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Un film di Xavier Dolan. Con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine Olivier Pilonn Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 140 min. - Francia, Canada 2014. - Good Films uscita giovedì 4 dicembre 2014. MYMONETRO Mommy * * * 1/2 - valutazione media: 3,84 su 56 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

fuoco amico Valutazione 4 stelle su cinque

di pepito1948


Feedback: 125 | altri commenti e recensioni di pepito1948
martedì 30 dicembre 2014

Premessa: siamo in presenza di un grande film, di quelli che per intensità e spessore artistico, non si vedono di frequente. Opera tanto più straordinaria se si considera che il regista canadese (oltre che attore e doppiatore) Xavier Donan a 25 anni  non è neppure un esordiente. Talento precocissimo, Donan stupisce per la capacità di penetrare e descrivere senza steccati e senza veli o limiti convenzionali la complessità di dinamiche interpersonali  profonde e spesso estreme, come quelle che caratterizzano il rapporto tra una madre di mezza età ancora attraente, vedova, con lavoro precario e portatrice di un’eredità di debiti lasciata dal marito piuttosto pesante, ed il figlio minorenne affetto da grave malattia mentale, che ne fa un disadattato soggetto a frequenti crisi di aggressività e perciò ospite, senza significativi risultati,  di diversi centri specializzati.
Il rapporto tra i due è costantemente fuori le righe, è vissuto in bilico tra (rara) armonia e (molta) conflittualità, tra manifestazioni d’amore quasi carnali e scontri furibondi in cui azioni e soprattutto reazioni vanno presto fuori controllo. E se la violenza del giovane talora tracima senza trovare resistenza, la madre Diane non si rassegna a limitarsi ai  metodi della pedagogia correttiva usuale, ma passa senza esitare dal fioretto alla spada, dal dialogo suadente o ammonitivo al turpiloquio, all’aggressione verbale pur di domare il diavolo in corpo dell’altro. E la vita di Diane scorre in un inferno, punteggiato di momenti di tregua armata o addirittura di dolcezza infinita, tra la ricerca di un lavoro stabile e la necessità di fronteggiare i danni causati dal figlio, compresa una pesante offensiva giudiziaria.
Diane è schiacciata dall’opprimente amore panico del figlio, la cui gelosia non ammette l’ingresso nel menage di altri uomini, ma è pronta ad abbandonarsi ai suoi slanci affettivi, è travolta nel vortice di forze viscerali come amore, odio, senso di protezione, compassione, e non riesce a fermare la dinamica fatta di alleanze transitorie e scontri esplosivi, a porre dei punti fermi che non siano rimessi in discussione dalle subitanee quanto imprevedibili reazioni del giovane, secondo una catena irta di picchi destabilizzanti.
Il dualismo si fa triangolo quando nel rapporto familiare si inserisce un terzo estraneo, una vicina di casa segnata da una perdita familiare, che, con la sua riflessività pacata, la pazienza tipica di un’insegnante entra con passi felpati nel binomio stemperandone il clima bellico e fungendo da termostato nei momenti più caldi. L’ossimoro caratteriale tra le due donne non impedisce comunque un’alleanza che  si riverbera positivamente sul figlio, sedandone i tumulti interiori e distanziandone le crisi. Ma la vita di Diane, per quanto alleggerita dalla presenza benefica ed amicale di Kyla, non cambia sostanzialmente, mentre si accumulano gli anni e con questi le rinunce ad una vita libera da fardelli che lacerano sempre più le pur possenti spalle.
Una nuova legge canadese la mette davanti ad un bivio. Diane, dopo aver sognato un futuro inesistente, fa la sua scelta.
La grande abilità di Dolan sta innanzitutto nel non porsi alcun limite nell’esternare visivamente –con la sua mdp ficcante e chirurgica- anche le pieghe più nascoste del fuoco reciproco tra madre e figlio, indifferente alle possibili reazioni  emotive del pubblico; questo dà al film un timbro di autenticità e naturalezza (e di prorompente impatto psicologico) difficilmente riscontrabile. Violenza verbale e fisica sono rappresentate senza filtri o artifici di luci, le immagini anzi sembrano zoomare sugli stati d’animo più esacerbati. Dolan dipinge magistralmente i tre personaggi del triangolo, la madre (lontano anni luce dal modello occidentale corrente) dai modi androgini e pronta a ogni metamorfosi pur di adattare la propria immagine alle contingenze variabili dello stato del figlio, l’amica poco loquace e dai modi rassicuranti, pronta però a tirare fuori le unghie se messa alle strette, il figlio quale un vulcano in perenne attività eruttrice, di lava, di lapilli ma anche di innocui soffioni.
Dolan riprende uno dei temi classici e rividi del cinema americano come l’ossessione dei rapporti genitori-figli, ma lo fa scardinandone i clichè e descralizzandone i contenuti.
Colpisce infine l’inventiva tecnico-espressiva del regista. In un secolo di cinema gli artifici per sottolineare gli stati emotivi dei personaggi sono stati tanti, come il gioco di luci ed ombre o delle angolazioni di ripresa. Nessuno, salvo errore, aveva pensato al restringimento dello schermo con questa finalità: un’idea semplicemente geniale. Splendida e toccante è l’immagine in cui il giovane apre letteralmente con le mani i margini laterali dello schermo, riempiendosi di luce che spande un’atmosfera rilassata e piena di affettività. Schermo che, seguendo l’andamento tonale della storia, resterà ristretto per gran parte del racconto.
Ovvio che in un film di questo tipo sia essenziale una prova di elevato spessore degli attori, cosa perfettamente riuscita (ed assistita nella versione italiana da un doppiaggio all’altezza, tenuto conto della difficoltà dei dialoghi).

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