The Story of Film

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Un film di Mark Cousins. Con Mark Cousins, Aleksandr Sokurov, Norman Lloyd, Lars von Trier, Paul Schrader, Haskell Wexler.
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Titolo originale The Story of Film: An Odyssey. Documentario, Ratings: Kids+16, durata 900 min. - Gran Bretagna 2011. - Bim Distribuzione uscita martedý 25 settembre 2012. MYMONETRO The Story of Film * * * 1/2 - valutazione media: 3,80 su 11 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

... Con la parola accendi il cuore della gente". Valutazione 4 stelle su cinque

di RONGIU


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giovedý 25 febbraio 2016

Prodotto da Hopscotch Films e scritto e diretto da Mark Cousins, The Story of Film è la storia in 15 episodi del cinema internazionale raccontata attraverso le varie tappe dell’innovazione cinematografica. Frutto di cinque anni di lavoro, The Story of Film abbraccia 6 continenti e 12 decenni. Tratto dal libro omonimo di Cousins, illustra come i cineasti siano influenzati sia dagli eventi storici del loro tempo sia gli uni dagli altri. Il film visita i luoghi chiave della storia del cinema – da Hollywood a Mumbai, dalla Londra di Hitchcock al villaggio indiano in cui fu girato Pather Panchali di Satyajit Ray – e propone interviste con registi e attori leggendari tra cui Stanley Donen, Kyoko Kagawa, Gus van Sant, Lars Von Trier, Claire Denis, Bernardo Bertolucci, Robert Towne, Jane Campion e Claudia Cardinale.

Dice Mark Cousins:

“Il cinema è sempre stato la mia vita. Ha reso migliore la mia vita. Vorrei potermi sdebitare in qualche modo. Quando ero un bambinetto impaurito, nella Belfast in guerra degli anni settanta, il cinema era il mio rifugio. Mi calmava, mi portava in posti lontani, mi mostrava la rabbia e la virtù. Mi faceva cantare e ballare dentro. Mi entusiasmava con la forma. Mi faceva sentire vivo in un momento e in un luogo in cui di queste cose non c’era quasi traccia. Gli sarò sempre grato per questo, e in segno di riconoscenza ho cercato di realizzare il primo documentario che racconta la storia dell’innovazione nel cinema”. Nel 2010 More4 ha anche prodotto un altro documentario di Cousins, The First Movie, accolto con grande favore dalla critica internazionale. The Story of Film è stato presentato in prima assoluta al Toronto Film Festival prima di essere trasmesso su More4.

The Story of Film: An Odyssey
di Mark Cousins


Nel 2001 ho scritto un articolo per l’edizione domenicale del giornale inglese The Independent, in cui sostenevo che qualcuno avrebbe dovuto scrivere una storia del cinema come quella di Gombrich per l’arte: un libro senza troppi tecnicismi, destinato al grande pubblico e soprattutto ai giovani, e incentrato
sull’innovazione. Poi, sono partito dalla Scozia alla guida del mio caravan, e sono arrivato fino in India. Durante il viaggio, c’è stato l’11 settembre, ho trascorso un periodo in Iran e in Kurdistan, e la mia vita si è spostata a oriente.


Quando sono tornato – magro, biondo, cambiato per sempre – ho trovato una lettera ad aspettarmi: mi chiedeva di scrivere il libro che avevo proposto. E così ho fatto. Ci ho messo undici mesi. Mi sono chiuso in camera e mi sono messo a scrivere. Mi sono anche fatto crescere le basette. Il libro The Story of Film è stato pubblicato (cosa che ha sorpreso anche me) e poi è stato tradotto. L’ho visto nelle librerie di Pechino, Città del Messico, Los Angeles e Tokyo, e mi sono fatto degli autoscatti di me accanto all’edizione tradotta. Il libro se ne andava a zonzo per il mondo.

Poi, nel 2005 il mio produttore, John Archer, mi ha proposto di girare un documentario tratto dal libro. Io l’ho preso per matto: un film del genere doveva durare minimo tre ore! Ancora non sapevo niente… Il programma europeo MEDIA Mundus e Scottish Screen ci hanno dato un po’ di soldi per sviluppare il progetto. Con quei soldi, siamo andati al Cairo, dove abbiamo fatto le riprese da soli, riducendo i costi all’osso. Poi, lo UK Film Council ci ha dato un altro po’ di soldi e abbiamo fatto altre riprese, sempre allo stesso modo, in Giappone, India, Cina e Hong Kong.

Dopodiché, il canale televisivo inglese More4 ci ha dato un finanziamento ancora più sostanzioso e all’improvviso quello che era solo un progetto di film ha cominciato a concretizzarsi: eravamo entrati in lavorazione. Stavamo girando una storia del cinema. Il film andava prendendo forma e sapevo già quello che sarebbe diventato: un documentario appassionato, alimentato dalla passione per i viaggi. Non inserivo fotografie o grafici, e neanche molte interviste. Giravo all’alba e al crepuscolo, utilizzando parecchio la voce fuori campo, per creare un po’ un effetto lampada magica. Eravamo attirati dai luoghi in cui erano stati girati i grandi film: Kolkata in India, per il regista Satyajit Ray; gli stabilimenti Toho a Tokyo, dove girava Kurosawa; l’Accademia del Cinema di Pechino, per i grandi film degli anni ottanta; i vecchi studios di Los Angeles; il canale di Parigi che fece da sfondo a tanti bei film realisti e poetici degli anni trenta.

