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marinabelinda
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venerdì 15 novembre 2013
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la luce nel buio
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Stupisce il Padre Nostro recitato all'inizio, soprattutto se apparentemente il film non ha una chiara connotazione religiosa.
Sbagliato.
Prisoners presenta molteplici letture, sia contenutistiche che tecniche: il sentimento religioso conferisce uniformità al racconto e, secondo me, dopo la qualifica del film come 'giallo classico' è il più significativo piano di lettura.
Al di là delle immagini (la croce sullo specchietto retrovisore del furgone di Dover, la croce tatuata sulla mano di Loki), dei richiami alla preghiera e all'utilizzo della musica sacra, emerge intesa la rappresentazione del complesso rapporto tra uomo e Dio. L'uomo -al centro della storia- resta solo, anche se inserito nella comunità, e, a differenza di Dio, non perdona.
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Stupisce il Padre Nostro recitato all'inizio, soprattutto se apparentemente il film non ha una chiara connotazione religiosa.
Sbagliato.
Prisoners presenta molteplici letture, sia contenutistiche che tecniche: il sentimento religioso conferisce uniformità al racconto e, secondo me, dopo la qualifica del film come 'giallo classico' è il più significativo piano di lettura.
Al di là delle immagini (la croce sullo specchietto retrovisore del furgone di Dover, la croce tatuata sulla mano di Loki), dei richiami alla preghiera e all'utilizzo della musica sacra, emerge intesa la rappresentazione del complesso rapporto tra uomo e Dio. L'uomo -al centro della storia- resta solo, anche se inserito nella comunità, e, a differenza di Dio, non perdona.
Il parroco non perdona il confitente che, pur scomparendo fisicamente, è uno dei motori della vicenda.
Dover non perdona colui che crede essere l'effettivo responsabile della sparizione della figlia Anna e dell'amichetta Eliza e, di conseguenza, si scatena con una violenza inimmaginabile; volendosi sostituire a Dio giudica e punisce ma senza misericordia e comprensione per il preteso responsabile. E, paradossalmente, Dover dopo aver preso questa durissima decisione, chiede a Dio forza e perdono.
E meno di tutti perdona la signora terribile Jones, la quale, che dopo la morte del figlio per un cancro, non perdona Dio, e, per vendicarsi induce altri genitori a perdere la speranza, inserendoli in situazioni diverse ma del pari angoscianti.
L'uomo vuole farsi Dio, ma fallisce, e ogni azione compiuta per sostituirsi a Dio, presuntuosa e violenta, rimane priva di risultato concreto.
Infatti il parroco beve e, dopo essersi trasformato in giustiziere, viene catturato. Anche la signora Jones resta senza marito (ucciso del parroco) e, alla fine, paga con la vita il proprio piano criminale.
Sicchè, l'uomo è un caduto e non già un sostituto di Dio: tutti i personaggi sono caduti e tutti sono PRIGIONIERI, soprattutto di loro stessi e dei loro limiti.
Già questo è molto.
Ma il film offre altre corpose sottotracce, quale la reazione al dolore. Al dolore reagiscono in modo diversissimo i quattro genitori. Ma reazione al dolore è anche il piano della signora Jones, la follia di Alex (vittima dei Jones) e di Toby salvatosi dai Jones (non si sa come) ma divenuto loro emulatore anche se con meri feticci.
Il dolore -come la pioggia- cade su tutti i personaggi accomunati dalla medesima realtà socio-ambientale della periferia americana.
C'è speranza? Sì se si pensa alla (delirante) tenacia di Dover nel non arrendersi alla scomparsa delle bambine; all'eroico salvataggio di Anna da parte di Loki e allo sguardo di Grace dopo aver chiesto a Loki notizie del marito.
Forse mi sono spinta un po' troppo nell'analisi di questo ottimo giallo (nel quale è pressochè assente l'informatica) recitato benissimo da tutti gli interpreti (su tutti, il durissimo Jackman e lo stropicciato Gyllenhaal). E da ottimo giallo il film è pieno di tranelli che sembra distrarre, ma, in realtà, forniscono indizi per arrivare alla verità.
Ed è anche un vero omaggio al Cinema, pieno di riferimenti al altri film (uno su tutti Un borghese piccolo piccolo e, quanto alla ambientazione, Il sospetto) ma tale da risultare originalissimo e in grado di farci riflettere su come ci comporteremmo in situazioni analoghe.
E il finale? Agghiacciante. Ma se riusciamo a non perdere la speranza, la soluzione -la salvezza- non potrà che essere positiva.
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romifran
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lunedì 18 novembre 2013
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di buone intenzioni è lastricato l'inferno.
