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fabrizio54
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sabato 11 giugno 2016
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la vittoria dell'amore
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Visto ieri sera al cineforum. Inaspettatamente stracolmo di gente, al punto che è iniziato con venti minuti di ritardo.Sicuramente gente attratta dall'appeal del titolo italiano (azzeccatissimo commercialmente!) che butta un occhio ai nostri condomini ed uno ( anche nel logo) al romanticismo, al melodramma.
Il titolo originale francese "Asphalte" o quello della commercializzazione inglese "Macadam stories" ( il macadam è un tipo di pavimentazione stradale grigia ) non avrebbero sortito lo stesso risultato di audience. Ma sarebbe stato più intonato al leitmotiv della pellicola dove è il colore grigio (fisico) dei tristissimi degradati casermoni e delle strade di una imprecisata "banlieue" francese, del tempo uggioso e il grigio (dell'anima, della solitudine, dell'assenza) dei personaggi .
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Visto ieri sera al cineforum. Inaspettatamente stracolmo di gente, al punto che è iniziato con venti minuti di ritardo.Sicuramente gente attratta dall'appeal del titolo italiano (azzeccatissimo commercialmente!) che butta un occhio ai nostri condomini ed uno ( anche nel logo) al romanticismo, al melodramma.
Il titolo originale francese "Asphalte" o quello della commercializzazione inglese "Macadam stories" ( il macadam è un tipo di pavimentazione stradale grigia ) non avrebbero sortito lo stesso risultato di audience. Ma sarebbe stato più intonato al leitmotiv della pellicola dove è il colore grigio (fisico) dei tristissimi degradati casermoni e delle strade di una imprecisata "banlieue" francese, del tempo uggioso e il grigio (dell'anima, della solitudine, dell'assenza) dei personaggi ... il vero cromatico conduttore, in contrapposizione ai colori vivi e smaglianti dei film dello spagnolo Almodovar. Un film a episodi separati e non intersecanti tra tre coppie di personaggi, ognuno dei quali con la "propria solitudine" e la propria assenza, che sembrerebbe essere di primo acchito il tema principale di questo commovente e ,in alcuni rari momenti anche esilarante, francesissimo bel film, una pellicola che trasforma quella che avrebbe potuto essere la classica storia degli inquilini di un palazzo in un racconto surreale, leggero come una piuma, ambientato in una periferia straniante.
La solitudine certamente la fa da padrona, ma non è il protagonista sostanziale che è in realtà proprio l'energia primaria, l' Amore ( sempre con l'A maiuscola), in tutte le sue declinazioni: di coppia e sensuale, filiale, materno, timido Amor da dolce stilnovo, che vince la tristezza di questi "cuori infranti" combattendo la solitudine e ridando scopo alla vita di tutti e sei i meravigliosi personaggi che costituiscono le tre coppie narrate.
I dialoghi sono perfetti e poetici, divertenti e minimalisti. Si vede che Samuel Benchetrit, il regista di soli quarantatre anni, è prima di tutto uno scrittore. C'è un qualcosa che cattura lo spettatore, tutto ciò che è l'inatteso nella vita, ciò che può nascere da piccolissime cose, dettagli, dal caso, qui è presente. Il film è fatto di atmosfere: i colori delle periferie, il vuoto delle loro strade, il cielo sempre più o meno uguale, i rumori…, anzi quel rumore sinistro, agghiacciante del quale scopriremo l'origine solo negli ultimi fotogrammi.
Il regista usa molto e con estrema bravura, cine-tecnicamente parlando, la camera fissa e il piano sequenza che trova poi coronamento in un montaggio preciso, svelto,agile q.b. e nel formato video molto molto espressivo del rapporto 1.33:1. La lentezza iniziale è decisamente voluta e non appesantisce affatto la fruizione dell'opera. La musica, pure essa minimalista, è ridisegnata egregiamente sull'echeggiare del Chiaro di Luna di Beethoven.
