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ghughyt
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giovedė 19 dicembre 2013
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il teatro nel film
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Polanski, da vero artista, ci propone un film fuori dal coro, puro teatro, e questo è certamente un buon motivo per vederlo.
Ho trovato però il film troppo lungo e la tensione emotiva via via calante, appesantita.
La dualità dell'essere umano, il chiaro e lo scuro che si cela in ognuno di noi, l'inconstistenza dell'apparenza, l'imprevedibilità dell'imprevedibile, l'esasperazione di un gioco di ruolo che conduce la vittima a pretendere il suo carnefice sono gli elementi di una vicenda che ci racconta una realtà in cui non c'è spazio per l'amore paritetico, semplicemente autentico , descrive una guerra che dietro di sè lascia soltanto vincitori e vinti.
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Polanski, da vero artista, ci propone un film fuori dal coro, puro teatro, e questo è certamente un buon motivo per vederlo.
Ho trovato però il film troppo lungo e la tensione emotiva via via calante, appesantita.
La dualità dell'essere umano, il chiaro e lo scuro che si cela in ognuno di noi, l'inconstistenza dell'apparenza, l'imprevedibilità dell'imprevedibile, l'esasperazione di un gioco di ruolo che conduce la vittima a pretendere il suo carnefice sono gli elementi di una vicenda che ci racconta una realtà in cui non c'è spazio per l'amore paritetico, semplicemente autentico , descrive una guerra che dietro di sè lascia soltanto vincitori e vinti.
Gughyt
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alex2044
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giovedė 5 dicembre 2013
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polanski non č mai banale , ma ...................
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Polansnski non è mai banale . In ogni suo film ho sempre trovato qualcosa di interessante . Gli attori sono bravissimi . La storia è intrigante ma il film sembra avere come una zavorra che non gli permette di decollare completamente . Perchè ?
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pasquiota
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giovedė 5 dicembre 2013
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il gioco degli scambi e dei doppi
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Lei, attrice rozza e volgare. Lui, regista colto e ambizioso. Ma č lei che comprende meglio il testo, che ne scava dentro le pieghe pių recondite, che se ne dimostra interprete insostituibile. E tutto attraverso uno scambio di ruoli che pone inesorabilmente il regista sotto il dominio dell'attrice e della donna.
Attraverso vertiginosi e innumerevoli piani di lettura, un Polanski che torna al cinema-teatro dopo "Carnage" ci offre un'opera incalzante nel ritmo, pur se con due soli attori, che indaga sugli abissi dell'animo.
E la Vanda (reale) / Vanda (immaginaria) lentamente si trasforma in altro, suggerendoci via via che potrebbe essere l'attrice che si rivale sul regista, poi l'impersonificazione del personaggio della pičce, ma anche la dea Venere che si vendica dell'uomo e infine il doppio della stessa Seigner, speculare al doppio Thomas/Polanski, cui l'ottimo Mathieu Amalric somiglia significativamente.
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Lei, attrice rozza e volgare. Lui, regista colto e ambizioso. Ma č lei che comprende meglio il testo, che ne scava dentro le pieghe pių recondite, che se ne dimostra interprete insostituibile. E tutto attraverso uno scambio di ruoli che pone inesorabilmente il regista sotto il dominio dell'attrice e della donna.
Attraverso vertiginosi e innumerevoli piani di lettura, un Polanski che torna al cinema-teatro dopo "Carnage" ci offre un'opera incalzante nel ritmo, pur se con due soli attori, che indaga sugli abissi dell'animo.
E la Vanda (reale) / Vanda (immaginaria) lentamente si trasforma in altro, suggerendoci via via che potrebbe essere l'attrice che si rivale sul regista, poi l'impersonificazione del personaggio della pičce, ma anche la dea Venere che si vendica dell'uomo e infine il doppio della stessa Seigner, speculare al doppio Thomas/Polanski, cui l'ottimo Mathieu Amalric somiglia significativamente.
In un barlume di luciditā, il regista Thomas lo intuisce, quando balbetta fra sč, chiedendosi chi veramente sia quella Vanda arrivata dai sobborghi.