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L'ho sentita da un prete, questa frase sibillina, che ben si attaglia, mi pare, all'ottimo thriller/horror di Denis Villeneuve. Atmosfera noir, sin dai primi fotogrammi, e una luce profondamente triste, che il direttore della fotografia deve aver di certo voluto per calarci da subito "in medias res". Nel film tutti hanno "buone intenzioni": ritrovare la propria figlia, scoprire il colpevole, predicare la buona novella, difendere i propri ideali di giustizia, indurre a perdere la fede, mantenere la parola data a costo della vita. E tuttavia, tra tante buone intenzioni, scorre il sangue, lo spettatore ha paura, disgusto, a tratti terrore; trema e spera dall'inizio alla fine, incollato sulla poltrona (non ho nemmeno avvertito la durata del film: ben 2 ore e mezza).
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L'ho sentita da un prete, questa frase sibillina, che ben si attaglia, mi pare, all'ottimo thriller/horror di Denis Villeneuve. Atmosfera noir, sin dai primi fotogrammi, e una luce profondamente triste, che il direttore della fotografia deve aver di certo voluto per calarci da subito "in medias res". Nel film tutti hanno "buone intenzioni": ritrovare la propria figlia, scoprire il colpevole, predicare la buona novella, difendere i propri ideali di giustizia, indurre a perdere la fede, mantenere la parola data a costo della vita. E tuttavia, tra tante buone intenzioni, scorre il sangue, lo spettatore ha paura, disgusto, a tratti terrore; trema e spera dall'inizio alla fine, incollato sulla poltrona (non ho nemmeno avvertito la durata del film: ben 2 ore e mezza). Straordinario l'effetto "post-visione": un pensiero quasi fisso su quelle buone intenzioni per l'intera giornata e, ancora adesso, mentre scrivo. Un critico scrisse in occasione dell'uscita del film "Onora il padre e la madre": "Quando un film è davvero ben fatto, lo spettatore deve portarselo a casa." Ovvero nel cuore e nell'anima, come ho fatto io. Chapeau!
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sev7en
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domenica 5 gennaio 2014
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un capolavoro mancato ma godibile e da non perdere
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Nel giorno del ringraziamento, due famiglie americane vivono il peggiore degli incubi, la scomparsa delle proprie bambine e mentre la polizia cerca di far luce sul caso, Keller Dover, uno dei genitori, conduce una claustrofobica indagine parallela.
Quando guardando fuori della finestra non si scorge più l’orizzonte, quando le certezze, che sembravano granitiche, si lasciano trasportare dal vento come polvere, quando le tenebre e l’oscurità riempiono l’abisso che la solitudine, il senso di colpa, l’impotenza di poter risolvere, ora, subito, immediatamente, scavano in modo forsennato dentro il nostro io… si annulla ogni differenza tra l’uomo e la bestia.
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Nel giorno del ringraziamento, due famiglie americane vivono il peggiore degli incubi, la scomparsa delle proprie bambine e mentre la polizia cerca di far luce sul caso, Keller Dover, uno dei genitori, conduce una claustrofobica indagine parallela.
Quando guardando fuori della finestra non si scorge più l’orizzonte, quando le certezze, che sembravano granitiche, si lasciano trasportare dal vento come polvere, quando le tenebre e l’oscurità riempiono l’abisso che la solitudine, il senso di colpa, l’impotenza di poter risolvere, ora, subito, immediatamente, scavano in modo forsennato dentro il nostro io… si annulla ogni differenza tra l’uomo e la bestia.
Denis Villeneuve, regista con alle spalle pochi ma significativi lungometraggi, torna in sala con un thriller che rinuncia ad ogni compromesso di redenzione, mostrando come due famiglie stile Mulino Bianco, nel giorno del Ringraziamento (al Signore…), possano finire nell’oblio al pari di un’esplosione controllata quando, piano dopo piano, l’impressione di un allontanamento temporaneo timbra invece il biglietto di sola andata per l’ignoto.
La polizia, diversamente dal solito, prende subito sul serio la questione, schierando in prima linea il suo detective più perspicace, un fenomenale Jake Gyllenhaal, analitico, metodico, calmo e convito delle proprie capacità, almeno inizialmente..., mentre un Hugh Jackman da Oscar da sfogo alla più brutale delle bestie: un padre accecato dalla disperazione e lorogato dal rimorso di una promessa.
Il film è ambientato in un indefinito presente, confinato all’interno di una provincia americana in cui ogni abitazione sembra essere uno stato a sé, per la totale indifferenza con cui si guarda oltre le proprie mura o la pacatezza con cui “partecipa” agli appelli accorati di Keller, al secolo Wolverine, padre di Anna, una delle bambine scompase, di suo figlio e di Franklin, il padre dell’altra bambina, Eliza.
Suo figlio ricorda che prima che le bambine sparissero stavano giocando attorno ad un camper, ora, purtroppo, scomparso...