I sei attori tutti convincenti ( 1.splendida la Huppert- personaggio delll'attrice decaduta e decadente - nel monologo sulla maternità di Agrippina, un discorso sull'amore anche in senso lato, sul femminile, sul sentire delle donne; 2. perfetta la Bruni Tedeschi nel ruolo malinconico e senza speranza, monocromatico, dell'infermiera; 3. come le esilaranti gag di un rinato Michael Pitt/l'astronauta),ma una su tutti la non professionista Tassadit Mandi che interpreta il ruolo difficilissimo e di grande responsabilità sociale della algerina Hamida col figlio in prigione, ma illuminata interiormente ( ed esteriormente) da una grande fede ecumenica.
E anche in questo lavoro cinematografico si capisce che l'essenza del Tutto sta nello scoprire interiormente noi stessi.
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giovedì 30 giugno 2016
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il condominio dei cuori infranti
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Un condominio popolare.Un cielo grigio.Sei persone sole, in cerca d'amore.
Su questo sfondo, prende vita il film di Samuel Benchetrit, che con naturalezza, riesce a farci conoscere nel profondo, sei storie diverse, ma con un unico denominatore.
L'amore.
Credo che il regista a suo modo, abbia toccato il fondo, per riuscire ad arrivare al nucleo primordiale di ogni racconto, senza usare violenza alcuna e senza l'ausilio di moderne tecnologie.
Se occhi e orecchi sono sintonici, si riescono a provare le stesse emozioni dei protagonisti.
Un ottimo lavoro.
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vanessa zarastro
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lunedì 8 agosto 2016
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banlieu e tenerezza
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L’habitat del film - "Hasphalte" in originale - è la periferia industriale della città di Colmar, una cittadina alsaziana al confine con la Germania, in un edificio residenziale intensivo mal tenuto e mal ridotto.
In linea con una certa commedia corale francese il film “spia” le vite di cinque appartamenti rappresentando altrettante solitudini. Il formato del film 1:1.33 è particolare, voluto dal regista perché il film è girato in ambienti piccoli.
Sternkovitz è l’inquilino ebreo del primo piano che non ha voluto contribuire alle spese dell’ascensore; si ritrova su una sedie a rotelle ma con il divieto di usarlo, quindi calcolati meticolosamente i periodi di utilizzo dell’ascensore, decide di usarlo di nascosto di notte.
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L’habitat del film - "Hasphalte" in originale - è la periferia industriale della città di Colmar, una cittadina alsaziana al confine con la Germania, in un edificio residenziale intensivo mal tenuto e mal ridotto.
In linea con una certa commedia corale francese il film “spia” le vite di cinque appartamenti rappresentando altrettante solitudini. Il formato del film 1:1.33 è particolare, voluto dal regista perché il film è girato in ambienti piccoli.
Sternkovitz è l’inquilino ebreo del primo piano che non ha voluto contribuire alle spese dell’ascensore; si ritrova su una sedie a rotelle ma con il divieto di usarlo, quindi calcolati meticolosamente i periodi di utilizzo dell’ascensore, decide di usarlo di nascosto di notte. In cerca di cibo si ritrova a comprarlo alle macchinette nei meandri di un ospedale dove incontra un’infermiera di notta un po’ depressa.
Jeanne Meyer è una nuova arrivata, ex-attrice un po’ agéè che vive con gli scatoloni ancora pieni perché “in attesa”, non si sa bene di che. Charly è il giovane e non loquace vicino di pianerottolo che si incuriosisce della nuova arrivata un po’ maldestra, e finirà per prendersi cura di lei. La aiuterà perfino a ricominciare a recitare riprendendola con una telecamera amatoriale e suggerendole modalità di recitazione, quasi fosse un esperto regista.
All’ultimo piano vive Hamida una donna algerina il cui figlio Mahjid è finito un’ennesima volta in galera. Bisognosa di compagnia e di dare affetto “adotterà” per un paio di giorni John Mc Kenzie, un astronauta americano che, di rientro dallo spazio, ha sbagliato manovra ed è atterrato sul tetto del condominio. Capendosi con pochissime parole la signora prepara piatti arabi con cura e con amore e rimpinza il giovane americano come avrebbe voluto fare con suo figlio svogliato ed emaciato.