Ma forse lei č la vita reale e assieme l'eterno. E le spettacolari piano-sequenze iniziali e finali sottolineano la vita che entra ed esce dal teatro, fondendosi ineluttabilmente con lo spazio-cinema. Forse mai Polanski aveva raggiunto la metafisica come qui.
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stefano minuto
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mercoledė 4 dicembre 2013
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essere originali non basta
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Polanski realizza una commedia originale fondendo il teatro con il cinema per raccontare i rapporti tra uomo e donna nella tematica dominato/dominante, vittima/carnefice ecc..
Il regista fa interpretare il film alla sua affascinante moglie (Emmanuelle Seigner)e a un attore (Mathieu Amalric) che non casualmente assomiglia a Polanski da giovane sia fisicamente che nel modo di muoversi e vestire. La prova recitativa dei due attori unici personaggi del film (ottima quella della Seigner meno quella di Amalric) e' finalizzata al continuo ribaltamento e rimescolamento dei ruoli (dominato/dominante) e dell'interpretazione teatrale con la vita reale dei protagonisti in particolare quella di lui.
Detto questo se non ci si lascia influenzare dal nome del grande regista (se tale film l'avrebbe realizzato un regista poco conosciuto la critica sarebbe stata la stessa?.
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Polanski realizza una commedia originale fondendo il teatro con il cinema per raccontare i rapporti tra uomo e donna nella tematica dominato/dominante, vittima/carnefice ecc..
Il regista fa interpretare il film alla sua affascinante moglie (Emmanuelle Seigner)e a un attore (Mathieu Amalric) che non casualmente assomiglia a Polanski da giovane sia fisicamente che nel modo di muoversi e vestire. La prova recitativa dei due attori unici personaggi del film (ottima quella della Seigner meno quella di Amalric) e' finalizzata al continuo ribaltamento e rimescolamento dei ruoli (dominato/dominante) e dell'interpretazione teatrale con la vita reale dei protagonisti in particolare quella di lui.
Detto questo se non ci si lascia influenzare dal nome del grande regista (se tale film l'avrebbe realizzato un regista poco conosciuto la critica sarebbe stata la stessa?..), al lato pratico a parte l'originalita' del film e la bella interpretazione della Seigner lo spettatore dopo aver gia' capito nella prima parte come il regista ha impostato l'intera pellicola rimane piuttosto annoiato... Meglio il vero teatro a questo punto.
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venerdiego
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venerdė 29 novembre 2013
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il buon teatro al cinema, l'incarnazione.
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Finalmente un Polanski in piena forma, dopo il suo, secondo me deludente uomo Nell' ombra. Il grande cineasta utilizza gli stessi strumenti di Von Trier in Dogville, minimalitá al servizio Della storia, Della narrative insomma utilizzando due soli attori e facendo leva su tutti gli artifizi drammaticI e narrativi di una piece teatrale quale č di fatto " Venere in pelliccia ". Anzi io sostengo che qui di attori ce ne siano solo uno alle prese con la sua ossessione che prende le forme della ' potente ' Seigner.
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margot camp
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mercoledė 27 novembre 2013
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l'arte di narrare l'arte
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Se cercate un film dove i dialoghi possono essere estemporanei e metatestuali, questo è il film per voi. La speculazione ci viene offerta come base per assaporare nuove combinazioni geniali e nuovi rovesciamenti di ruolo e convenzioni. Il film è prima di tutto un film sulla conoscenza, intesa a 360°: tra Thomas e Wanda, tra uomo e donna, tra regista e attrice, tra personaggi e il testo teatrale, infine sul meccanismo del sadomasochismo. Movente delle accese discussioni tra i due personaggi è proprio il testo di Masoch, da cui poi derivò il termine masochismo. L’esperimento si ripete come inCarnage solo con due attori in meno ed una tecnica affinata: laddove era una lite per futili motivi a generare una serie di accuse e dichiarazioni, questa volta il problema è l’interpretazione del testo.
