La sposa promessa

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Un film di Rama Burshtein. Con Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chayim Sharir, Razia Israeli.
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Titolo originale Lemale Et Ha'Chalal. Drammatico, durata 90 min. - Israele 2012. - Lucky Red uscita giovedė 15 novembre 2012. MYMONETRO La sposa promessa * * * - - valutazione media: 3,38 su 35 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

Questione di sentire Valutazione 3 stelle su cinque

di ninoraffa


Feedback: 3326 | altri commenti e recensioni di ninoraffa
lunedė 4 settembre 2017

 I buoni film, forse, più che indicarci qualcosa di nuovo, servono a riflettere su quello che già sappiamo. Così la Sposa Promessa ci dice qualcosa sugli Ebrei Ortodossi, i loro costumi e gli scrupolosi riti che ne scandiscono il quotidiano, ma è soprattutto occasione di tornare su di noi, da loro così distanti.
Tel Aviv. La diciottenne Shira, figlia minore di un rabbino chassidico, è in età di matrimonio; la famiglia sta quindi provvedendo a trovarle marito e anche un supermercato casher può essere un buon posto per un primo contatto, naturalmente accompagnata dalla madre, a debita distanza e senza una parola. Nel tranquillo svolgersi della combinazione tra rabbini, la morte di parto della sorella Esther, sovvertirà ogni piano: la madre di Shira, temendo di perdere il nipotino nato da poco, propone alla figlia di sposare lo stesso Yochai, al quale intanto sono state offerte nuove nozze all’estero.

Brillante e raffinato esordio della regista israeliana Rama Burshtein, La sposa promessa guarda con normalità e sorvegliata simpatia al mondo chassidico che per tutto il film assume le dimensioni dell’universo intero. Un mondo unico e tutto d’un pezzo, fermo a precetti millenari di cui non capiamo il senso, ma che in qualche modo ci tocca attraverso la serena convinzione dei suoi abitanti; ché in fondo separazione tra i sessi, matrimoni combinati e seconde nozze tra cognati in caso di vedovanza, non sono bizzarrie esclusive di chi gira in talled, la barba lunga, trecce e filatteri in testa, ma furono usi correnti tra i nostri nonni.
 
Shira viene formalmente lasciata libera di scegliere. Una sua zia invalida, in gioventù ha rifiutato un buon partito semplicemente perché non le piaceva. Shira è benestante, istruita, informata, ben consapevole di ciò che perde sposando Yochai. In uno dei loro incontri rivendica lucidamente che con queste nozze lei sta rinunciando a ciò che di meraviglioso e nuovo accade tra due giovani che s’incontrano e amano per la prima volta. A lei, invece, si chiede soprattutto di essere una buona madre per il piccolo Mordechai.

Eppure Shira accetterà. Influenzata dalla madre-matriarca, certamente. Possiamo pure aggiungere il condizionamento di una rigida educazione religiosa basata sull’etica del sacrificio, specie femminile; e la soggezione assoluta alla (per noi, molto presunta) volontà di Dio; per non parlare della svalutazione del sé rispetto alla comunità, inculcata sin da piccola. Tutto ciò fa di Shira una vittima, e l’ultima inquadratura dopo le nozze, lo sguardo sospeso, sola con Yochai in un angolo della camera da letto, sembra confermarlo. Shira è una che chiede a Dio la forza di alzarsi; lo stesso Yochai cerca di leggere nella preghiera i segni che dirigano i suoi passi incerti. Per noi sono debolezze. Noi abituati a cavarcela da soli, ad anteporre noi stessi, ad amare per il nostro bene, a cercare la libertà nel senso assoluto e inevitabilmente egoistico del termine.

Interrogata dal rabbino prima delle nozze sui suoi sentimenti Shira dice: non è questione di sentire. E questi risponde: è solo questione di sentire. E lei ancora: c’è un compito da svolgere e vorrei che tutti fossero soddisfatti. Fare ciò che si deve, eppure secondo un sentimento: amare per dovere; dovere che torna a diventare amore. Sembra questo l’insensato senso del mondo di Rama Burshtein. Eppure libertà, amore e sentimento non necessariamente devono avere l’unico significato che piace a noi. La sposa promessa è quel significato diverso.
    
    

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