Mentre gli “uomini” si trovano in strada, in casa si consuma il dramma della madre di Anna, una fin troppo provata Grace, che oltre ad essere cliente fissa delle farmacie per l’abuso di psicofarmaci, non si fa troppi scrupoli nel rinfacciare a Keller di non averle protette, come promesso, e non ancora ritrovata, come dovuto. A questi due piani narrativi si aggiunge quello del detective Loki, interpretato in modo magistrale da Jake Gyllenhaal che senza dove far ricorso a sovraumane capacità deduttive (vedi CSI) o intuizioni alla Colombo, applica il metodo scientifico alla lettera, sminuzzando ogni singolo evento a particella elementare per incasellarlo all’interno di un puzzle intrigante quanto indefinito. La caccia all’uomo porta all’identificazione del camper ma ancora piu’ importante del suo conducente con un unico problema: Alex, è un ritardato mentale, apparentemente con nulla da condividere con quanto accaduto salvo una frase sussurata a Keller, che risuonerà martellante nella sua mente:”non hanno pianto finché non le ho lasciate”. La polizia prende in custodia Alex ma nonostante le pressioni di Keller ed i dubbi del detective è costretta a lasciarlo libero dando il là a quella che potremmo definire la seconda parte della pellicola, decisamente più movimentata e dai ritmi incalzanti. Se nella prima parte la necessità di creare un background credibile e accrescere nello spettatore quel mix spiazzante di sicurezza/tranquillità, all’inizio, e smarrimento/disperazione, nel seguito, rischia di apparire logorroica, il regista prende di petto l’intricata sceneggiatura di Aaron Guzikowski dando voce ad ogni singolo attore in campo che come in un’orchestra, all’unisono, suona tanto la liturgia della Parola, identificata dal sacerdote giudice e carnefice o dai precedenti storici dei personaggi, dai temi musicali ispirati ai canti religiosi che stridono come dita su una lavagna con la crudeltà della violenza mostrata, con le improvvise battute d’arresto tra un’azione e l’altra, come a riprendere fiato, mentre si sprofonda sempre più in basso, nella ragione e nei sentimenti, con un filo sotteso verso il vuoto tra la pazzia e l’ira funesta.
La vera forza di Villeneuve è quella di aver ignorato ogni cliché dei film dell’ultima decade, lasciando che ogni situazione debordasse e assumesse contorni non più confinati all’interno della pellicola ma estesi e proiettati all’infinito, verso quell’imprevedibilità che caratterizza la vita reale, le situazioni in cui ci si trova, per la prima volta, che si affrontano, da soli, che sembra in qualunque traversa condurre ad un vicolo cieco. Il thriller trasuda riferimenti allegorici in ogni fotogramma ed i labirinti percorsi dai singoli personaggi sono una visione microscopica del grande quadro affrescato, perché non è vero che per tutto ci sia una seconda possibilità, che tutte le cose “andranno bene”, che c’è qualcuno disposto ad ascoltare. Gli scatti di ira di Keller mentre tortura Alex possono essere identificate dalle martellate che da al muro, una, due, tre, quattro… perché la distruzione fa breccia negli oggetti materiali ma continua ad essere coltello nel burro all’interno della mente, e questo, questa impotenza, è la chiave di lettura del film.
La sceneggiatura è complessa ed articolata e reggere due ore e mezza di film senza sbavature sarebbe risultato non di questo mondo, difatti sono presenti numerose incoerenze e forzature che una seconda visione, meno attenta alle scene visive e più a quelle celate, portano a galla senza tuttavia minare la bontà dell’opera ma lasciando, questo sì, un po’ perplessi.
La colonna sonora è affidata al compositore islandese Jóhann Jóhannsson che anziché fornire riferimenti e coordinate, aggiunge quell’effetto riverbero alle scene: le amplifica, espande e porta all’implosione nelle frazioni di secondo in cui sembrano arrivare i titoli di coda e tutto finire, salvo poi rivelarsi, come già detto, dei pit-stop.
Fincher e Nolan sono avvertiti: in sala solo se accompagnati dai genitori.
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(di napos)
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claudiofedele93
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giovedì 13 marzo 2014
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prigionieri dei propri demoni!
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Il 2013 è stato un anno di gran lunga migliore, sotto certi aspetti, del precedente dal punto di vista cinematografico. Al di là dei tanti prodotti di nicchia, il cui valore rasenta quasi sempre la perfezione ma che non riescono ad ottenere nemmeno lontanamente la meritata attenzione su larga scala, bisogna ammettere che i 365 giorni appena trascorsi hanno dato alla luce lavori interessanti che ben sono stati accolti dal pubblico. Di particolarmente interessante Prisoners ha molto a partire dal cast di cui è composto: Hugh Jackman, Jake Ghyllenaal, Viola Davis, Torrence Howard, Paul Dano e Melissa Leo; in soccorso ai tanti nomi citati vi è una storia che ha sempre colpito il pubblico ed un regista, Denis Villenueve, che non è nuovo né alla settima arte né ai film carichi di una certa emotività ed impegno ( è il regista de La Donna che Canta).