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Se cercate un film dove i dialoghi possono essere estemporanei e metatestuali, questo è il film per voi. La speculazione ci viene offerta come base per assaporare nuove combinazioni geniali e nuovi rovesciamenti di ruolo e convenzioni. Il film è prima di tutto un film sulla conoscenza, intesa a 360°: tra Thomas e Wanda, tra uomo e donna, tra regista e attrice, tra personaggi e il testo teatrale, infine sul meccanismo del sadomasochismo. Movente delle accese discussioni tra i due personaggi è proprio il testo di Masoch, da cui poi derivò il termine masochismo. L’esperimento si ripete come inCarnage solo con due attori in meno ed una tecnica affinata: laddove era una lite per futili motivi a generare una serie di accuse e dichiarazioni, questa volta il problema è l’interpretazione del testo. La battaglia a suon di battute ed esercizi stanislavskiani è tra “ambiguo” (l’uomo, il regista) e “ambivalente” (la donna, l’attrice). Ma anche un tentativo di liberare l’arte dalla nostra concezione contemporanea di funzionalità, superando questo desiderio di ricercare l’elemento sociale a tutti i costi (il rapporto di coppia, il maltrattamento) e analizzando l’opera per quello che è. L’arte per l’arte, anche il sadomaso viene liberato dall’accezione erotica e scandalosa, per essere sublimato in qualcosa di puramente estetico, in un atteggiamento mentale, in un duello sul potere. E in questa pièce nella pièce, Polanski si diverte ad orchestrare continui capovolgimenti di ruolo al punto che non sappiamo più discernere chi è la vittima e chi il carnefice. La sensazione alla fine del film è di restare come Thomas, inerti ed interdetti, legati a quel simbolo fallico, ammaliati dalle movenze dionisiache di una Venere reincarnata, combattuti tra l’aver visto una presenza demoniaca o una sovrapposizione perfetta tra Wanda attrice e Wanda personaggio.
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xtini
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mercoledė 27 novembre 2013
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vivace, intenso, intimo
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Vivace ,intenso,intimo ;l'ultimo di Roman Polanski. Il
merito va soprattutto agli attori:Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric che,
riescono a catturare il pubblico con la loro magnifica e morbosa interpretazione ."Un attrice strampalata e inizialmente sgraziata di nome Vanda riesce ad ottenere un audizione per : " La Venere in pelliccia " testo adattato da Thomas ; il regista ,basato su il romanzo di Leopold Von Sacher-Masoch.nostante sia arrivata in ritardo, il regista si convincerà e le darà le battute .Si rivelerà da subito "l'ideale "Venere per thomas . I due così ,inizieranno a provare il copione.
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Vivace ,intenso,intimo ;l'ultimo di Roman Polanski. Il
merito va soprattutto agli attori:Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric che,
riescono a catturare il pubblico con la loro magnifica e morbosa interpretazione ."Un attrice strampalata e inizialmente sgraziata di nome Vanda riesce ad ottenere un audizione per : " La Venere in pelliccia " testo adattato da Thomas ; il regista ,basato su il romanzo di Leopold Von Sacher-Masoch.nostante sia arrivata in ritardo, il regista si convincerà e le darà le battute .Si rivelerà da subito "l'ideale "Venere per thomas . I due così ,inizieranno a provare il copione.Due;eppure Incantano , seducono ;si scoprono mettendo a nudo se stessi attraverso le fantasie dei personaggi ;stravolgendo il canovaccio iniziale. Un teatro scarno che si anima e diventa luogo di confessioni reali ,intime e nascoste dietro una battuta.Polanski dirige due mattatori e riesce ad incuriosire senza mai annoiare , a sedurre senza scadere nel volgare.
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paolo alias
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martedė 26 novembre 2013
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un polpettone noiosissimo
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Pretenzioso e noioso a tal punto che la sala si č andata svuotando durante la proiezione (é giusto dirlo per chi rischia di andarlo a vedere). A parte questo é molto ben recitato e quindi il risultato non é dovuto agli attori. Sarebbe comunque il caso che ogni tanto qualche critico dicesse le cose come stanno e fornisse un giudizio utile al pubblico invece di lodare in coro un polpettone, che non passerā certo alla storia come uno dei migliori di questo regista.
[+] polpettone č a natale!
