Leviathan

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Un film di Andrey Zvyagintsev. Con Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova.
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Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 140 min. - Russia 2014. - Academy Two uscita giovedì 7 maggio 2015. MYMONETRO Leviathan * * * - - valutazione media: 3,42 su 21 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Nella Russia di oggi le sventure si abbattono sulla testa di Kolia

di Roberto Nepoti La Repubblica

Il leviatano è un mostro biblico, citato specialmente nel Libro di Giobbe, che esprime l'aspetto più temibile della potenza divina. Hobbes gli intitolò il suo grande trattato di antropologia politica, dove racconta il patto diabolico dell'uomo con lo Stato, mostro partorito per evitare la guerra di tutti contro tutti ma che si rivolta contro il suo creatore facendone uno schiavo. È pensando a tutto ciò (ma anche ispirandosi al caso reale di un saldatore del Colorado), che il regista Andrej Zvyagintsev ha realizzato Leviathan, opera di proporzioni bibliche premiata l'anno scorso a Cannes per la sceneggiatura, vincitrice di Golden Globe e candidata all'Oscar come migliore film straniero. Kolia vive in un villaggio sulla costa del Mar di Barents, nel Mar Glaciale Artico, ha una giovane moglie, un figlio nato da precedenti nozze, una casa e un garage dove ripara le auto. Quando ne facciamo la conoscenza, l'uomo è già nei guai fino al collo perché Vadim Shelevyat, il sindaco mafioso del villaggio, è deciso a portargli via l'officina e la casa dandogli in cambio un pugno di rubli. Per aiutarlo arriva da Mosca il suo vecchio compagno d'armi Dmitri, che fa l'avvocato. Poco valgono, però, le leggi e il diritto contro una burocrazia zuppa di corruzione, che non esita a ricorrere alle minacce e alla violenza. La potenza del film di Zvyagintsev (Leone doro a Venezia 2003 per Il ritorno ) origina da un'inedita congiunzione: se nei personaggi del sindaco e dei suoi scherani ricorda una storia di mafia degli anni 70, Leviathan si eleva però a una dimensione metafisica, alludendo al silenzio di Dio, al peccato originale, all'imperscrutabilità del destino umano; il tutto senza esprimere una morale: un punto di vista morale, semmai, ma di integrale pessimismo. Erede di una lunga stirpe di perseguitati dall'ingiustizia (il regista pensava anche al Michael Kohlhaas di von Kleist), Kolia è un moderno Giobbe su cui le sventure si abbattono tutte in una volta (l'esproprio, il tradimento delle persone più care, la perdita della libertà) senza un motivo apparente. Roba che neppure nella letteratura più amara sullo strapotere oppressivo della burocrazia zarista. Fa paura questa Russia odierna, rappresentata con le tinte fosche del totalitarismo che schiaccia la gente senza appello; ridicolizzata in un potere che include globalmente politici, polizia e giudici; impregnata da un sistema di favoritismi, prebende e interessi privati (problema, come ognun sa, non solo russo...) a fronte del quale l'individuo può solo soccombere. Con l'aggiunta, se non bastasse, di una sequenza in cui il regista mostra la restaurata influenza del clero ortodosso, epurato al tempo del comunismo e che oggi è tornato a partecipare al banchetto dei potenti. E qui al film va riconosciuto un pregevole valore aggiunto. Per definizione risulta tanto più facile parteggiare per le vittime, quanto più queste risultano simpatiche. Non è proprio il caso di Kolia, un uomo umorale, sanguigno e violento che fatica assai a sedurci; e col quale, tuttavia, non possiamo non essere solidali. Mentre la natura, immobile e solenne, assiste nella più completa indifferenza al suo dramma e lui (è un motivo tragicomico ricorrente per tutto il film) si bronza a morte di vodka assieme ad amici i quali, per festeggiare un giorno di vacanza, organizzano un barbecue condito da un'allegra gara di tiro a segno con fucili e kalashnikov.
Da La Repubblica, 7 maggio 2015


di Roberto Nepoti, 7 maggio 2015

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