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Il 2013 è stato un anno di gran lunga migliore, sotto certi aspetti, del precedente dal punto di vista cinematografico. Al di là dei tanti prodotti di nicchia, il cui valore rasenta quasi sempre la perfezione ma che non riescono ad ottenere nemmeno lontanamente la meritata attenzione su larga scala, bisogna ammettere che i 365 giorni appena trascorsi hanno dato alla luce lavori interessanti che ben sono stati accolti dal pubblico. Di particolarmente interessante Prisoners ha molto a partire dal cast di cui è composto: Hugh Jackman, Jake Ghyllenaal, Viola Davis, Torrence Howard, Paul Dano e Melissa Leo; in soccorso ai tanti nomi citati vi è una storia che ha sempre colpito il pubblico ed un regista, Denis Villenueve, che non è nuovo né alla settima arte né ai film carichi di una certa emotività ed impegno ( è il regista de La Donna che Canta). Eppure, in tutto questa sfarzosità di talenti e nomi di un certo calibro del settore, i dubbi sulla riuscita di Prisoners sono leciti e concreti. Se volete saperne di più, se siete curiosi di scoprire cosa ne pensiamo, siete caldamente invitati a proseguire con la lettura della presente recensione!
Rivelarvi la trama della pellicola, in questo caso, potrebbe essere uno dei torti maggiori che potremmo farvi; dato che abbiamo il massimo rispetto per i nostri lettori abbiamo deciso di accennarvi il meno possibile affinché possiate gustarvi il prodotto con la stessa “tranquillità” che ha accompagnato noi medesimi. Vi basterà sapere infatti che Prisoners è un film incentrato unicamente sulla ricerca da parte di Keller Dover (Jackman) di sua figlia, scomparsa con la sua amichetta il giorno del ringraziamento. A capo dell’indagine viene messo il detective Loki (Gyllenhaal) il quale avvierà una lunga indagine per ritrovare le bambine scomparse e cercherà di portare a galla una verità oscura che si muove tra le case della provincia Americana da tanto tempo, silenziosa e assassina, che già in passato aveva dato dimostrazione della sua crudeltà. Le due bambine, non sono, di fatto, le uniche scomparse nella zona.
Prisoners è un film da cui ci si poteva aspettare molto e al contempo si poteva rimanere concretamente delusi. Fortunatamente poche sono le critiche da muovere verso questo lungometraggio e tanti, invece, gli encomi a cominciare da una regia perfetta, costituita da inquadrature calme, dosate e attente, ma capace di saper dare al momento giusto e con i toni giusti i tanti cambiamenti di ritmo che danno all’azione una suspance inaspettata ma ben orchestrata e coerente con quanto viene messo in scena. Il film di fatto non si pone allo spettatore come un’opera priva di personalità o come un thriller che senza tante pretese vuole solo far passare due ore spensierate a chi lo guarda; se cercate questo tipo di lungometraggi siete sulla strada sbagliata, l’ultima fatica di Villenueve utilizza l’espediente delle bambine scomparse e di tutto quello che ne consegue per muovere una forte critica non solo alla America, troppo sonnacchiosa e sicura dietro alle case fatte di cartongesso, ma cerca di mettere in luce, sopratutto, i mutamenti dell’animo umano a causa di determinati fattori fino a portarli quasi all’eccesso.
Si apre così un binomio interessante, caratterizzato da due punti di vista ben precisi (soggettivo/oggettivo parabola anche del caos e dell’ordine morale/esistenziale) posti agli antipodi formato da una parte dal padre (Jackman, ancora una volta bravo, dopo Les Miserables, e capace di saper tenere un ruolo drammatico) che farà di tutto pur di riavere sua figlia fino ad arrivare a perdere quasi la salute mentale e fisica; mentre dall’altro, potremmo identificare questo aspetto come la parte razionale dell’intera vicenda, abbiamo il poliziotto interpretato da Gyllenhaal (cresciuto e sempre all’altezza dei ruoli che gli vengono affidati) che metterà tutto se stesso e le sue doti da detective pur di trovare le bambine. Si apre così un duello tra giustizia e vendetta dove alle lunghe appare sempre più chiaro che non esistono vincitori o vinti ma solo persone capaci e pazienti che confidano nelle loro capacità, al contrario di altre che prese dalla disperazione arrivano ad affidarsi persino a Dio ed in suo nome compiono atti deplorevoli.
Con una fotografia che sa il fatto suo e dietro ad una sceneggiatura curata ed indubbiamente interessante si dipana quindi un thriller che se non riesce ad essere il migliore dell’annata appena passata, può sicuramente assicurarsi un posto tra quelli più riusciti di questi ultimi anni, poiché, credete a noi sulla parola, seguire la storia qui, ben orchestrate, non sarà solo una pura forma di intrattenimento ma una base su cui fare delle interessanti riflessioni o, se così non fosse, quanto meno potrà essere manifesto o meglio ancora una forma di testimonianza, facendovi così avere coscienza di una faccia dell’America rurale talvolta nascosta o celata ai nostri occhi.