(di venerdiego)
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pepito1948
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martedė 26 novembre 2013
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il martirio e l'estasi
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C’è molto Polanski in questa sua ultima opera. Lo schema ricalca quello di Carnage, dove protagonista, più che i personaggi, è la loro relazione a geometria variabile. C’è qualcosa dell’ambiguità, della sottile crudeltà e dell’erotismo strisciante di Luna di fiele. C’è un direttore delle luci anche lui polacco e vecchio collaboratore del regista, quarta e fondamentale presenza artistica sul set. Infine c’è la mano del maestro, geniale nel saper dosare i movimenti psicologici che si alternano senza tregua e le trasformazioni di ruoli e personaggi in una dimensione tempo- spazio che abbandona i caratteri della naturalità per diventare una realtà tutta mentale.
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C’è molto Polanski in questa sua ultima opera. Lo schema ricalca quello di Carnage, dove protagonista, più che i personaggi, è la loro relazione a geometria variabile. C’è qualcosa dell’ambiguità, della sottile crudeltà e dell’erotismo strisciante di Luna di fiele. C’è un direttore delle luci anche lui polacco e vecchio collaboratore del regista, quarta e fondamentale presenza artistica sul set. Infine c’è la mano del maestro, geniale nel saper dosare i movimenti psicologici che si alternano senza tregua e le trasformazioni di ruoli e personaggi in una dimensione tempo- spazio che abbandona i caratteri della naturalità per diventare una realtà tutta mentale.
Il regista Thomas provina in un teatro vuoto e semibuio per il ruolo di protagonista di una piece teatrale, come ultima possibilità di una giornata fallimentare, l’irruente Vanda, che ha invaso il palco fuori tempo massimo con i suoi abiti tutto borchie, cuoio e trine, toni vocali sgraziati e volitivi, decisa a non mollare la parte fino all’ultimo tentativo. Riuscito, perché, alla prima spoliazione delle sue apparenze, il regista a sua volta perde la pervicace coazione al rifiuto, ed accetta Vanda come interprete ai suoi comandi. Comincia il confronto tra chi dirige e chi è diretto, che ben presto da gioco delle parti si trasforma in contesa tra i sessi extra copione, destinata a non fare prigionieri. Il testo della piece in allestimento, ispirata ad un lavoro di von Sacher-Masoch, dà il destro alla camaleontica Vanda di andare oltre una canonica recitazione, e attraverso spiazzanti evoluzioni della sua schiacciante seduzione, calamitanti spoliazioni e continue osmosi tra i ruoli di attrice e di donna, riesce a scardinare la porta cedevole della psiche del povero Thomas, ormai pronto ad offrire il ventre alle armi dell’altrui dominazione come apoteosi del desiderio di un io frustrato che vuol essere frustato. Vanda infatti straripa dal copione, inverte i ruoli e si erge a padrona incontrastata, davanti alla nudità fragile e consenziente dell’interlocutore, ormai privato perfino delle sue apparenza virili ed “imprigionato” senza pietà, un San Sebastiano che sembra dar corpo al dibattuto tema del martirio come estasi. Con un salto nel mito Thomas-Penteo rischia di essere fatto a pezzi, perché le Baccanti di Dioniso, nume dell’irrazionale e del teatro, non perdonano la protervia sacrilega di chi ha cercato di sfidare negandola la superiore entità divina che intendeva sottomettere. “E Dio mise l’uomo nelle mani di una donna”.
Il sottile gioco di trasformazione dei singoli contendenti e la dinamica inesorabile tra i due che stravolge il rapporto di forza (o di pulsioni) si materializzano nell’inversione del rapporto tra regista dominante e attrice recitante in kermesse donna-.uomo, vinta in un’ottica di vendetta antisessista dalla prima sul secondo, rimasto impastoiato nel suo recondito desiderio, senza più identità e libertà. Polanski propende per l’identificazione con il suo regista, tanto da scegliere il protagonista a sua immagine e somiglianza: un autoritratto pieno di spunti forse attinenti al suo tribolato vissuto, attraverso un’elaborazione che attinge mescolandoli alla letteratura, la pittura, la mitologia, il cinema, il teatro: all’arte, insomma.