Tutti hanno televisioni e guardano programmi vari – da soap operas ai film di Clint Eastwood - sognando vite altre e realtà diverse e lontane dal proprio squallore. Molto appropriata è la battuta dell’ufficiale NASA alla descrizione di cosa vede l’astronauta dalla finestra: «sembrerebbe Pittsburgh», la famosa Smoky ol’ town di Pete Seeger.
Ispirato a due racconti "Chroniques de l'asphalte" del 2005 dello stesso regista Samuel Benchetrit, questo film ha un sapore agrodolce. Gli scambi di affetti e di solidarietà attribuiscono dolcezza e tenerezza a un milieu così misero. La musica curata da Raphaël, è discreta, le riprese sono volutamente statiche, con pochissimi movimenti di macchina e tanta ironia.
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mtonino
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giovedì 15 giugno 2017
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l'ironia scandinava nella periferia parigina
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Per l’ennesima volta il fuorviante titolo italiano non rende giustizia al contenuto e al significato di questo film francese dai toni surreali. Il titolo originale, infatti, è Asphalte che meglio rappresenta le vicende raccontate.
In un condominio nella grigia periferia parigina sono ambientate e si svolgono quattro storie di personaggi diversissimi tra di loro. L’inquilino del primo piano che dopo essersi rifiutato di pagare i lavori per il nuovo ascensore si ritrova su una sedia a rotelle e lo usa di nascosto scatenando tutta una serie di conseguenze; un’attrice ormai in declino arriva nel condominio e viene aiutata dal vicino di casa, un giovane teppistello che apparentemente vive solo; un’anziana madre, il cui figlio è detenuto in carcere, ospita un astronauta americano atterrato sulla terrazza del palazzo.
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Per l’ennesima volta il fuorviante titolo italiano non rende giustizia al contenuto e al significato di questo film francese dai toni surreali. Il titolo originale, infatti, è Asphalte che meglio rappresenta le vicende raccontate.
In un condominio nella grigia periferia parigina sono ambientate e si svolgono quattro storie di personaggi diversissimi tra di loro. L’inquilino del primo piano che dopo essersi rifiutato di pagare i lavori per il nuovo ascensore si ritrova su una sedia a rotelle e lo usa di nascosto scatenando tutta una serie di conseguenze; un’attrice ormai in declino arriva nel condominio e viene aiutata dal vicino di casa, un giovane teppistello che apparentemente vive solo; un’anziana madre, il cui figlio è detenuto in carcere, ospita un astronauta americano atterrato sulla terrazza del palazzo.
A fare da filo conduttore alle situazioni che si susseguono, è un rumore metallico, stridente che i protagonisti sentono ripetutamente al quale ognuno da un’interpretazione diversa e che solo alla fine sarà rivelato per quello che è.
Il film è molto ben fatto e pur con mezzi ridottissimi e con un processo di produzione lungo e travagliato, riesce a essere per niente banale e a volte sorprendente come nella scena dell’atterraggio dell’astronauta. Le inquadrature sono minimaliste ed efficaci, il grigiore della periferia si confonde con un cielo livido mai sereno e questa cappa si ripercuote sulle vite dei protagonisti che, nonostante le difficoltà della vita, riescono però a sognare a loro modo e immaginare nuovi mondi possibili. E allora ci si alza dalla sedia a rotelle per incontrare una triste infermiera di notte oppure ci si riscopre attrice che ancora può dare qualcosa seguendo i consigli di un ragazzino appena conosciuto o ancora si fa amicizia con uomo piombato dallo spazio che neanche parla la stessa lingua.
Alcune inquadrature da sole strappano una risata spesso amara mentre i dialoghi e le inquadrature minimaliste ricordano da vicino il cinema di Roy Andersson (Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza) e alcune situazioni ammiccano al cinema di Kaurismaki il che rende il film ironico e surreale.
Fondamentalmente è un film sulla solitudine e sull’incontro di solitudini, sull’accostamento di personalità che nulla avrebbero a che fare l’una con l’altra ed è proprio questo contrasto, questa diversità, che diventa un elemento di rinascita e di speranza e che fa riscoprire un’empatia che l’ambiente circostante tende ad annientare.