Ben presto ci siamo resi conto che il film sarebbe stato ben più lungo di tre ore. Sei ore sembrava una durata più verosimile, che poi sono diventate otto, dodici e infine quindici. E abbiamo affrettato il passo, mettendoci a correre da una città all’altra, da un paesaggio all’altro. Via via che la portata del progetto aumentava, anche la vita sembrava allungarsi da 25 inquadrature al secondo, prima a 50 e poi a 100. The Story of Film contiene circa mille spezzoni di film. Per sceglierli abbiamo dovuto guardare ognuno dei film da cui sono tratti, filmare un luogo o una persona per spiegare la rilevanza di quella scena, e poi scrivere la sceneggiatura in modo da inserire ogni clip in un contesto. Dopodiché abbiamo montato e rimontato tutto, trovato il formato giusto, realizzato i sottotitoli, registrato la voce fuori campo e missato il sonoro. A occhio e croce, fanno 20 ore di lavoro per ogni clip, cioè 20.000 solo per editarle tutte. Cioè, 375 settimane – o più di sette anni di lavoro. Intanto, cominciavo a notare anche altre cose: per esempio, i miei capelli stavano diventando grigi. Siccome giravo il mondo, anziché starmene seduto a scrivere in camera mia, all’inizio girare il film mi era sembrata un’impresa molto più ardua del libro. Per esempio, abbiamo girato con una minigru per riprendere la scritta di Hollywood al tramonto e la Grande Muraglia in Cina. E invece di scrivere di come Stanley Donen aveva diretto Cantando sotto la pioggia e Bernardo Bertolucci la sua doppietta del 1970, Il conformista e La strategia del ragno, sono andato direttamente a parlare con Donen e Bertolucci. Tutto questo è ben più faticoso che scrivere.

Eppure, in un certo senso, girare The Story of Film in 6 anni e attraversando 4 continenti mi è sembrato un lavoro più leggero. O forse dovrei dire un lavoro più intimo e personale. Parlare con Baz Luhrmann della scena dell’acquario in Romeo + Giulietta di William Shakespeare, e poi montare la sua voce sulla sequenza dell’acquario è qualcosa di molto più intimo e vicino al film, che non limitarsi a scrivere di quella scena. Ho avuto quasi l’impressione di “toccare” quei film. E che altro è emerso mentre giravamo e montavamo il film? Ho cominciato ad accorgermi che il cinema è un mezzo che esalta l’esuberanza e la tristezza (o forse ero io, più semplicemente, che mi sentivo esuberante e triste?). E mi sono accorto che ovunque andassi nel mondo – Los Angeles, Parigi, Mosca, Dakar, Edinburgo, Senegal, Teheran, Londra, Tokyo – ci trovavo il cinema, ad accogliermi con la sua magia. The Story of Film è stato un’odissea, per me. Avevo una trentina d’anni quando ho cominciato a lavorarci, e oggi ne ho 46. Mi ha portato in Burkina Faso e sulla tomba di Yasujiro Ozu, o per le strade di Kolkata all’alba.

Non dimenticherò mai la lingua tagliente di Stanley Donen e la bellezza di Sharmila Tagore; Jane Campion che racconta la scena dell’attacco di panico in Un angelo alla mia tavola; e il grande regista Youssef Chahine che, al Cairo, preannuncia la caduta di Mubarak con cinque anni di anticipo. Ma c’è una cosa che più di altre riassume il senso di questa odissea: siamo stati nell’appartamento di Ėjzenštejn a Mosca e abbiamo parlato con l’autorevole custode della sua memoria, Naum Kleiman. Davanti a un vassoio di tè e biscotti, ho chiesto a Kleiman di spiegarmi qualcosa che non avevo mai capito bene, il concetto di “natura non indifferente” di Ėjzenštejn. Kleiman mi ha parlato di una poesia di Puškin, che racconta la sepoltura di un bambino a cui la natura resta indifferente. Ėjzenštejn riprese questa poesia e, osando andare contro una figura leggendaria come Puškin, sostenne che la natura “non è indifferente” quando un cineasta la riprende: la macchina da presa coglie quello che il regista prova per ciò che ha di fronte. L’inquadratura è un tramite, riflette quello che il regista è, la sua curiosità, le sue emozioni. Noi speriamo che The Story of Film rappresenti tutto questo; che possiate vederci stampate le nostre impronte; che sia all’altezza del soggetto che tratta. Insomma, che sia “non indifferente”.

(1825)

Il profeta

In un cupo deserto io vagavo
Dalla sete dello spirito oppresso,
Ed ecco un serafino con sei ali
Mi apparve ad un tratto da presso.
Lieve come un sogno si avvicinò
E gli occhi stanchi mi sfiorò.
Si aprirono le profetiche pupille
Come alle aquile impaurite.
Poi toccò le mie orecchie,
E di suoni esse furono empite:
E vidi in alto degli angeli il volo
E udii il cielo che fremeva,
E scorsi il moto delle serpi marine
E il vinco delle valli che cresceva.
Poi si accostò alla mia bocca,
Strappò la mia lingua veemente,
Ma frivola, vuota e maligna,
E l’aculeo del saggio serpente
Nella mia bocca agghiacciata
Ficcò con la destra sanguigna.
Poi il petto mi aprì con la spada,
Ne tolse il mio cuore tremante,
E nel petto aperto egli depose
Un carbone ardente e fiammante.
Come salma nel deserto giacevo,
Ma la voce divina intendevo:
«Alzati, guarda e ascolta, o profeta,
Fa’ ciò che ho scritto nella mente,
Percorri terre e mari senza tregua,
Con la parola accendi il cuore della gente».

 

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