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Contro il logorio della vita moderna

Come ammazzare il capo... e far vincere il sogno dell'uomo medio.
di Edoardo Becattini

Jason Sudeikis (46 anni) 18 settembre 1975, Fairfax (Virginia - USA) - Vergine. Interpreta Kurt nel film di Seth Gordon Come ammazzare il capo e vivere felici.

mercoledì 17 agosto 2011 - Approfondimenti

Centoquindici anni fa, quando il cinema nasceva di fronte alle fabbriche riprendendo migliaia di operai in uscita dal posto di lavoro, i due scaltri impresari francesi Lumière sapevano bene che la loro "invenzione senza futuro" era già un'attrazione destinata anche a quegli stessi lavoratori e manovali in movimento di fronte alla macchina da presa. Superati i suoi Tempi moderni iper-macchinici e fantasticate delle inquietanti Metropolis dove ricchi industriali e manager vivono in superficie e macchinisti e operai sono confinati nei sottosuoli, questa stessa invenzione ha mostrato come uno dei suoi "futuri" possibili fosse proprio quello di diventare un catalizzatore di molte delle ansie e delle frustrazioni del lavoratore medio. Anche oggi, in un momento in cui la versione aurea delle nuove aziende-modello proietta l'immagine di ingegneri raggianti in movimento lungo piste ciclabili personalizzate e di programmatori corroborati da un centro fitness situato proprio sotto al loro ufficio, i film rimangono una grande valvola di sfogo. A questo ideale di azienda idilliaca e desiderabile fatta di impiegati soddisfatti, benefit invadenti e manager informali in camicia hawaiana, c'è infatti un'altra faccia del comune lavoratore che ha il volto teso, le occhiaie in vista e la fronte corrucciata dell'uomo esasperato dal proprio ambiente di lavoro e dalla presenza di un capo dispotico, incapace o tracotante. È lo stesso volto che portano ogni giorno i tre protagonisti di Come ammazzare il capo e vivere felici, ognuno sottomesso a varie forme di vessazione da parte del proprio principale: umiliazioni, molestie, psicosi. E non potrebbe essere altrimenti, se teniamo in considerazione l'opinione diffusa secondo cui per ogni onesto lavoratore c'è almeno un capo di troppo.

Grandi e terribili boss
Uccidere il proprio capo non è quindi solo il sogno proibito di impiegati fantozziani rimasti delusi dal viaggio aziendale e sottomessi a mega-direttori e super-presidenti dal triplo o quadruplo cognome. È piuttosto il desiderio improvvido, antropologico ancor prima che sociale, di annientare colui che incarna tutti i difetti di un ordine gerarchico e le grosse ambiguità della meritocrazia. Non c'è bisogno di scomodare il marxismo e la lotta di classe per addentarsi in questo territorio minato di "horrible bosses": si tratta di un'idea ormai entrata a far parte della cultura popolare, tanto attraverso lucidi manuali di automiglioramento intenti a incrementare l'autostima e far convergere le energie negative verso imprese socialmente accettabili, quanto all'interno di pellicole a metà strada fra il film saggio e la buffoneria della farsa. Di capi terribili ne abbiamo incontrati moltissimi al cinema, uomini e donne, terreni e ultraterreni, spesso esasperati da una caricatura con funzione "catartica": dalla Miranda Priestly di Meryl Streep in Il diavolo veste Prada al John Milton di Al Pacino in L'avvocato del diavolo, fino ad arrivare allo stesso Kevin Spacey, che prima di diventare l'orribile executive di Jason Bateman nel film di Seth Gordon, aveva già preso confidenza col ruolo tanto in Americani che in Il prezzo di Hollywood.
Ma, restando sul fronte popolare della commedia e sui desideri più illeciti, c'è da sottolineare come il pensiero di uccidere il boss solletichi la sensibilità del cinema americano quanto quella dei film europei. Del primo, basta ricordare un film come Dalle 9 alle 5... orario continuato, grande successo popolar-femminista tipicamente made in USA in cui Jane Fonda, Lily Tomlin e Dolly Parton sono tre segretarie che sequestrano il capo maschilista della propria azienda, provocando un conseguente incremento dei profitti. Nel nostro continente, invece, si sono distinti negli ultimi anni per brillantezza e crudeltà il progetto di uccidere il padrone della fabbrica in Louise Michel e quello di porre un capro espiatorio a dirigere l'azienda informatica delocalizzata de Il grande capo di Lars von Trier.

Farsa lenitiva
Essere soddisfatti delle gerarchie della propria azienda è difatti difficile almeno quanto avere unicamente colleghi degni di stima e amicizia, come mostrano bene serie televisive come The Office o film come Impiegati... male, in cui gli intrighi e le patetiche meschinità avvengono all'interno degli stessi scomparti prima ancora che fra i differenti piani dell'azienda. La meritocrazia rimane quindi un criterio fondamentale quanto aleatorio e difficile da valutare con rigore, e non è detto che il più bravo ed esperto praticante di un mestiere debba essere forzatamente anche il capo più docile, il principale più onesto o il superiore più magnanimo e saggio. Se a questo sommiamo il fatto che in questo periodo, la possibilità di lavorare viene vista quasi come una benevola concessione, una manna al cielo cui immolarsi in sacrificio, normale che il capo resti la causa principale degli sbalzi della pressione sanguigna e il bersaglio privilegiato delle quotidiane ostilità.
Ecco perché quello di uccidere il proprio capo è uno dei sogni ricorrenti dell'uomo medio, uno di quelli che la maggior parte degli impiegati e dei lavoratori delle grandi aziende coltivano tuttora in segreto nascosti dietro alla scrivania. Ed ecco perché la farsa resta un buon antidoto per esorcizzare gli spettri della crisi del lavoro e lenire le frustrazioni di quello che già negli "favolosi" anni Sessanta veniva chiamato il "logorio della vita moderna".

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