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nerone bianchi
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domenica 27 marzo 2016
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ionesco in periferia
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E' un'umanità di periferia quella che scorre davanti ai nostri occhi: condomini quadrati, pareti scrostate, sporco, marginalità, come ne abbiamo viste tante altre al cinema. Questa volta il tutto diventa teatro: dell'assurdo e della quotidianità. Tre storie si intrecciano, con al centro la solitudine, quella di un Signore che abitando al primo piano si rifiuta di pagare l'ascensore, perchè non ha soldi e non per altro e che, dopo una disastrosa esperienza con una cyclette, dovendo trascorrere un periodo su una sedia a rotelle, si trova ad averne assoluto bisogno, inconterà l'amore con un'infermiera di notte conosciuta casualmente nel turno di pausa.
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E' un'umanità di periferia quella che scorre davanti ai nostri occhi: condomini quadrati, pareti scrostate, sporco, marginalità, come ne abbiamo viste tante altre al cinema. Questa volta il tutto diventa teatro: dell'assurdo e della quotidianità. Tre storie si intrecciano, con al centro la solitudine, quella di un Signore che abitando al primo piano si rifiuta di pagare l'ascensore, perchè non ha soldi e non per altro e che, dopo una disastrosa esperienza con una cyclette, dovendo trascorrere un periodo su una sedia a rotelle, si trova ad averne assoluto bisogno, inconterà l'amore con un'infermiera di notte conosciuta casualmente nel turno di pausa. Un improbabile astronauta precipita sul tetto del condomionio, la NASA lo cerca, sarà una signora marocchina ad adottarlo mentre aspetta che il figlio esca di prigione, infine un'attrice caduta ai margini del lavoro, che abita davanti ad un ragazzino la cui madre non si vede mai e non ci è dato saperne le ragioni. Questa umanità zoppicante, messa sul palcoscenico del condominio, trova riscatto dall'incontro con l'altro. Il film è amaro ma la cifra che alla fine emerge è quella del divertimento, dell'ironia e della speranza, in questo assimilabile alle commedie di Ionesco. Il racconto scorre, la noia non abita nel condominio dei cuori infranti, le inquadrature sono fisse, non mi sembra di ricordare particolari movimenti di macchina, ottimo lavoro.
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soleilmoon
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lunedì 11 aprile 2016
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una chiave di lettura diversa
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Vorrei proporre una interpretazione diversa da cio' che ho letto fin qui. Questo film non e' surrealista ma simbolista. Il giovane ragazzo vive con una madre assente che altro non e' che la donna assorta nel suo lavoro, nei suoi amori e nel suo declino fisico che vive appunto sullo stesso pianerottolo. Il figlio e' cresciuto, il rapporto e' cambiato. Ora e' il figlio a fornirgli un supporto morale e pratico.
L'astronauta che viene dallo spazio a trovare un'altra madre e' il figliol prodigo; il frutto fortunato della seconda generazione di immigrati. Madre e figlio non parlano piu' la stessa lingua perche' lui ha studiato e si e' integrato nella cultura occidentale mentre l'altro figlio ha preso la cattiva strada cosi comune nelle periferie multietniche.
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Vorrei proporre una interpretazione diversa da cio' che ho letto fin qui. Questo film non e' surrealista ma simbolista. Il giovane ragazzo vive con una madre assente che altro non e' che la donna assorta nel suo lavoro, nei suoi amori e nel suo declino fisico che vive appunto sullo stesso pianerottolo. Il figlio e' cresciuto, il rapporto e' cambiato. Ora e' il figlio a fornirgli un supporto morale e pratico.
L'astronauta che viene dallo spazio a trovare un'altra madre e' il figliol prodigo; il frutto fortunato della seconda generazione di immigrati. Madre e figlio non parlano piu' la stessa lingua perche' lui ha studiato e si e' integrato nella cultura occidentale mentre l'altro figlio ha preso la cattiva strada cosi comune nelle periferie multietniche.
Lo pseudo paralitico e fotografo e la pseudo infermiera rappresentano invece la disfunzionalita' della coppia. E' solo rompendo la routine che i due si riavvicinano e riscoprono la dolcezza di stare insieme.
