MYmovies.it
Advertisement
Iñárritu e l'ego dell'artista

Il regista apre la 71. Mostra con un film donchisciottesco per ambizioni e grandeur.
di Paola Casella

In foto Alejandro González Iñárritu, regista di Birdman.
Alejandro G. Iñárritu (Alejandro Gonzalez Inarritu) (56 anni) 15 agosto 1963, Città del Messico (Messico) - Leone. Regista del film Birdman.

mercoledì 27 agosto 2014 - Incontri

Alejandro González Iñárritu ci mette dai tre ai quattro anni a girare un film. Dopo Amores Perros, 21 Grammi, Babel e Biutiful si sono succeduti con quell'intervallo perché il regista messicano è, per sua stessa ammissione, un perfezionista. Dall'uscita di Biutiful, che ha portato Javier Bardem a conquistare la Palma come miglior attore al Festival di Cannes del 2010, sono passati altri quattro anni, ma ci sono voluti tutti per pianificare e poi realizzare Birdman, il film con cui Iñárritu inaugura il concorso della 71. Mostra del cinema di Venezia.

Oggi Alejandro G. (González è stato abbreviato nella sola iniziale, come un middle name americano, da quando il regista fa film a Hollywood: "È il cognome di mio padre, ma tutti in Nord America sono convinti che mi chiami solo Iñárritu", dice, con una certa ironia) è uno splendido cinquantunenne che ammette tutte le sue fragilità e debolezze, proprio nel momento in cui torna al grande schermo con un film donchisciottesco per ambizioni e grandeur. Perché con Birdman Iñárritu intende difendere un cinema "non hollywoodiano", che non si piega a quel "genocidio culturale" denunciato apertamente dal protagonista.

"Credo che il cinema sia l'ennesima vittima di un mondo governato dal denaro", attacca il regista. "La sua tragedia è che per esistere ha bisogno di finanziamenti: succede lo stesso in altri settori, la sanità per esempio. Dunque anche il cinema è costretto a stravolgere le sue priorità per soddisfare le esigenze di mercato".

Con Birdman lei si è avventurato in un nuovo territorio narrativo: lunghissimi piani sequenza, montaggio quasi assente, recitazione ininterrotta degli attori. Come è nata questa scelta?
Mi stavo annoiando delle tecniche che avevo usato fino ad ora, così come mi ero stufato delle trame melodrammatiche e troppo piene di "spezia messicana". Volevo esplorare un tema che mi riguarda da vicino: l'ego dell'artista, e ho deciso di farlo attraverso il punto di vista soggettivo del protagonista, un attore che, in quanto tale, è l'incarnazione perfetta del problema.

Un bel rischio, però.
Sì, ho proprio voluto uscire dal mio ambiente sicuro e comportarmi come il funambolo in equilibrio sul filo. Nel mio studio ho una foto di Pascal Petit, che ha teso un cavo fra le Torri Gemelle e ha camminato dall'una all'altra: ne ho fatto una copia e l'ho consegnata a tutta la troupe, per avvisarli di ciò che li aspettava.

Come ha orchestrato il gioco delle riprese che sembrano continuamente entrare e uscire dagli ambienti interni ed esterni del film?
Entravano e uscivano davvero! Ho usato tanto la camera a mano quanto la steadicam, ho letteralmente rimosso alcune pareti all'interno del teatro dove si svolge la storia per fare posto ai cameramen. Ma soprattutto ho lavorato per anni alla pianificazione di ogni singola ripresa: niente è stato improvvisato, o lasciato al caso. Ma una cosa è il progetto, un'altra la realtà. Quando abbiamo cominciato a girare abbiamo dovuto risolvere innumerevoli imprevisti tecnici.

È stato difficile girare intere sequenze senza interruzioni?
La nostra sceneggiatura era come un articolo senza punti o virgole, gli attori dovevano recitare 15 pagine di dialogo alla volta, dunque la cosa più difficile è stato dare alle scene un ritmo interno: al cinema, il ritmo è Dio. Abbiamo cominciato letteralmente dallo spazio vuoto, segnando i punti sulla scena proprio come si fa in teatro e misurando i passi che ogni attore avrebbe dovuto compiere per raggiungere il suo posto al momento giusto. Ogni luce è stata posizionata, ogni oggetto di scena. La palla poi è passata agli attori, che sono stati eccezionali nel recitare senza mai fermarsi e nello stesso tempo attenendosi rigorosamente al copione: non c'era proprio spazio per l'improvvisazione.