Tipico esempio di metacinema o meta teatro, Venere in pelliccia è un’opera sulla doppiezza della natura (o della verità: realtà e finzione, eros e thanatos, piacere e dolore, coscienza ed inconscio) e sulla doppiezza nella doppiezza (nella diversità dei generi e in quella delle componenti maschile e femminile di ciascuno di essi). Colpisce la capacità di Polanski, co-sceneggiatore, di entrare nei meandri “secondari” della mente, quelli più nascosti e trasgressivi (“Nel sado-maso c’è qualcosa di non molto diverso dal teatro: diventi regista delle tue fantasie, interpreti un ruolo, diventi un’altra persona..”), dandone una rappresentazione dinamica esaltata da angolazioni visuali ponderate, stacchi di immagine, cambi di luce, repentine variazioni di toni narrativi, come se descrivesse una lotta su una pedana girevole che ad un certo punto s’inclina. Le luci sono perfettamente calibrate per descrivere il confronto epico in tutti i suoi mutamenti. Alla fine, è pur sempre e solo spettacolo, dice Polanski, e, come uno spettatore di boxe che esce per rivivere ciò che ha visto tornando alle sue ordinarie occupazioni, la mdp esce dal chiuso dell’agone teatrale indietreggiando lentamente, attraversando tutte le porte verso l’uscita: chiara citazione del grande Hitchcock.
Non si può non sottolineare in un film con due soli combattenti la superba prova dei protagonisti, con menzione particolare per la Seigner, da tempo musa e moglie del regista, dalla bellezza ultrapervasiva e quasi paralizzante. Da non mancare.
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[+] commento a pepito 1948
(di ennas)
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margot camp
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martedė 26 novembre 2013
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l'arte di narrare l'arte
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se esiste un modo per speculare intellettualmente per il semplice gusto di assaporare intuizioni geniali o rovesciamenti improvvisi di ruoli e di idee, Polanski č sicuramente uno dei pių esperti in questo campo. Il film č innanzitutto un film sulla conoscenza umana (?),fortuita o programmata (?) tra un uomo e una donna, ma anche sulla conoscenza del testo teatrale di Masoch, colui che diede il nome al masochismo. L'esperimento si ripete come in Carnage, ma questa volta la tecnica si č affinata: dimezzati i personaggi, i loro discorsi hanno un catalizzatore che č il testo teatrale, il quale offre numerosi spunti per riflettere e confrontarsi. Ambiguo come il personaggio maschile,mentre ambivalente il personaggio femminile(č l'attrice o una sorta di Venere reincarnata).
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se esiste un modo per speculare intellettualmente per il semplice gusto di assaporare intuizioni geniali o rovesciamenti improvvisi di ruoli e di idee, Polanski č sicuramente uno dei pių esperti in questo campo. Il film č innanzitutto un film sulla conoscenza umana (?),fortuita o programmata (?) tra un uomo e una donna, ma anche sulla conoscenza del testo teatrale di Masoch, colui che diede il nome al masochismo. L'esperimento si ripete come in Carnage, ma questa volta la tecnica si č affinata: dimezzati i personaggi, i loro discorsi hanno un catalizzatore che č il testo teatrale, il quale offre numerosi spunti per riflettere e confrontarsi. Ambiguo come il personaggio maschile,mentre ambivalente il personaggio femminile(č l'attrice o una sorta di Venere reincarnata). Entrambi infatti si ritroveranno spesso a battibeccare sui due differenti termini e le loro differenti accezioni. Questa sorta di pičce nella pičce, mette in luce i limiti del nostro tempo, questo voler ricercare un risvolto sociologico in qualsiasi opera (il rapporto tra uomo e donna, il maltrattamento)a tutti i costi e a discapito dell'arte. Il sadomaso stesso, menzionato pių volte fa da sfondo al film, ma sublimato in chiave estetica(anche nel rapporto tra regista e attrice e viceversa)e psicologica, differente dalla banale classificazione pornografica. L'arte per l'arte, il sadomaso č prima di tutto un gioco di potere e di ruoli e Polanski č cosė bravo nell'orchestrare questi continui capovolgimenti, che si ha l'impressione alla fine di rimanere legati come il protagonista a quel simbolo fallico, inerti e sconcertati dalla portata mentale che questo film-discussione ha avuto su di noi. Non sapendo pių chi č la vittima e chi il carnefice si resta ammaliati ed inermi ad osservare la danza dionisiaca della venere in pelliccia.
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