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[+] ha perfettamente ragione
(di enrico danelli)
[ - ] ha perfettamente ragione
[+] originale
(di francesco2)
[ - ] originale
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fabrizio54
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sabato 11 giugno 2016
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la vittoria dell'amore
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Visto ieri sera al cineforum. Inaspettatamente stracolmo di gente, al punto che è iniziato con venti minuti di ritardo.Sicuramente gente attratta dall'appeal del titolo italiano (azzeccatissimo commercialmente!) che butta un occhio ai nostri condomini ed uno ( anche nel logo) al romanticismo, al melodramma.
Il titolo originale francese "Asphalte" o quello della commercializzazione inglese "Macadam stories" ( il macadam è un tipo di pavimentazione stradale grigia ) non avrebbero sortito lo stesso risultato di audience. Ma sarebbe stato più intonato al leitmotiv della pellicola dove è il colore grigio (fisico) dei tristissimi degradati casermoni e delle strade di una imprecisata "banlieue" francese, del tempo uggioso e il grigio (dell'anima, della solitudine, dell'assenza) dei personaggi .
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Visto ieri sera al cineforum. Inaspettatamente stracolmo di gente, al punto che è iniziato con venti minuti di ritardo.Sicuramente gente attratta dall'appeal del titolo italiano (azzeccatissimo commercialmente!) che butta un occhio ai nostri condomini ed uno ( anche nel logo) al romanticismo, al melodramma.
Il titolo originale francese "Asphalte" o quello della commercializzazione inglese "Macadam stories" ( il macadam è un tipo di pavimentazione stradale grigia ) non avrebbero sortito lo stesso risultato di audience. Ma sarebbe stato più intonato al leitmotiv della pellicola dove è il colore grigio (fisico) dei tristissimi degradati casermoni e delle strade di una imprecisata "banlieue" francese, del tempo uggioso e il grigio (dell'anima, della solitudine, dell'assenza) dei personaggi ... il vero cromatico conduttore, in contrapposizione ai colori vivi e smaglianti dei film dello spagnolo Almodovar. Un film a episodi separati e non intersecanti tra tre coppie di personaggi, ognuno dei quali con la "propria solitudine" e la propria assenza, che sembrerebbe essere di primo acchito il tema principale di questo commovente e ,in alcuni rari momenti anche esilarante, francesissimo bel film, una pellicola che trasforma quella che avrebbe potuto essere la classica storia degli inquilini di un palazzo in un racconto surreale, leggero come una piuma, ambientato in una periferia straniante.
La solitudine certamente la fa da padrona, ma non è il protagonista sostanziale che è in realtà proprio l'energia primaria, l' Amore ( sempre con l'A maiuscola), in tutte le sue declinazioni: di coppia e sensuale, filiale, materno, timido Amor da dolce stilnovo, che vince la tristezza di questi "cuori infranti" combattendo la solitudine e ridando scopo alla vita di tutti e sei i meravigliosi personaggi che costituiscono le tre coppie narrate.
I dialoghi sono perfetti e poetici, divertenti e minimalisti. Si vede che Samuel Benchetrit, il regista di soli quarantatre anni, è prima di tutto uno scrittore. C'è un qualcosa che cattura lo spettatore, tutto ciò che è l'inatteso nella vita, ciò che può nascere da piccolissime cose, dettagli, dal caso, qui è presente. Il film è fatto di atmosfere: i colori delle periferie, il vuoto delle loro strade, il cielo sempre più o meno uguale, i rumori…, anzi quel rumore sinistro, agghiacciante del quale scopriremo l'origine solo negli ultimi fotogrammi.
Il regista usa molto e con estrema bravura, cine-tecnicamente parlando, la camera fissa e il piano sequenza che trova poi coronamento in un montaggio preciso, svelto,agile q.b. e nel formato video molto molto espressivo del rapporto 1.33:1. La lentezza iniziale è decisamente voluta e non appesantisce affatto la fruizione dell'opera. La musica, pure essa minimalista, è ridisegnata egregiamente sull'echeggiare del Chiaro di Luna di Beethoven.
