Il primo uomo

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Un film di Gianni Amelio. Con Jacques Gamblin, Catherine Sola, Maya Sansa, Denis Podalydès, Ulla Baugué, Nicolas Giraud.
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Titolo originale Le premier homme. Drammatico, durata 98 min. - Italia, Francia, Algeria 2011. - 01 Distribution uscita venerdì 20 aprile 2012. MYMONETRO Il primo uomo * * * 1/2 - valutazione media: 3,83 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Amelio racconta Camus

di Paolo D'Agostini La Repubblica

Finalmente possiamo vedere dopo l' anteprima al festival di Bari il film che Gianni Amelio, con una coproduzione italo-franco-algerina realizzata in Algeria, ha tratto da Il primo uomo, il romanzo che Albert Camus lasciò incompiuto (e che è stato poi pubblicato da sua figlia) quando il 4 gennaio 1960 l' autore dei romanzi Lo straniero e La peste trovò la morte in un incidente stradale, a quarantasette anni. Il primo uomo è un racconto autobiografico. Parla del ritorno del già celebre scrittore da tempo residente in Francia alla natia Algeria dove, sulle tracce del padre mai conosciuto (morto sul fronte franco-tedesco nella Prima guerra mondiale), e mentre già infuria il conflitto tra le autorità colonialie il Fronte nazionale di liberazione algerino, incontra o ricorda tutte le persone importanti del suo passato e della sua formazione. A cominciare dalla madre analfabeta e amatissimae dalla nonna autoritaria e rispettata, dall' insegnante che tanto aveva contribuito a emanciparlo dalle povere origini incoraggiandolo allo studio, dall' amico d' infanzia arabo che gli chiede aiuto per evitare la pena capitale al figlio oggi accusato di terrorismo. Solo pochi giorni fa è morto, ultranovantenne, Ahmed Ben Bella, uno dei capi della resistenza algerina e primo presidente dell' Algeria libera. La guerra di liberazione dalla Francia, che occupava l' Algeria dal 1830, inizia nel 1954 e si conclude con l' indipendenza nel 1962 dopo otto anni di atrocità. Camus era figlio di pieds noir e pied noir egli stesso, cioè francese di Algeria. Nella sua vita e nel suo impegno, così come il film mostra (lo vediamo nelle prime scene invitatoa parlare all' università di Algeri e violentemente contestato), rappresentò la difficile e controversa posizione di chi rifiutava i metodi terroristici ma comprendeva le ragioni del popolo arabo-algerino, di chi si opponeva all' oltranzismo nazionalista francese, alla repressione e alla tortura, ma comprendendo il sentimento di chi, anche se non arabo esattamente come lui, si sentiva in tutto e per tutto algerino. Sapeva che la storia non poteva sottrarsi allo spargimento di sangue, ma auspicava un paese dove algerini francesi e algerini arabi potessero convivere in pace. Ci si potrà chiedere che ragione avesse Gianni Amelio per ricorrere a questa fonte. Si potrebbe anche pensare che se proprio voleva raccontare una storia coloniale intrisa di contraddizioni e di umanità poteva forse anche ricorrere, per esempio, alla vicenda coloniale degli italiani in Libia. Ma non è questo il punto. E ci aiuta ricordare che già in passato il regista calabrese era andato in Albania, con Lamerica, a cercare tracce indirette, evocative di qualcos' altro. Amelio siè appassionato al testo di Camus perché vi ha ritrovato se stesso. Nell' Algeria lontana, fuggita ma rimasta nel cuore, in quelle due donne semplici e forti, nonna e madre, nell' assenza di un padre non conosciuto (nel suo caso perché emigrato), nel potere di emancipazione dello studio, Amelio rivede la propria storia e il proprio percorso. E ne risulta qualcosa di raro. Quello che sulle prime potrebbe apparire come un atto di presunzione, piegare la storia e le pagine di un grande della letteratura del Novecento dedicate alla propria vita e ai dolori di una grande vicenda storica, del tutto estranea all' esperienza personale di chi ne ha ricavato il film, è invece un omaggio non solo appassionato ma anche umile. A una personalità e a un' opera da cui il regista si è sentito, con gratitudine, illuminato. È il contrario di un diligente allestimento letterario, malgrado la sua caratteristica d' impegnativa e ricercata ricostruzione d' epoca e in costume, è un lavoro molto personale e molto autoriale. C' è solo da sperare che il pubblico ne colga il senso e il segno, superando quella prima impressione di distacco ed estraneità che potrebbe provocare il profilo "straniero", delle vicende, degli interpreti (tutti tranne Maya Sansa, la mamma da giovane) e della lingua doppiata. A proposito di questo: le voci italiane appartengono, tra gli altri, a Pierfrancesco Favino, a Sergio Rubini, a Ricky Tognazzi, a Kim Rossi Stuart.
Da La Repubblica, 17 aprile 2012


di Paolo D'Agostini, 17 aprile 2012

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