Prisoners è un ottimo film, una pellicola che grazie ad un cast stellare, sempre affiatato e mai sottotono (ci sentiamo in dovere anche di fare un plauso a Dano e Davis per le loro performances) riesce a tenere sempre alta l’attenzione dello spettatore; complice di tutto ciò è anche un’ottima regia, un’intrigante sceneggiatura che saprà regalarvi colpi di scena fino all’ultimo secondo ed una fotografia più che eccellente. Se questa nostra recensione non dovesse bastarvi, se le due ore e mezza di cui è composto il film dovessero spaventarvi e voleste declinare l’offerta sappiate che in tal caso vi perdereste una storia davvero meritevole di numerose lodi. Di fatto perdere al giorno d’oggi una pellicola come questa potrebbe essere uno dei torti maggiori che potreste farvi ed ora non possiamo, infine, che augurarvi una buona visione!
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jacopo b98
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martedì 12 novembre 2013
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i mostri dell'america che non si conosce!
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In Pennsylvania, il giorno del ringraziamento, le piccole Joy Birch e Anna Dover scompaiono. Rapimento? Fuga? Il primo sospetto cade su Alex Jones (Dano), che stava davanti a casa de Birch con il suo camper, ma quando la polizia lo rilascia per mancanza di prove il padre di Anna, Keller (Jackman), rapisce Jones e lo tortura per farlo parlare. Ma Alex non parla. È veramente innocente? Intanto nella cantina di un prete (Cariou) viene trovato un cadavere congelato. E un pazzo viene arrestato perché in casa sua sono stati trovati dei vestiti delle bambine sporchi di sangue. Alla fine si scopre il vero colpevole, ma la violenza ha già avuto il suo corso. Scritto da Aaron Guzikowski, è l’esordio americano del canadese Villeneuve, che aveva già dimostrato ampiamente le sue doti con precedenti buonissimi film (La donna che canta, 2010).
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In Pennsylvania, il giorno del ringraziamento, le piccole Joy Birch e Anna Dover scompaiono. Rapimento? Fuga? Il primo sospetto cade su Alex Jones (Dano), che stava davanti a casa de Birch con il suo camper, ma quando la polizia lo rilascia per mancanza di prove il padre di Anna, Keller (Jackman), rapisce Jones e lo tortura per farlo parlare. Ma Alex non parla. È veramente innocente? Intanto nella cantina di un prete (Cariou) viene trovato un cadavere congelato. E un pazzo viene arrestato perché in casa sua sono stati trovati dei vestiti delle bambine sporchi di sangue. Alla fine si scopre il vero colpevole, ma la violenza ha già avuto il suo corso. Scritto da Aaron Guzikowski, è l’esordio americano del canadese Villeneuve, che aveva già dimostrato ampiamente le sue doti con precedenti buonissimi film (La donna che canta, 2010). È un crudo, violento e drammatico thriller-dramma hollywoodiano sul disfacimento della società, ricorda molto da vicino le riflessioni di Friedkin sull’uomo che diventa animale e sulla violenza che scoppia incontrollata. Film di estrema cattiveria, violentissimo (le scene di tortura sono ai limiti dell’inguardabile, il volto gonfio di Alex fa venire i conati) e pessimista, cosa insolita per i solitamente positivi thriller americani. Ricorda molto da vicino lo splendido Un gelido inverno della Granik,ma anche, perché no, il Mystic River di Eastwood. Film oltre che di silenzi, molto d’atmosfera, cui giova molto la splendida fotografia di Roger Deakins. Per quanto riguarda i personaggi, sono tutti ben caratterizzati e approfonditi, dal colpevole (che in fondo è anche innocente) alla folle madre-capo famiglia dell’organizzazione, di fatto composta da persone rapite a loro volta, interpretata da Melissa Leo. E qui val la pena di soffermarsi per elogiare le prove di tutti gli interpreti, in particolare Jackman, alle prese con i profondo buio di Keller, ma anche Gyllenhaal non è da meno e tutti i vari caratteristi sono eccezionali (Paul Dano, ormai vera punta di diamante degli attori giovani del cinema americano, su tutti). Incontestabile il divieto ai minori di quattordici anni.
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(di hollyver07)
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the thin red line
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martedì 11 febbraio 2014
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l'amore paterno sopra ogni cosa
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Anna ed Eliza, 2 bambine di sette anni escono per giocare e svaniscono nel nulla. Il padre di Anna (Keller / Hugh Jackman) comincia un'esasperata caccia all'uomo senza regole morali mentre la moglie si imbottisce di farmaci per calmare il dolore, i genitori di Eliza reagiscono in modi differenti, il marito cerca di controllare la rabbia mentre la moglie spalleggia Keller durante la tortura dell'unico sospettato. Il caso è affidato al detective Loki (Jake Gyllenhaal) che lo esamina con freddezza e lucidità per la prima parte per poi essere coinvolto più emotivamente nella seconda parte del film.
