La sposa promessa

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Un film di Rama Burshtein. Con Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chayim Sharir, Razia Israeli.
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Titolo originale Lemale Et Ha'Chalal. Drammatico, durata 90 min. - Israele 2012. - Lucky Red uscita giovedì 15 novembre 2012. MYMONETRO La sposa promessa * * * - - valutazione media: 3,38 su 35 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

riti e promesse Valutazione 3 stelle su cinque

di ennas


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lunedì 19 novembre 2012

Il film ci rivela un mondo sconosciuto, una comunità ermetica scandita da una liturgia onnipresente con riti codificati e pervasivi. In essa la giovane Shira , guidata dalla madre, vede per la prima volta, a debita distanza, il giovane promesso, pregustando con eccitazione i brividi di un matrimonio che verrà,  predisposto dalla sua famiglia.

Già in questo primo passaggio del film, vediamo quanto, all’interno di una comunità chiusa,  i comportamenti ma anche i sentimenti siano marcati da un’appartenenza che modella le persone.

La regia ci presenta un film molto suggestivo sul piano formale: è girato egregiamente, con un’ottima fotografia e una cura dei dettagli che lo rendono visivamente bello e raffinato: insieme all’angelica protagonista ( Hadas Yaron Coppa Volpi a Venezia 2012) , altri personaggi curatissimi  si muovono all’interno ( gli esterni  girati sono sporadici) di un’ambientazione  satura di una ritualità costante ma anche da un ritmo di vita tranquillo che trasuda, accanto alla cura dello spirito, un senso di opulenza materiale. Tutte le vicende della comunità, nascite, matrimoni, morti, vedovanze fino all’acquisto di un bene, un forno, ad esempio, vengono sottoposte all’autorità per eccellenza, il rabbino capo. La regia ci mostra persino una sorta di “redistribuzione del reddito” da parte del rabbino: una specie di comunismo fra benestanti.

Questo mondo di rituale vicinanza e di granitiche certezze può anche affascinare molti di noi, abitanti della società globale, dove  “ prossimità” e  “sicurezza” sono in via d’estinzione, travolti dal prevalere di un modello di individuo in cui la libertà di essere oscilla tra il tutto è permesso-niente è possibile.
Nella fascinazione estetica che il film procura , la “scelta”  di Shira di accollarsi l’ingiunzione ricattatoria della madre  di sposare il vedovo della figlia maggiore morta di parto (se Yohai se ne andrà col bambino per sposare una donna lontana io non sopravviverò, dice alla figlia)a qualcuno può persino sembrare plausibile, il sacrificio della ragazza, per il bene di tutti, mantenendo il piccolo Mordechai all’interno della famiglia e allevandolo, potrebbe infine forse essere contenta. La regia però ci mostra, anche se con delicatezza, le incertezze, i dubbi ed anche i meccanismi che porteranno la giovane alla meta prefissata.

In questa comunità dove le gerarchie sono ferree, i maschi sono dominanti le donne sottomesse, un ruolo chiave è quello della madre di Shira ( molto brava l’attrice Irit Sheleg) : si è colpiti dal suo potere occulto e dominante che viene esercitato sull’intera famiglia. In altre società chiuse si è riscontrato questo fenomeno: le donne anziane del gruppo che diventano  veicoli dell’oppressione delle più giovani, nonché le custodi dei valori di autoritarismo del gruppo. Nel film la madre di Shira, dopo aver tessuto la tela del destino della figlia le consegna una libertà di scegliere svuotata di senso.

Da quel punto  in poi la figlia si persuaderà  che questo matrimonio col cognato s’ha da fare,  e la sua “scelta” diventerà  accettazione e identificazione con la figura materna. Questo processo rimodella anche i suoi sentimenti più profondi: l’attenzione verso il cognato si fa via via  più tenera ( la regia aiuta questo passaggio avendo scelto nel ruolo del cognato un giovane uomo molto attraente.) Anche nell’amore, ciò che siamo non prescinde da ciò che ci circonda.

Per me,  è da vedere questo film,  soprattutto come documento girato dall’interno, sulla vita e i modelli di una comunità : modelli da discutere, ammirare o rifiutare  e perciò da conoscere.

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