità del regista, giunta dopo gli sperimentalismi narrativi di Caro diario e Aprile.
Ma volendo insistere sulla galleria delle ossessioni e dei temi che ritornano, nel cinema di Moretti, ci sarebbe di che sbizzarrirsi. Fermiamoci qui, preferendo invece notare come negli ultimi film si faccia strada l'inconciliabilità tra due mondi, che spesso sono anche due nature dell'opera stessa. Nel Caimano la vita privata del produttore e il film su Berlusconi sono universi totalmente scissi (anche qualitativamente: tanto superficiale e deludente la crisi personale di Bonomo quanto suggestivo lo straniamento della figura berlusconiana). In Habemus Papam la storia del Pontefice nominato ma riottoso e quella dello psicanalista al Vaticano si intrecciano, non a caso, solo per un breve faccia a faccia: il primo segmento tenero e profetico, il secondo del tutto inefficace e persino irritante. Qui il problema si ripresenta, ma viene quasi "testualizzato": cinema e vita personale non si conciliano. Sul set succede un po' di tutto, anche grazie alla figura dell'attore (John Turturro) chiamata ad alleggerire il clima lugubre, mentre nella stanza d'ospedale della mamma (l'altro set, più mentale) si vede via via svanire una persona cara.
Ma anche senza elencare i problemi del film - che in buona sostanza si riassumono nell'adozione, da parte di quel Moretti che un tempo li attaccava a testa bassa, di cliché da cinema medio drammatico italiano (la sequenza del crollo emotivo di Margherita mentre cerca una bolletta smarrita ne è forse l'esempio più indicativo, ma l'elenco sarebbe lungo) - la sensazione è che da tempo Moretti abbia bisogno di mettere in scena il fantasma del lutto per riuscire a innescare quel dramma emotivo che per qualche ragione, a questo punto della sua opera, cerca di trovare a tutti i costi. La morte del ragazzo in La stanza del figlio, la morte della moglie in Caos calmo, la morte della genitrice in Mia madre, permettono al Moretti attore di aggirarsi per i film con aria grave, incassato tra le spalle, con espressioni addolorate e lampi di ironia, immergendo le opere in un contesto di gravitas spesso forzato, e sovente controbilanciato da sequenze comiche o surreali meno penetranti d'un tempo. Massimo rispetto per i dolori, le depressioni, le inadeguatezze di un autore che le confessa coraggiosamente in pubblico, ma ci teniamo il diritto di affermare che ci manca quella spudorata fusione di narcisismo, voglia di sperimentare e alterità radicale con le quali ha conquistato un posto tra i maestri del cinema contemporaneo.

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