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C'era un meridionale a Milano

L'insuperabile contraddizione dei sequel.
di Roy Menarini

In foto Alessandro Siani in una scena del film Benvenuti al Nord.
Alessandro Siani (47 anni) 17 settembre 1975, Napoli (Italia) - Vergine. Interpreta Mattia nel film di Luca Miniero Benvenuti al Nord.

lunedì 23 gennaio 2012 - Approfondimenti

L'uscita di Benvenuti al Nord, baciata dal prevedibile successo nei primi giorni di programmazione, rappresenta un'occasione fin troppo golosa per ragionare sulle logiche narrative del cinema, specie italiano. Parlando proprio della produzione nazionale, si nota come il 2012 sia cominciato con due sequel, Immaturi – Il viaggio e appunto il capitolo due di Benvenuti al Sud. Mentre nel primo caso, la scelta di sceneggiatori e registi è stata quella di confermare il più possibile i caratteri del primo episodio, Miniero (insieme allo sceneggiatore bolognese Bonifacci) ha invece giocato di accumulo, caricando ed esasperando i tratti psicologici dei personaggi. Facendo questo, dicono giustamente i delusi, ha però disperso anche una dimensione umana e strapaesana che finiva col coinvolgere tanto i bozzettistici coprotagonisti campani quanto lo statale furbastro lombardo interpretato da Claudio Bisio.

Ma che cosa succede davvero nella mente dello spettatore quando guarda un sequel che non funziona? Proviamo a pensarci: è esperienza comune quella di trovarsi di fronte non solamente a copie sbiadite dei personaggi che avevamo imparato ad amare, ma anche a una loro falsificazione, come se qualcuno avesse preso il posto di coloro cui eravamo affezionati. La sensazione è quasi reale, umana; i personaggi, che vivono in fondo come persone concrete di fianco a noi, si ripresentano apparentemente uguali, ma pian piano sembrano aver smarrito i tratti e le caratteristiche che ce li facevano riconoscere, dando vita a "doppi" deludenti e sfasati. La fabula non regge più, la nostalgia verso l'esperienza originaria si fa più acuta, il sequel – più che un proseguimento – diventa una strada centrifuga da eliminare sulle mappe.

Ovviamente non parliamo dei sequel in sé: viviamo in un'epoca di serializzazione ormai capillare, e ogni testo sembra gemmare da un altro, apertamente o meno. Lo stesso Benvenuti al Sud è notoriamente un remake, ma in questo non c'è nulla di male. Il problema, semmai, è la logica di sfruttamento, tipica dell'industria cinematografica italiana, da tempo incapace di creare prototipi e ossessionata dalla spremitura di ogni filone aurifero. Anche ai tempi d'oro fiorivano numeri due e tre non proprio spontanei o necessari (Brancaleone alle crociate, Audace colpo dei soliti ignoti, Don Camillo e l'onorevole Peppone per esempio), eppure sapevano concentrare la vocazione popolare in maniera più schietta e smaliziata. Visto che la neocommedia italiana sembra voler riproporre un'Italia bloccata agli anni Cinquanta/Sessanta, immatura e folkloristica, sarebbe meglio che sapesse rapirne anche gli artigianali segreti, quelli che permettevano di infilare uno dopo l'altro una serie numerosa di film divertenti, esuberanti e sempre dignitosi.

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