Amy - The Girl Behind the Name

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Un film di Asif Kapadia. Con Amy Winehouse, Yasiin Bey, Mark Ronson, Tony Bennett, Pete Doherty.
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Titolo originale Amy. Documentario, Ratings: Kids+13, durata 90 min. - Gran Bretagna 2015. - Good Films e Nexo Digital uscita martedý 15 settembre 2015. MYMONETRO Amy - The Girl Behind the Name * * * 1/2 - valutazione media: 3,59 su 18 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Amy Valutazione 3 stelle su cinque

di catcarlo


Feedback: 13494 | altri commenti e recensioni di catcarlo
venerdý 18 settembre 2015

Il Club dei 27 esercita il suo fascino ambiguo su chiunque e quest’anno ha colpito in special modo i documentaristi spingendoli a realizzare tre film biografici che si sono fatti largo fino ai cartelloni dei maggior festival: a Cannes è stato presentato questo lavoro dedicato all’ultima iscritta (avendo gli altri due al centro le figure di Kurt Cobain e Janis Joplin) che è uscito in Italia per soli tre giorni come evento speciale che lo Spaziocinema di Cremona si è fatto pagare profumatamente. Il britannico Kapadia – autore dell’osannato ‘Senna’ – segue la parabola triste della vita di Amy Jade Winehouse assemblando filmini casalinghi, spezzoni di esibizioni, squarci di lavorazione in studio e, con l’avvicinarsi del baratro, materiale giornalistico e fotografico spesso estorto a forza: il tutto accompagnato dalle testimonianze di chi è entrato in qualche modo in contatto con la cantante – amici, colleghi, medici – puntando a ricostruirne la personalità. Al racconto partecipano anche quelli che si delineano come i ‘cattivi’ della vicenda, ovvero il manager dai pochi scrupoli Raye Cosbert e, soprattutto, il padre Mitch (che abbandonò presto la famiglia, ma si gettò al timone della carriera della figlia non appena si dimostrò remunerativa) assieme all’ex marito Blake Fielder, maestro e compagno di droghe e abiezioni. Se quest’ultimo non ha dato segni di fastidio apparente per l’essere segnato a dito – estrema strafottenza o accenno di rimorso? – il padre e il resto della famiglia hanno preso cappello una volta che il film è stato completato, ma a quel punto il regista aveva già raggiunto lo scopo che si era prefisso. In ogni caso, la narrazione punta essenzialmente al cuore dello spettatore tanto che la musica viene lasciata parlare da sola senza che nessuno la dissezioni dal punto di vista tecnico: nei brani del primo periodo, quello più legato al jazz e culminato nell’album ‘Frank’, la voce di Amy – da sola o accompagnata da pochi strumenti – riesce a comunicare emozioni profonde grazie a un’intensità e un fraseggio sorprendenti per una ragazzina attorno ai vent’anni. Come in tante vicende simili, l’artista è in balia della propria anima tormentata, tendenzialmente depressa e autodistruttiva – da cui la bulimia accompagnata all’abuso di alcool – che viene tenuta a bada solo fra le note, in cui tutte le insicurezze vengono riversate scrivendo testi che sono confessioni senza remore. Diventa quasi doloroso ascoltare ‘Rehab’ nel suo gioioso procedere sapendo che  il punto di svolta sta proprio, con ogni probabilità, nella scelta di proseguire con ‘Back to black’ anziché andare in riabilitazione come suggerito dal primo manager – e amico – Nick Shymansky. Il successo del secondo album con il suo appeal pop di ascendenza Motown getta Amy nel vortice della popolarità dal quale cerca di proteggersi fra le braccia e nella farmacia di Blake: è l’inizio della fine, accelerata dalla cecità del management (ovvero Raye e Mitch) desideroso solo di massimizzare i guadagni anche con punte di puro sadismo, come il tragico concerto di Belgrado. Negli anni perduti tra il disco e la morte, Amy e la musica si allontanano sempre più, tanto che, con la vistosa eccezione del duetto con l’idolo Tony Bennet, la seconda ora del film è accompagnata quasi solo dalla partitura originale del brasiliano Antonio Pinto in una scelta coerente con la materia trattata, ma poco efficace dal punto di vista stilistico. Laddove nella prima metà del lavoro l’alternanza fra parte musicale e racconto, soprattutto incentrato su famiglia e amicizie giovanili, funziona tenendo desta l’attenzione, il susseguirsi di situazioni scabrose e immagini scioccanti della seconda parte finisce per essere ripetitiva oltre a suscitare un (ingiustificato, direi) sospetto di voyeurismo. Tra una sventagliata di flash e l’altra si arriva alla considerazione che una decisa asciugata avrebbe giovato, anche perché l’eccesso di informazioni ha come conseguenza un notevole raffreddamento della temperatura emotiva già non altissima: nel corso degli oltre centoventi minuti, ci si emoziona davvero solo quando Amy canta.

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