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La separazione dei genitori narrata attraverso gli occhi della figlia

Reazioni a confronto su Quel che sapeva Maisie.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Quel che sapeva Maisie di Scott McGehee e David Siegel.
Onata Aprile . Interpreta Maisie nel film di Scott McGehee, David Siegel (II) Quel che sapeva Maisie.

sabato 28 giugno 2014 - Approfondimenti

Decisamente meno conosciuto di altri capolavori della sua vasta produzione letteraria, "Ciò che sapeva Maisie" non va affatto considerato un'opera minore o svogliata nella bibliografia di Henry James. Il romanzo fu pubblicato inizialmente a puntate su una rivista, mentre il volume completo vide la luce nel 1897. Anche nel romanzo, così come nel film intitolato Quel che sapeva Maisie, la storia di una separazione particolarmente confusa e dolorosa tra due genitori viene narrata attraverso gli occhi della figlia.
Nella trasposizione di Scott McGehee e David Siegel, la storia ambientata ai giorni nostri mantiene dunque la stessa strategia narrativa. Il film, come spesso accade di fronte a opere fortemente sbilanciate sulla dimensione psicologica del personaggio, sollecita due reazioni prevedibili presso esperti e cultori. Da una parte, cioè, si dice che il film è "raccontato ad altezza di bambino" e dall'altra che "usa gli stilemi del cinema indipendente, e dunque non cura particolarmente la regia".
Cerchiamo di osservare i limiti di questi atteggiamenti valutativi. Come ci insegna il bellissimo documentario di Mark Cousins, The Story of Film. I bambini e il cinema (uscito in Italia solamente in DVD), i modi di rappresentazione dell'infanzia al cinema sono innumerevoli, anche nei casi in cui il punto di vista sia completamente gestito dai piccoli (regola peraltro infranta qua e là da Quel che sapeva Maisie). "Ad altezza di bambino" significa che la macchina da presa è collocata su un asse d'orizzonte diminuito rispetto a quello tradizionale e adulto? O che appunto la storia è spiegata attraverso lo sguardo del bambino? O ancora che gli schemi mentali con cui osserviamo gli avvenimenti appartengono a quelli, presumibili, di un bambino? Molta la confusione sotto al cielo: in Quel che sapeva Maisie, l'impressione è che i due registi riescano a mettere in scena in maniera assolutamente non eufemistica i drammi degli adulti e di mostrare - attraverso Maisie in scena - l'impatto verso chi ne vive gli effetti da minorenne.
Seconda questione. Se è vero che molto del cinema di "area Sundance" di questi anni ha barattato la capacità squisitamente linguistica e di messa in scena con la forza delle proprie storie, non possiamo tuttavia dimenticare che il minimalismo stilistico ne è orizzonte condiviso. E, come noto, c'è minimalismo e minimalismo. Per usare un paragone letterario, si può essere Raymond Carver o il peggiore degli scrittori, a seconda che si utilizzi, come nel primo caso, un'asciuttezza che diventa puro lirismo, o, nel secondo, una povertà lessicale ed espressiva che sfocia nel dilettantismo.
Quel che sapeva Maisie sembra il frutto di una scrittura e di una regia sapientemente controllate, strumenti duttili che - rinunciando sistematicamente alle svolte più retoriche e prevedibili dei film sul divorzio - raggiungono risultati emotivamente intensi, e non richiedono alcuna appartenenza a un genere, a una tendenza, a un immaginario collettivo o a una forma di contemporaneità, per poter essere onestamente apprezzati.

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