È un modo di reinventarsi il linguaggio cinematografico?
Nelle intenzioni, sì. La rappresentazione cinematografica si basa sulla frammentazione del tempo e dello spazio, che è data dal montaggio e io, che nasco montatore, ho provato la frustrazione di dover intervenire il meno possibile. Questo ha significato dovermi concentrare molto di più durante le riprese: se sbagli, non hai modo di porre riparo.

Quanti sono stati, in totale, i tagli di montaggio?
(Ride) Eh no, un prestigiatore non rivela i suoi trucchi!

Che cosa ha imparato da questa esperienza?
Mi sono accorto di quanto sono stato pigro nel girare i film precedenti, facendo leva su tecniche e meccanismi collaudati e "sicuri". Spero solo che gli spettatori non pensino che mi sto mettendo in mostra: mi piacerebbe che non avvertissero la presenza del regista, ma solo quella di un linguaggio cinematografico non convenzionale.

Il tema del film è l'ego dell'artista. Lei con il suo ci combatte?
Assolutamente! Conosco bene la sensazione di essere un momento una cometa luminosa, e quello dopo una medusa spiaggiata (due immagini che compaiono nel film, ndr). Sotto questo aspetto girare Birdman è stato liberatorio e direi quasi terapeutico: bisogna saper ridere delle proprio mediocrità e dei propri limiti. E questo è il primo set su cui sono scoppiato a ridere più volte, riconoscendomi perfettamente nelle fragilità del protagonista. Anche perché Michael Keaton è stato straordinario nella sua capacità di mettersi completamente a nudo, senza pudore.

Letteralmente a nudo: nel film c'è una scena in cui Keaton corre in mutande in mezzo alla folla...
Michael è stato straordinario in quella scena, girata in mezzo alla gente che ovviamente ha subito tirato fuori i telefonini per filmarlo, proprio come si vede nel film. È stata una dimostrazione di totale vulnerabilità fisica ed emotiva. Ma credo che ognuno di noi prima o poi si sia sentito come lui: allo scoperto, in mezzo ad una folla di estranei.

Quanto ha contato il fatto che Keaton abbia impersonato Batman nell'affidare proprio a lui il ruolo di una star diventata famosa nei panni di un supereroe alato e mascherato?
Diciamo che il fatto che abbia davvero vestito il mantello del supereroe mi ha fatto gioco. Ma l'ho voluto soprattutto per la sua capacità di interpretare contemporaneamente il lato comico e tragico del personaggio. E Michael riesce ad essere amabile persino quando interpreta un bastardo.

Il suo film fa pensare a I protagonisti di Robert Altman e, come America Oggi, fa riferimento a Raymond Carver. Le piacerebbe che definissero Birdman "altmaniano"?
Se Birdman fosse "altmaniano" anche solo all'un percento, ne sarei onorato.

Fra poco inizieranno le riprese del suo prossimo film, The Revenant, con Leonardo DiCaprio e Tom Hardy. Questa volta non ha aspettato quattro anni...
Sì, cominceremo a girare fra un mese, e sono terrorizzato! Ma ho imparato con Birdman che la paura genera l'adrenalina necessaria a sentirmi vivo.

news correlate
in Primo Piano

{{PaginaCaricata()}}

Home | Cinema | TIMVISION | Database | Film | Calendario Uscite | MYMOVIESLIVE | Dvd | Tv | Box Office | Prossimamente | Trailer | Colonne sonore | MYmovies Club
Copyright© 2000 - 2019 MYmovies.it® - Mo-Net s.r.l. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione anche parziale. P.IVA: 05056400483
Licenza Siae n. 2792/I/2742 - Credits | Contatti | Normativa sulla privacy | Termini e condizioni d'uso | Accedi | Registrati