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Justine e il pianeta della malinconia

Con il suo Melancholia, Lars von Trier si conferma cineasta totale.
di Roy Menarini

In foto Kirsten Dunst in una scena del film Melancholia di Lars Von Trier.
Kirsten Dunst (Kirsten Caroline Dunst) (39 anni) 30 aprile 1982, Point Pleasant (New Jersey - USA) - Toro. Interpreta Justine nel film di Lars von Trier Melancholia.

lunedì 24 ottobre 2011 - Approfondimenti

Francamente stupisce l'accanimento di una consistente parte della critica nei confronti di uno dei pochi cineasti totali rimasti al mondo. In questa entusiasmante fase del cinema contemporaneo, dove sembrano saltate tutte le coordinate simboliche e culturali, infatti, registi come von Trier, Malick o Cronenberg andrebbero salutati con ovazioni e applausi per come stanno cercando terreni clamorosamente inediti, chi in maniera plateale (i primi due), chi nascondendosi sornione sotto la superficie del cinema in costume (l'autore di A Dangerous Method). Come Tree of Life, film con il quale ha ingaggiato una fraterna lotta autoriale fin dal festival di Cannes, Melancholia non teme alcun confronto con il cinema di piccolo cabotaggio che in larga maggioranza occupa noiosamente le sale di tutto il mondo, e pone una sfida ai limiti stessi dell'immaginario di oggi.

Mettendo in scena con commovente frontalità la propria depressione – già evidente in Antichristvon Trier si immedesima totalmente nella sua malata e fragilissima Justine (Kirsten Dunst). Ha compassione anche della sorella Claire (Charlotte Gainsbourg), che ha messo in sordina una altrettanto evidente ferita infantile, nascondendola tra gli orpelli di una vita da nababbo e di un'organizzazione spietata dei riti (la ferrea scaletta del matrimonio, per esempio)… ma non riesce del tutto ad assolverla. Justine c'est moi, potrebbe dire von Trier, come del resto lo potrebbe affermare di molte altre sue eroine, espressione assoluta di femminilità che viene da qualcuno scambiata per crudeltà verso i propri protagonisti.

A parte il fatto che non sta scritto da nessuna parte che i film devono "amare" i propri personaggi (così dovremmo fare a meno di molti maestri della storia del cinema e dello spettacolo, da Bunuel ad Artaud); tuttavia, pare evidente che le prove cui il regista danese sottopone le sue donne sono parte della sofferenza di cui egli stesso si carica, in un incessante oscillazione tra sadismo e masochismo. Nella depressione, e dunque nello sprigionarsi di sentimenti negativi e rovinosi (quali quelli che von Trier mette in scena da almeno due film a questa parte), c'è una dimensione sadica, e non è un caso che l'autore abbia chiamato Justine la sua accecante Kirsten Dunst, il cui corpo da ora in poi diverrà icona di erotismo e bellezza indicibili. Ci si rilegga la Justine di De Sade e si scoprirà anche in quel caso un personaggio femminile vittima del proprio tentativo di purezza, alla mercé di negatività sempre più distruttive, con una sorella salvifica ma in realtà corrotta fino al midollo.

Sembra quasi, in Melancholia, che sia Justine a trascinare il pianeta della malinconia contro la Terra, dopo che esso pareva essersi allontanato. Così il corpo celeste (la malattia del regista, osiamo immaginare), anziché scomparire, diviene come una enorme e splendente palla di fuoco che incenerisce e distrugge tutto e tutti. Anche cinematograficamente. E dunque mentre Malick mette in scena una palingenesi per provare che il cinema stesso può reinventarsi come mondo, von Trier testimonia, con una flagranza che colpisce e lacera nel profondo, che il cinema è in grado di raccontare piuttosto il Nulla e l'annichilimento del mondo, in barba a ogni funzione pedagogica cui alcuni lo vorrebbero ancorare.

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