La regola del silenzio - The Company You Keep

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Un film di Robert Redford. Con Robert Redford, Shia LaBeouf, Julie Christie, Sam Elliott, Brendan Gleeson.
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Titolo originale The Company You Keep. Thriller, durata 117 min. - USA 2012. - 01 Distribution uscita giovedý 20 dicembre 2012. MYMONETRO La regola del silenzio - The Company You Keep * * * - - valutazione media: 3,10 su 71 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Wheather Underground today! Valutazione 3 stelle su cinque

di ANDREA GIOSTRA


Feedback: 14684 | altri commenti e recensioni di ANDREA GIOSTRA
domenica 30 dicembre 2012

 The Company You Keep (2012)
Il film – impropriamente tradotto dalla distribuzione italiana in “La regola del silenzio” - è liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Neil Gordon, pubblicato negli USA nel 2003, che vede la luce in Italia nel 2012. Il film è sceneggiato da Lem Dobbs che immagina uno degli attivisti sessantottini – interpretato dallo stesso Robert Redford, protagonista e regista - rifarsi una vita ed essere, dopo trent’anni di vita “dormiente” con un’altra identità, casualmente scoperto. Il riemergere dei tragici fatti di allora, fanno precipitare il vecchio militante di ispirazione comunista-rivoluzionaria Weather Underground, in una riflessione conturbante e fino ad allora negata.
Redford si sforza, allora, di rappresentare i dubbi, le riflessioni, i sensi di colpa, i rimorsi, il dolore, gli ideali puri e sognati, la fedeltà non ancora sopita ad un’idea di mondo giusto, la ribellione adolescenziale contro la prepotenza del potere politico “adulto” e consolidato, la riluttanza e lo sdegno contro l’arroganza e la forza delle armi, l’irruenza dell’irriverente economia wallstreetiana, la frustrazione dei giovani sessantottini di non essere stati in grado di incidere sul granitico potere politico di allora impermeabile alla lenta tempesta culturale delle giovani generazioni. Un potere politico che si pone un unico obiettivo: il consolidamento e la conquista del potere assoluto.
E’ questa la prospettiva che utilizza Redford per rileggere oggi, nel 2012, il senso di allora della storia americana. Una storia che è anche la storia culturale e valoriale dell’occidente. Il cast è a dir poco fantastico. Ma non basta per far arrivare il messaggio che vuole lanciare il regista. Alla fine, in Redford, rimane solo l’intenzione. Per comprendere il messaggio, relativo alle proteste e alle lotte radicali sessantottine del gruppo terroristico Weather Underground contro la guerra in Vietnam, è necessario leggere il più completo ed esauriente romanzo di Neil Gordon.
Il film, invece, è costruito all’interno di una cornice etica e morale molto interessante. Pone allo spettatore un importante quesito, un dilemma contemporaneo non ancora risolto: per cosa vale spendere la propria vita? Lottare per un mondo migliore con ideali di giustizia e di solidarietà? Oppure, adoperarsi per “garantire” ai figli una sana e serena crescita familiare, all’interno della costituita società “democratica” che dev’essere acriticamente rispettata?
E’ questo il gravissimo e pericolosissimo errore del regista Redford.
Costringere lo spettatore ad una scelta.
E’ indubbio che la prima non esclude l’altra. Entrambe sono strettamente e indissolubilmente connesse. Se amiamo i nostri figli, se amiamo le generazioni future, allora abbiamo una sola scelta da fare nella vita: lottare con tutte le nostre forze perché il loro futuro sia migliore del nostro, e questa lotta dev’essere condotta a costo della vita. Perché è così che hanno fatto i nostri nonni quando hanno perso la loro gioventù o quando hanno perso la loro vita nell’ultima Grande Guerra. Perché è così che hanno fatto i padri delle moderne costituzioni democratiche occidentali. Perché è così che stanno facendo i giovani uomini e le giovani donne dei paesi della sponda sud del mediterraneo, dei paesi orientali in via di sviluppo, dei paesi in forte crescita culturale e solidale.
Qualunque altro messaggio il film volesse dare, è un messaggio “eversivo”, nel senso che non deve né può delegittimare la lotta non-violenta dei giovani verso un futuro migliore. La “lotta” verso il cambiamento non deve essere semplicisticamente tradotta in “terrorismo” quando “qualcuno del movimento” – Julie Christie nel film - ha commesso gravi errori morali ed etici, prima che penali, che nulla hanno a che vedere con gli ideali e con la speranza di costruire un futuro migliore per i propri figli.
Lasciare, invece, passare il messaggio che al primo posto – proprio perché e giustamente la violenza deve essere rinnegata - vanno gli interessi di coloro che oggi, come allora, detengono il potere (politico ed economico), che hanno paura degli attacchi dei giovani entusiasmi che lanciano con forza messaggi di integrità, di onestà, di giustizia, di morale civica e di etica solidale, è voler significare eversiva la speranza di un futuro migliore.
Il messaggio del film a questo punto è chiaro: alla lotta (non-violenta, ma che rischia la violenza) per il cambiamento e per un futuro migliore, bisogna preferire, inesorabilmente, la “sana” genitorialità e l’arrendevole e confortevole famigliarità.
Ma è assolutamente ovvio che noi non siamo d’accordo con Redford.

PS - “The Company You Keep”, da cui è tratto il titolo del romanzo di Gordon prima, e del film di Redford poi, è una canzone scritta, cantata e suonata da Dolly Parton, tratta dall’Album “Hello, I'm Dolly”, pubblicato negli USA nel Luglio del 1967. Le parole della canzone sono inequivocabili e non hanno bisogno di alcun commento:

“Yes, you're known by the company you keep.
You say you're doin' nothing wrong.
I don't believe you are I'm only trying to help you sis.
Before you go too far.
Cause I think you're an angel.
But folks think that you're cheap.
Cause you're known by the company you keep.”

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