Due giorni, una notte

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Un film di Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne. Con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salée.
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Titolo originale Deux Jours, Une Nuit. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 95 min. - Belgio 2014. - Bim Distribuzione uscita giovedì 13 novembre 2014. MYMONETRO Due giorni, una notte * * * 1/2 - valutazione media: 3,68 su 60 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

unico assente: la poesia Valutazione 3 stelle su cinque

di pepito1948


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domenica 30 novembre 2014

La condizione di partenza dell’operaia Sandra nella lotta per la reintegrazione in azienda è complessa: una prima votazione perdente, per sua fortuna annullata, l’ostilità preconcetta del capo reparto, il poco tempo prima della nuova votazione, una pregressa depressione, forse vinta forse no, una sindrome da “sola contro tutti“. Non proprio tutti i colleghi, ma la maggioranza è lontana e va conquistata con fatica (mentale) e pazienza. Un viaggio spazio-temporale, una peregrinazione di casa in casa nell’arco di un week-end. Forza propulsiva è l’amorevole incitamento del marito, unico sodale in questa avventura in cui la posta in gioco è la riassunzione nel posto di lavoro da una parte, la rinuncia di un premio in denaro dall’altra. Interessi confliggenti (lavoro contro denaro) di ben diverso peso, ma che in un momento in cui la crisi morde a fondo rende non condannabile a priori la risposta più scontata, cioè l’indisponibilità a fare a meno di un aumento del salario, appena sufficiente per tirare avanti. Sandra non condanna infatti, ma chiede un sussulto di umanità, non di compassione.
L’ambigua decisione del datore di lavoro di rimettere la questione ad un referendum tra lavoratori trasforma il confronto in una lotta impari tra poveri, che scatena reazioni diverse tra autodifesa, comprensione, pentimento, rifiuto, violenza. La ferocia dei numeri necessari non consente pause, Sandra chiede un sostegno alla propria dignità ferita; tra sì, no, forse procede, tentenna, crolla, riprova, fino al lunedì decisivo. Sandra esce dalla fabbrica trosformata: ha vinto, ha perso. Ma sicuramente la vicenda è servita per la riaffermazione di un’identità strappata e finalmente ricucita, ben disposta verso nuove esperienze grazie ad una ritrovata sicurezza di sé.
Questo in sintesi è il percorso narrativo dell’ultimo film dei Dardenne, che ancora una volta tornano sull’ispido tema del lavoro, dopo Rosetta, il film che con la sua persuasiva potenza ha indotto il Parlamento belga a cambiare in senso progressista la legislazione sul lavoro. Ancora una volta i due registi scelgono un personaggio femminile debole, fragile, costretto ad una battaglia titanica contro impedimenti sociali e sistemici drammaticamente più forti, e che proprio nel mettersi in gioco per difendere non solo un diritto sacrosanto ma anche affermare elementi poco significativi per la controparte come  dignità, autodeterminazione, indipendenza, riuscirà a venirne fuori. Il ricatto del “padrone”, travestito da delega democratica, cederà davanti alla ritrovata capacità di rifiuto, intrisa di solidarietà e di autostima.
Come in Rosetta, lo stile asciutto, essenziale, senza fronzoli o diversivi, secondo la formula di un post-realismo sociale che insegue i cambiamenti delle tematiche del momento, è evidente: niente musica di sottofondo (solo qualche cenno diegetico), macchina da presa incollata sul personaggio, nessuna divagazione che non sia strettamente funzionale alla storia. Nessun accenno di retorica, nessuna sovrabbondanza situazionale, ma molta attenzione ai movimenti della protagonista, in avanti e indietro, alle motivazioni delle azioni e delle reazioni, scarna ambientazione in una qualsiasi quotidianità cittadina. Tutto viene stemperato per mettere nel giusto risalto il tema principale e le sofferenze che il Davide di turno è costretto a subire per conquistare un riconoscimento sociale, ed in questo il film riesce nell’intento dei suoi autori. Ma manca quello che in Rosetta era sottilmente percepibile, cioè un tocco di poesia, capace di rendere emotivamente più incisivo il grido di dolore di chi lo lancia, al di là della pur dettagliata descrizione di un caso emblematico di ingiustizia sociale. C’è chi questo deficit lo attribuisce alla insolita scelta, accanto a una moltitudine di non attori o attori di seconda linea, di una star del cinema mondiale come Marion Cotillard, peraltro bravissima. Ma sembra preferibile pensare che si senta la mancanza di quel tocco di tenue surrealismo, che, senza arrivare al realismo fiabesco di Kaurismaki, consente di staccare una piccola storia dal caos della Storia, dandole un senso ed una potenza universali. Cosa a cui i fratelli Dardenne ci hanno abituati, offrendoci vicende dal forte sapore veristico ma sempre sollevate di un soffio dal pavimento sconnesso della cruda realtà.

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