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Tutte le ragioni della violenza

Il tocco del peccato e l'obbligo del sangue.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Il tocco del peccato di Jia Zhang-Ke

domenica 24 novembre 2013 - Approfondimenti

Grazie al fatto che Jia Zhang-Ke ha spiazzato tutti i suoi raffinati conoscitori con un film duro come Il tocco del peccato si può nuovamente parlare di violenza al cinema senza false ipocrisie. Finché le sequenze più brutali vengono filmare da cineasti abituati a farlo, si chiamino Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Takeshi Kitano (qui peraltro produttore) o Eli Roth, le persone rimangono della propria idea. Chi ama il genere, esulta. Chi detesta il sangue sullo schermo, si ritira schifato, non di rado accusando di sadismo gratuito il cineasta di turno. Quando invece a mostrare il grand guignol è un regista spesso contemplativo e vicino all'idea di ibridazione col documentario, i nervi immediatamente saltano.
Il concetto di gratuito o necessario, in verità, ha sempre rappresentato una foglia di fico della critica cinematografica. Un po' come il nudo artistico contrapposto all'erotismo sfacciato. Ovviamente, tutto dipende dalla sensibilità di chi guarda, ma molto anche al concetto di violenza che si mette in scena. È difficile accusare Jia Zhang-Ke, anche solo per il curriculum che ha alle spalle, di violenza fine a se stessa, o di pulp sconsiderato, anche se naturalmente si potrà ben dire che non vi era alcun bisogno di mostrare i crani fracassati dalle fucilate, i dettagli del sangue che scorre dalle ferite, i petti squarciati dal coltello e così via. Jia Zhang-Ke lo fa perché pensa che sia una forma di verità, e che - ancora una volta - contribuisca (ma con altri mezzi) a documentare le sperequazioni e le mostruose ingiustizie che albergano nella Cina contemporanea. Si apre dunque un paradosso: la violenza viene rappresentata in maniera realistica (il patto di credibilità secondo cui il sangue fuoriesce da un corpo proprio in quel modo, senza infingimenti, con gran cura del particolare) ma per ottenere un risultato metaforico. La precisione clinica per l'allegoria. Il cruento per il pensiero.
In Il tocco del peccato i personaggi uccidono perché hanno esaurito le opzioni. Ammazzano perché ogni negoziazione, o richiesta di diritti, viene negata. Distruggono le vite perché non tengono più in alcun conto la propria (e infatti uno di loro si suicida). La maggior parte dei personaggi in scena sarebbe definita dalle categorie di psichiatria criminale come "spree killer", che si differenzia dai serial killer poiché i delitti maturano in breve tempo e durante una singola esplosione di violenza. Siamo abituati a spree killer mitomani (strage di Columbine), neonazisti (strage di Utoya), paranoici (strage di Erba), ma quasi tutti abitano il dorato mondo occidentale e ne rappresentano una improvvisa aberrazione. I personaggi di Jia Zhang-Ke invece no, esplodono dopo che la pentola a pressione non ha lasciato uscire nemmeno uno sbuffo, e reagiscono a una situazione di tragica frustrazione, umana e sociale. Non sono pazzi, sono solo esasperati.
Per cui è vero che Jia Zhang-Ke ci parla della Cina contemporanea e del suo cinismo, ma forse ci dice qualcosa anche della violenza delle rivoluzioni (quelle arabe per esempio) e della incontrollabilità delle reazioni umane quando di umano, nella propria vita, è rimasto ben poco. Ecco allora perché la rappresentazione della violenza diviene quasi un dovere.

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