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Il demiurgo e il destino

Ovvero che cosa dobbiamo farne di Cloud Atlas.
di Roy Menarini

In foto una scena del film Cloud Atals.

domenica 13 gennaio 2013 - Approfondimenti

Dopo la serie infinita di stroncature e il relativo insuccesso di pubblico, Cloud Atlas dei fratelli Wachowski e di Tom Tykwer ha cominciato a contare su alcuni estimatori. La direttrice di Ciak, Piera Detassis, ha compiuto un importante endorsement in favore del film, pubblicando peraltro una utile guida alle linee temporali e ai personaggi del complicato plot, ma anche altri critici hanno levato le loro voci a difesa dell'ambizioso progetto. Le sfumature sono molte, riassumibili tuttavia attraverso una sintesi: sbagliato, squilibrato, eccessivo fin che si vuole, Cloud Atlas va difeso in quanto antidoto alla filosofia del blockbuster contemporaneo e all'infantilismo della Hollywood del nuovo millennio.
Posizione interessante, che vale la pena indagare nei suoi presupposti. Uno è la critica: fino a dove dobbiamo giudicare le debolezze del film e quando invece è necessario aderire all'idea di cinema che ne muove le fila. Riflessione giustificata, che mette radici nella cinefilia degli anni Cinquanta, capace di insegnarci a guardare oltre la superficie. Se lo facciamo, però, siamo sicuri di trovare davvero una potenza visionaria e un inno alla libertà? O non piuttosto una antologia di racconti puerili e stereotipati, di immagini grafiche discutibili e di discorsi pericolosamente mistici sul destino e la natura delle cose?
Sia pure. Passiamo al secondo presupposto: il blockbuster contemporaneo fa schifo, Cloud Atlas è imperfetto ma almeno sperimenta. Si può dissentire. Il blockbuster di per sé ha mille anime, c'è quella più "autoriale" di Christopher Nolan, Peter Jackson o James Cameron che ha sempre goduto di ottima stima - al di là di singole riuscite; c'è quello dei supereroi, che non di rado ha fatto spellare le mani alla critica stessa, come dimostrano le lodi a The Avengers o a The Amazing Spider-Man tanto per rimanere all'ultima stagione cinematografica; ci sono le megaproduzioni d'animazione che mantengono, tra Dreamworks, Pixar e altri protagonisti dell'industria dell'intrattenimento, un altissimo livello culturale anche quando è affiancato al più capillare, massiccio e odioso merchandising di massa. La verità è che quando il film ci piace, la sua natura commerciale ci appare meno colpevole. Se invece vediamo John Carter o Battleship improvvisamente torniamo moralisti. Sarebbe meglio non generalizzare.
Difficile dunque partire da formule oppositive. Anche oggi, anzi soprattutto oggi, il cinema americano ad alto budget è un oggetto assai stratificato. E al di fuori del singolo giudizio, Cloud Atlas mostra che un periodo, quello del cosiddetto postmoderno, è finito davvero. Il demiurgo con tutti i destini possibili in mano, con le sue meganarrazioni inclusive e universali, con il mix tra cultura alta (Solzenicyn, la filosofia morale) e bassa (il romanzo d'appendice, il cinema di genere), sembra ormai un residuo degli anni Novanta. Che a misurare lo scacco siano proprio i registi che più hanno sostenuto questa idea di cinema della molteplicità narrativa (Matrix, Lola corre) sorprende ancor di più.

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