4 stelle meritate per uno dei più bei film dell'anno nonchè il thriller più riuscito con annesso finale a sorpresa inaspettato.
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Anna ed Eliza, 2 bambine di sette anni escono per giocare e svaniscono nel nulla. Il padre di Anna (Keller / Hugh Jackman) comincia un'esasperata caccia all'uomo senza regole morali mentre la moglie si imbottisce di farmaci per calmare il dolore, i genitori di Eliza reagiscono in modi differenti, il marito cerca di controllare la rabbia mentre la moglie spalleggia Keller durante la tortura dell'unico sospettato. Il caso è affidato al detective Loki (Jake Gyllenhaal) che lo esamina con freddezza e lucidità per la prima parte per poi essere coinvolto più emotivamente nella seconda parte del film.
4 stelle meritate per uno dei più bei film dell'anno nonchè il thriller più riuscito con annesso finale a sorpresa inaspettato. La durata forse un po' eccessiva (2 ore e 30) non penalizza questa pellicola adattissima ai sostenitori del genere. La sceneggiatura non è originalissima ma regge alla perfezione e la regia è senza sbavature e spesso di grande effetto. Tanti pregi e pochi difetti per "Prisoners" che si prende l'onere di ritagliare un grande spazio alla disamina delle reazioni umane conseguenti a un rapimento o possibile omicidio. Cast all'altezza della situazione: su tutti Hugh Jackman che abbandona per un momento "Wolverine" e porta sullo schermo una recitazione disperata e rabbiosa più che convincente; bravo anche Gyllenhaal anche se penalizzato da un personaggio poco approfondito interiormente e lasciato solo a se stesso. Nel complesso a farla da padrona una volta tanto è tornata la trama frutto di un ottimo lavoro di sceneggiatura/regia ad opera di un bravo Denis Villeneuve. Candidato all'oscar per la miglior fotografia "Prisoners" non inventa un genere ma semmai lo rinnova più che dignitosamente. Consigliato
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[+] per - the thin red line
(di lindo)
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trammina93
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mercoledì 9 luglio 2014
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bello a dir poco!
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Sono veramente rimasta colpita da questo film. E' uno di quei thriller ben fatti dall'inizio alla fine che ti restano impressi. Il film mi ricorda un pò Zodiac perchè è un thriller poliziesco basato sul catturare il colpevole di un crimine (non si sa se il rapimento o l'uccisione di due bambine) ed ha la stessa durata (tra l'altro c'è in entrambi Jake Gyllenhaaal a dare la caccia al colpevole) però qui le due ore e mezza scorrono molto veloci e non lentamente come in Zodiac. Molto intreressante la tematica di fondo: è giusto o no farsi giustizia da soli? In quesro film il nostro Hugh Jackman sembra non farsi troppi scrupoli nelle torture sul presunto colpevole pur di sapere dov'è nascosta la figlia, un pò più problemi si farà l'amico, padre dell'altra bambina scomparsa.
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Sono veramente rimasta colpita da questo film. E' uno di quei thriller ben fatti dall'inizio alla fine che ti restano impressi. Il film mi ricorda un pò Zodiac perchè è un thriller poliziesco basato sul catturare il colpevole di un crimine (non si sa se il rapimento o l'uccisione di due bambine) ed ha la stessa durata (tra l'altro c'è in entrambi Jake Gyllenhaaal a dare la caccia al colpevole) però qui le due ore e mezza scorrono molto veloci e non lentamente come in Zodiac. Molto intreressante la tematica di fondo: è giusto o no farsi giustizia da soli? In quesro film il nostro Hugh Jackman sembra non farsi troppi scrupoli nelle torture sul presunto colpevole pur di sapere dov'è nascosta la figlia, un pò più problemi si farà l'amico, padre dell'altra bambina scomparsa. Il tema della giustizia da sè ricorda anche Giustizia privata però sono due film a se stanti. Il finale è senza dubbio non scontato e ho gradito il finale un pò aperto che ti lascia immaginare come vuoi la sorte di uno dei personaggi del film, che però non menzionerò per non fare spoiler. Probabilmente il film in sè meriterebbe persino cinque stelle per la trama che ha, anche perchè sono stati bravi a farti credere prima che l'assassino/rapitore sia uno, poi un altro, ti manda spesso in confusione e non ci capisci nulla. Tutto sommato c'è qui e lì qualche luogo comune o americanata che mi spinge a metterne quattro di stelle, ad esempio il clichè della polizia che fa sempre la cosa sbagliata, liberando i presunti colpevoli; poi sul finire quella corsa con la macchina del poliziotto tutto ferito e sanguinolento che non riusciva a vedere bene, per giunta in una bufera di neve (come diamine è possibile non fare un incidente?). Purtroppo agli Americani piacciono proprio certe scene e non possono proprio farne a meno. Al di là di qualche piccolo limite, il film merita assolutamente di essere visto quindi lo consiglio vivamente.