I sei attori tutti convincenti ( 1.splendida la Huppert- personaggio delll'attrice decaduta e decadente - nel monologo sulla maternità di Agrippina, un discorso sull'amore anche in senso lato, sul femminile, sul sentire delle donne; 2. perfetta la Bruni Tedeschi nel ruolo malinconico e senza speranza, monocromatico, dell'infermiera; 3. come le esilaranti gag di un rinato Michael Pitt/l'astronauta),ma una su tutti la non professionista Tassadit Mandi che interpreta il ruolo difficilissimo e di grande responsabilità sociale della algerina Hamida col figlio in prigione, ma illuminata interiormente ( ed esteriormente) da una grande fede ecumenica.
E anche in questo lavoro cinematografico si capisce che l'essenza del Tutto sta nello scoprire interiormente noi stessi.
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francesco2
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sabato 30 dicembre 2017
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non mi convince totalmente
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Il titolo italiano, sicuramente meno “duro” di quello originale ma probabilmente, purtroppo,
anche più accattivante per il pubblico italiano, vorrebbe rendere al contempo un degrado
morale ed una desolazione materiale nel vissuto dei protagonisti, non ripresi mai in spazi esterni,
ma all’interno delle proprie abitazioni o in prossimità di un luogo di lavoro, almeno cosi mi è parso.
L’espressione “asfalto” potrebbe avere anche questa implicazione. E’ implicito, tuttavia, che un film
corale richiede una simbiosi di due caratteristiche: quell’alchimia in base alla quale ogni storia si
incrocia con le altre, come tassello di un mosaico, ed al contempo il significato rintracciabile
nelle vicende del singolo.
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Il titolo italiano, sicuramente meno “duro” di quello originale ma probabilmente, purtroppo,
anche più accattivante per il pubblico italiano, vorrebbe rendere al contempo un degrado
morale ed una desolazione materiale nel vissuto dei protagonisti, non ripresi mai in spazi esterni,
ma all’interno delle proprie abitazioni o in prossimità di un luogo di lavoro, almeno cosi mi è parso.
L’espressione “asfalto” potrebbe avere anche questa implicazione. E’ implicito, tuttavia, che un film
corale richiede una simbiosi di due caratteristiche: quell’alchimia in base alla quale ogni storia si
incrocia con le altre, come tassello di un mosaico, ed al contempo il significato rintracciabile
nelle vicende del singolo.
Non sono cosi convinto che questo film possegga tali caratteristiche. A volte sembra obbedire ad una
carineria un tantino radical-chic, ad esempio nell’episodio interpretato dalla Bruni Tedeschi; in altre
situazioni cerca sicuramente di essere più coraggioso o bizzarro, per esempio narrando della donna
che accoglie l’extraterrestre, ma il rischio del macchiettismo è in agguato. Manca poi, in tutto questo,
una visione d’insieme anche più disincantata, che giustifichi il citato titolo francese.
Film sicuramente simpatico, a volte certo ben interpretato, ma personalmente non me ne resterà più
di tanto.
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gianleo67
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martedì 30 gennaio 2018
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cemento armato...la grande città
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Storie si intrecciano in un condomino alla periferia di una città francese: un infartuato ha la improrogabile necessità di utilizzare l'ascensore per il quale non ha voluto pagare, un astronauta della NASA precipita sul tetto dell'edificio e viene adottato da una ospitale immigrata algerina col figlio in carcere, un adolescente svogliato si interessa alla matura attrice che ha traslocato da poco nell'appartamento vicino, una timida e riservata infermiera di notte riceve le avances dell'inquilino convalescente di cui sopra.
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Storie si intrecciano in un condomino alla periferia di una città francese: un infartuato ha la improrogabile necessità di utilizzare l'ascensore per il quale non ha voluto pagare, un astronauta della NASA precipita sul tetto dell'edificio e viene adottato da una ospitale immigrata algerina col figlio in carcere, un adolescente svogliato si interessa alla matura attrice che ha traslocato da poco nell'appartamento vicino, una timida e riservata infermiera di notte riceve le avances dell'inquilino convalescente di cui sopra. Per tutti verrà il tempo di salutarsi o consolidare un rapporto nato dal caso e dalle necessità di un breve momento o di tutta una vita.
