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Dan Lemmon, creatore di sogni

A colloquio con il supervisore degli effetti de L’alba del pianeta delle scimmie.
di Alessandro De Simone

In foto lo scimpanzé Cesare in una scena del film L'alba del pianeta delle scimmie di Rupert Wyatt.

venerdì 23 settembre 2011 - Making Of

Dan Lemmon è un simpatico ragazzo che di mestiere fa il tecnico degli effetti speciali, digitali ovviamente, con un curriculum di tutto rispetto che parte con Il quinto elemento di Luc Besson e che, passando per film come Titanic, La trilogia dell’Anello e Avatar e due compagnie come la Digital Domain e la Weta, è diventato uno dei creatori di sogni più rinomati del panorama cinematografico.
La sua ultima creazione sono stati gli scimpanzè digitali de L’alba del pianeta delle scimmie, reboot della franchise cominciata nel lontano 1968 e che tanta fortuna ha avuto nel corso degli ultimi quarant’anni, nonostante il discutibile remake firmato Tim Burton del celeberrimo capostipite.
In mano al regista Rupert Wyatt e con il talento straordinario di Andy Serkis nei panni della scimmia Cesare, la Twentieth Century Fox è riuscita a rivitalizzare la saga e gran parte del merito va proprio al comparto degli effetti speciali e performing capture della WETA.

Qual era la vostra speranza quando avete cominciato a progettare L’alba del pianeta delle scimmie?
La speranza era che il pubblico uscisse dal film avendo una connessione emotiva con Cesare. Gran parte del film non ha dialogo e quindi abbiamo dovuto lavorare molto sui dettagli e sulla performance di Andy Serkis. Credo che alla fine siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo che ci eravamo prefissati.

La performing capture sta raggiungendo livelli davvero molto elevati…
Abbiamo creato un’evoluzione della tecnologia di performing capture che abbiamo sviluppato nel corso degli anni, soprattutto per il lavoro fatto per Avatar, e l’abbiamo inserita in un contesto nuovo, dando la possibilità agli attori di lavorare sul set tutti insieme. Questo è un processo molto importante, perché ovviamente per un attore interagire con un collega è molto più efficace che recitare guardando una pallina da tennis che verrà poi rimpiazzata da un’immagine digitale.

Quanto è importante nell’uso di questa tecnica l’apporto di un attore come Andy Serkis?
Andy è un attore con molta esperienza con questa tecnologia e non è intimidito dalla performing capture, ma la cosa che porta in più è proprio il suo talento nell’interpretazione, la sua eccezionale capacità di creare il personaggio, dandogli un arco di vita compiuto all’interno della storia, sviluppandolo a seconda dell’evoluzione del racconto in una direzione piuttosto che in un’altra. Inoltre lui ha un viso e un corpo incredbilmente espressivi e in questo senso per noi è veramente un grande piacere lavorare con lui.

Gli attori si fidano di questa tecnologia o sono ancora diffidenti?
Il nostro obiettivo principale con la performing capture è quello di rendere naturale l’interpretazione. In Avatar per esempio abbiamo lavorato con molti attori che non avevano mai avuto esperienze di questo tipo, ma a parte il dover lavorare in location particolari, visto che poi tutto è stato ricostruito in digitale, non hanno cambiato molto del loro metodo di lavoro. Gli attori oltretutto sono abituati ad avere una grossa concentrazione sul set, visto tutto quello che di solito succede loro attorno, quindi lavorare con la performance capture non è un problema per loro, si tratta solo di avere addosso un costume diverso dal solito.

A quale scena del film sei più affezionato?
Non è facile, è come chiedere a quale figlio vuoi più bene. Se proprio dovessi scegliere, comunque, credo che il momento più emozionante sia quando Cesare decide di restare con le scimmie nella prigione e guidarle alla rivolta, invece di tornare a casa con Will, James Franco. Credo che quella scena sia davvero molto efficace perché tutti i fattori si uniscono, dalle scelte di Rupert Wyatt, il regista, alla performance di Andy Serkis e a come questa viene poi resa sullo schermo attraverso il nostro lavoro. Ci sono altre sequenze di cui vado molto fiero, ma questa in particolare è un punto di svolta del film.

Rupert Wyatt, il regista del film, vi ha chiesto delle cose specifiche prima di cominciare a lavorare?
Rupert ha parlato molto con noi prima di cominciare le riprese del film, ma la cosa che gli premeva di più e che alla fine interessava anche a noi era che la tecnologia non fosse così invasiva da inficiare la qualità artistica delle interpretazioni. Quindi, per esempio, in alcune scene Andy non indossa l’elmetto con la telecamera necessario per la performing capture per poter essere più vicino a James Franco o per poter permettere delle scene emotivamente più toccanti. Poi, come dicevo, abbiamo lavorato moltissimo sui particolari per rendere il tutto il più possibile realistico, perché Rupert era convinto che fosse necessario per poter dare allo spettatore il massimo del coinvolgimento.

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