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diomede917
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mercoledì 13 novembre 2013
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un falegname piccolo piccolo
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Prisoners è un film fortemente simbolico dove l’elemento religioso gioca un ruolo determinante.
Si apre con una preghiera che benedica la prima battuta di caccia del figlio del protagonista…..e prosegue con i festeggiamenti del giorno del Ringraziamento…… proprio in questo contesto si sviluppa il dramma del film dove due bambine di 7 anni appartenenti alla middle class scompaiono nel nulla forse rapite da un maniaco.
Pur mantenendo la struttura di un film noir, il film si pone l’interrogativo cosa si è disposti a fare in una situazione estrema e soprattutto cosa è disposto a fare un timorato di Dio di fronte a questo evento?
Dennis Villeneuve racconta questo dramma seguendo un percorso strutturato parallelamente seguendo le vicende dei due protagonisti maschili Hugh Jackman un povero falegname che chiedendo perdono a Dio sequestra e tortura il sospettato principale al rapimento e Jake Gyllenhaal il poliziotto specializzato in questo tipo di casi che è psicologicamente segnato dal suo lavoro, come provano i ripetuti tic nervosi degli occhi nei momenti di forte tensione, e che viene coinvolto anche troppo al livello personale su questo caso.
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Prisoners è un film fortemente simbolico dove l’elemento religioso gioca un ruolo determinante.
Si apre con una preghiera che benedica la prima battuta di caccia del figlio del protagonista…..e prosegue con i festeggiamenti del giorno del Ringraziamento…… proprio in questo contesto si sviluppa il dramma del film dove due bambine di 7 anni appartenenti alla middle class scompaiono nel nulla forse rapite da un maniaco.
Pur mantenendo la struttura di un film noir, il film si pone l’interrogativo cosa si è disposti a fare in una situazione estrema e soprattutto cosa è disposto a fare un timorato di Dio di fronte a questo evento?
Dennis Villeneuve racconta questo dramma seguendo un percorso strutturato parallelamente seguendo le vicende dei due protagonisti maschili Hugh Jackman un povero falegname che chiedendo perdono a Dio sequestra e tortura il sospettato principale al rapimento e Jake Gyllenhaal il poliziotto specializzato in questo tipo di casi che è psicologicamente segnato dal suo lavoro, come provano i ripetuti tic nervosi degli occhi nei momenti di forte tensione, e che viene coinvolto anche troppo al livello personale su questo caso.
Come detto all’inizio la vera protagonista, vittima e colpevole del film è la cultura religioso-puritana di una certa America…… un padre che agisce nella logica di occhio per occhio e della sofferenza terrena come espiazione dei propri peccati…… un movente religioso è anche la causa di queste orrende sparizioni e le croci sono sparse in tutto il film da una ciondolo sulla macchina a tatuaggi sulle mani.
Se in molti hanno paragonato sia per ambientazione che per tematica Prisoners a Mystic River (sopratutto per gli effetti dell’esperienza pedofila ), io onestamente ci ho visto molto di Zodiac nella messa in scena…..un labirinto dove tutti i protagonisti nessuno escluso rimane imprigionato e che pagherà a caro prezzo la via di fuga.
I rumors danno per certa la candidatura agli oscar di Hugh Jackman ma io sottolinerei la magistrale interpretazione di Jake Gyllenhaal che ha reso alla perfezione la fragilità del suo personaggio con i suoi occhi battuti freneticamente quando è sottopressione fino all’esplosione emotiva finale pur di portare a termine il suo lavoro.
Un bravo al regista che ha rappresentato nel giusto ambiente il tormento interiore di ciascun individuo regalando a tutti gli interpreti del film un personaggio che non dimenticheremo in ogni sua sfaccettatura
Voto 8
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(di hollyver07)
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gianleo67
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mercoledì 20 novembre 2013
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le cupe ossessioni del cinema nordamericano
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Due bambine, le più piccole di due famiglie di amici riunite per il pranzo del Ringraziamento, scompaiono misteriosamente nel nulla dopo essersi allontanate da casa. I sospetti su di un possibile rapimento ricadono su di un giovane minorato il cui camper era parcheggiato nelle vicinanze e che viene rilasciato quasi subito per mancanza di fondate prove di colpevolezza. Mentre il detective incaricato delle ricerche segue una difficile pista investigativa tra pedofili locali ed analoghi casi irrisolti, il padre di una delle bambine scomparse rapisce, segrega e tortura l'unico indiziato nel tentativo di estorcergli una confessione che lo stesso sembrava avergli sussurrato all'uscita dalla prigione.