Samuel Benchetrit attinge dal primo dei cinque volumi del suo romanzo autobiografico Les Chroniques de l'Asphalte, per questa tragicommedia dell'incomunicabilità che si muove leggera sul filo del nonsense, trasportata dal refolo dei venti atlantici che lambiscono l'entroterra francese e dalle ali di una nostalgia della giovinezza che si fa memoria di fantasticherie cinematografiche da tradurre nel prodotto finito, concreto e astratto allo stesso tempo, fatto di parole da sfogliare o di immagini da trasmettere ai posteri. Nella comunità ridotta nei compartimenti stagni di un condominio-dormitorio ballardiano ed in cerca della remota occasione di un improbabile contatto umano, il gap tecnologico (ascensore, telefono, macchine fotografiche, televisore, mezzi di trasporto) non influisce sulla qualità di relazioni sociali (salvo favorirle per un arbitrario e casuale gioco combinatorio) laddove le differenze di linguaggio, cultura, interessi, età ed estrazione sociale sembrano paradossalmente mediate dal ricorso a prosaici strumenti di comunicazione di massa (la tivù, la serialità, il cinema d'essai) quale universale codifica idiomatica nella desolata periferia di una babele globalizzata. Il meltin-pot di una nazione multiculturale in cui l'effetto collaterale di una antica cultura colonialista ha prodotto la desolazione di una banlieu di diseredati abbandonati a se stessi (un figlio in carcere, uno che non vede mai la madre, uno che le è sopravvissuto in completa solitudine) ma anche di una insospettabile ricchezza umana, pronta a manifestarsi alla prima occasione utile sotto forma di una spontanea e gratuita generosità, piuttosto che di un interesse sentimentale che sembra approfittare di qualunque appiglio pur di non sprofondare nella noia e nella solitudine della vita. Su tutto, la morale universale di una valorizzazione delle differenze come superamento della reciproca diffidenza e quale viatico indispensabile per una rinnovata condivisione di valori e sentimenti, fanno di questa piccola commedia dello straniamento sociale un oggetto utile per navigare a vista in un presente che sembra confondere la memoria di un luogo senza tempo e la realtà di una condizione esistenziale che pare potersi estendere un po' a tutti i luoghi ed a tutti i tempi.
Pur nel suo impianto dichiaratamente teatrale, il film di Benchetrit cerca una una sua più arieggiata dimensione cinematografica nel clima opprimente di un non luogo confinato nell'angusto perimetro di una prigionia suburbana, gravato dalla spessa coltre di un cielo di piombo che traguarda i fondali posticci di teneri ed ingenui sogni d'evasione, richiamando la nostalgia di un condiviso immaginario drammaturgico (Trappola di cristallo, Todo Modo, I Ponti di Madison County). Ecco quindi le improbabili coppie di un patetico e commovente ricongiungimento familiare: uno studente irriverente attratto dalla matura sensualità di un'attrice sul viale del tramonto, una immigrata algerina che sostituisce l'assenza del figlio galeotto adottando un astronauta sensibile piovuto dal cielo, un arruffato e solitario orfano mammone che corteggia l'insicura infermiera del turno di notte: ciascuno con le proprie fragilità e debolezze ma pronto a rincorrere ed afferrare ad ogni costo l'oggetto fuggevole di un desiderio di felicità mai così a portata di mano. Il grottesco ed il surreale sono i codici naturali di un registro cinematografico alle prese con l'assurda deriva di una esperienza umana residuale e marginale; il punto zero di una civiltà individualista nella faticosa ed improbabile ricostruzione del disastrato edificio della socialità. Un film che manifesta però anche la sua natura ludica e sorniona, l'amara presa in giro di chi non vuol prendersi poeticamente sul serio nella civettuola interlocuzione con lo spettatore: l'artificiosa ed ammiccante messa in scena di un teatro dell'assurdo da cui risuona l'eco sinistra del misterioso richiamo di un demiurgo-manovratore che agisce dietro le quinte ("Si, si, ci tiene d'occhio il buon Dio. È dappertutto! "), il vociare indistinto di una alterità che invoca l'oscura presenza di figure platoniche nascoste nell'ombra oppure...il banale cigolare di un cassone rugginoso che il vento molesta nello spiazzo deserto del vicino cantiere.
Infinite le vicissitudini realizzative superate grazie alla solerte abnegazione del produttore Julien Madon ed ancor più quelle di casting, risolte grazie alla partecipazione di una straordinaria Isabelle Huppert, prototipo di tormentate attrici francesi morte giovani (Dominique Laffin, Juliet Berto, Christine Pascal) e della tenerezza stralunata di un Michael Pitt, disceso dal firmamento hollywoodianodirettamente sulla croisette del 68° Festival di Cannes. Nomination come miglior adattamento ai Cesar 2016.
Cemento armato la grande città
senti la vita che se ne va...
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flyanto
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martedì 29 marzo 2016
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sei solitudini a confronto
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Tre incontri, assai improbabili, tra gli individui di un caseggiato fatiscente alla periferia di Parigi costituiscono le tre storie di cui è composto "Il Condominio dei Cuori Infranti". C'è un uomo che vive al primo piano ed a cui è stato concesso, per le sue condizioni economiche precarie, di vivere nell'appartamento gratuitamente, con il divieto però categorico di fare uso dell'ascensore, il quale si innamora di un'infermiera che egli va a trovare ogni sera nel corso della di lei pausa. Poi c'è un adolescente che vive praticamente da solo nel proprio appartamento il quale fa amicizia, instaurando un rapporto misto di complicità e nello stesso tempo di ammirazione, con una matura attrice, ormai però un poco sul viale del tramonto.
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Tre incontri, assai improbabili, tra gli individui di un caseggiato fatiscente alla periferia di Parigi costituiscono le tre storie di cui è composto "Il Condominio dei Cuori Infranti". C'è un uomo che vive al primo piano ed a cui è stato concesso, per le sue condizioni economiche precarie, di vivere nell'appartamento gratuitamente, con il divieto però categorico di fare uso dell'ascensore, il quale si innamora di un'infermiera che egli va a trovare ogni sera nel corso della di lei pausa. Poi c'è un adolescente che vive praticamente da solo nel proprio appartamento il quale fa amicizia, instaurando un rapporto misto di complicità e nello stesso tempo di ammirazione, con una matura attrice, ormai però un poco sul viale del tramonto. Infine, vi è un astronauta americano il quale, per un guasto alla propria astronave, deve atterrare forzatamente nei pressi del suddetto condominio e qui viene ospitato per due giorni (finchè la NASA non torna a riprenderlo) da un'anziana donna magrebina che vive sola in quanto il proprio figlio si trova in carcere.
Questa pellicola di Samuel Benchetrit, in forma surreale e nel contempo molto ironica, racconta in pratica tre storie di profonda solitudine: tutti i personaggi del condominio in questione infatti vivono la propria esistenza senza quasi mai comunicare con gli altri ed nello spazio ristretto del proprio appartamento, come se fossero quasi isolati uno dall'altro. In realtà ognuno di loro prova dei sentimenti veri che però vengono da loro manifestati quando se ne presenta l'occasione ed il tipo di amore che essi manifestano e che il regista prende in esame è di diversa natura, a seconda della condizione e del soggetto preso in esame. Pertanto vi è descritto l'amore come sentimento provato da una coppia di adulti, quello di complicità e, forse, un poco sostituente quello materno mancante di un adolescente per una donna più matura e quello materno vero e proprio provato da una donna ormai anziana e sofferente per l'assenza del figlio verso un giovane estraneo della stessa età di quest'ultimo. Tutte le tre storie, sia pure in forma diversa, sono presentate e descritte in maniera toccante e dimostrano quanto l'amore possa essere potente e di conseguenza, atto a superare delle situazioni che sono ormai stantie e completamente all'insegna di una totale mancanza di comunicazione tra i vari individui, anche quando questi vivono addirittura uno accanto all'altro. Benchetrit con questo film lancia un messaggio di speranza ad una società e ad un'umanità che vive ormai all' insegna del più freddo e totale individualismo, ponendo, appunto, la fiducia sui sentimenti veri come unica via d'uscita ed ormai di sopravvivenza.
Toccante e divertente nello stesso tempo.
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