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Due bambine, le più piccole di due famiglie di amici riunite per il pranzo del Ringraziamento, scompaiono misteriosamente nel nulla dopo essersi allontanate da casa. I sospetti su di un possibile rapimento ricadono su di un giovane minorato il cui camper era parcheggiato nelle vicinanze e che viene rilasciato quasi subito per mancanza di fondate prove di colpevolezza. Mentre il detective incaricato delle ricerche segue una difficile pista investigativa tra pedofili locali ed analoghi casi irrisolti, il padre di una delle bambine scomparse rapisce, segrega e tortura l'unico indiziato nel tentativo di estorcergli una confessione che lo stesso sembrava avergli sussurrato all'uscita dalla prigione. La corsa contro il tempo alla ricerca di una verità complessa e difficile faranno incrociare queste due strade nel drammatico e sconcertante colpo di scena finale.
Già apprezzato autore di pluripremiati lungometraggi (ma praticamente sconosciuto in Italia) il canadese Denis Villeneuve filma, nel plumbeo livore di una squallida e uggiosa provincia americana, un thriller teso e dolente che se da un alto ragiona con le insanabili contraddizioni di una società intrisa di un puritanesimo viscerale e ossessivo, dall'altro prova a scardinare le salde certezze dei codici di rispetto e legalità su cui si basa la civile convivenza confondendo vittime e carnefici, rapiti e rapitori, prigionieri e secondini in una drammatica escalation di crimini offensivi e difensivi sul labile confine tra etica e giustizia, tra verità e apparenza, tra salvezza e perdizione (espiazione) fino al tragico scioglimento finale che chiude il cerchio reclamando il pegno di una terribile condanna, nell'atroce contrappasso di un inevitabile delitto dell'uomo contro l'uomo.
Segnado necessariamente il passo sul ritmo narrativo di un lungometraggio di durata eccessiva (francamente 153 minuti sono troppi) l'autore cerca di far collimare tutti i tasselli di un complicato puzzle delle verità apparenti e delle labili certezze spostando l'attenzione dagli insinuanti dettagli di una estenuante ricerca della verità (tra frasi smozzicate e medaglioni intarsiati, tra simboli mistici e labirintici gineprai) al dinamismo delle azioni convergenti in cui i due protagonisti principali sembrano proseguire e affrontarsi su opposti versanti per la ricerca della medesima verità fino all'inevitabile rendez-vous finale sul luogo di un delitto comunque destinato a rimanere insoluto perchè un'altro possa essere fortunatamente (provvidenzialmente) risolto. Cinema di geometrica precisione finisce per assecondare con esplicita evidenza la programmatica tesi di una insanabile e radicale colpa annidata in seno alla moderna società americana (di villette ordinate e orrori domestici), proponendo una interessante ma forse artificisosa dialettica nel rapporto tra dovere familiare (legittimo o malinteso) e rispetto verso l'altro, tra l'etica della giustizia e l'immoralità delle buone intenzioni. Ottimi i due protagonisti con un insolito ed antieroico Hugh Jackman e la caratterizzazione dolente e ostinata del giovane detective interpretato dal più bravo dei fratelli Gyllenhaal. Le cupe ossessioni del cinema nordamericano.
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lucap96
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sabato 11 aprile 2015
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inquietante e bellissimo
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Il giorno del ringraziamento, due bambine vengono rapite. Il plot sembrerebbe poco originale, ma come al solito è l'abilità recitativa a fare la differenza.
L'eclettico Jake Gyllenhall interpreta (ottimamente) un detective più scrupoloso che sveglio, con un tic all'occhio, diverso dai soliti (e irrealistici) detective tutto muscoli e intuito. L'investigatore di "Prisoners" si dà anima e corpo al suo lavoro, e va alla ricerca della soluzione di questo intricatissimo caso con ogni mezzo a sua disposizione, anche in maniera grossolana, goffa, "bussando a tutte le porte", ma senza lasciare nulla di intentato.
Grande prova anche di Hugh Jackman, senz'altro il migliore, nel ruolo del padre che è disposto a tutto pur di ritrovare la figlia scomparsa, con un'intensità elevatissima.
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Il giorno del ringraziamento, due bambine vengono rapite. Il plot sembrerebbe poco originale, ma come al solito è l'abilità recitativa a fare la differenza.
L'eclettico Jake Gyllenhall interpreta (ottimamente) un detective più scrupoloso che sveglio, con un tic all'occhio, diverso dai soliti (e irrealistici) detective tutto muscoli e intuito. L'investigatore di "Prisoners" si dà anima e corpo al suo lavoro, e va alla ricerca della soluzione di questo intricatissimo caso con ogni mezzo a sua disposizione, anche in maniera grossolana, goffa, "bussando a tutte le porte", ma senza lasciare nulla di intentato.
Grande prova anche di Hugh Jackman, senz'altro il migliore, nel ruolo del padre che è disposto a tutto pur di ritrovare la figlia scomparsa, con un'intensità elevatissima.
Insomma un film che tiene col fiato sospeso, a tratti in angoscia, per tutta la sua (lunga) durata, non ci si annoia affatto.
Consigliatissimo.
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