Shelter - IdentitÓ paranormali

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metempsicosi e psicologia Valutazione 3 stelle su cinque

di dario carta


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lunedý 21 febbraio 2011

Caroline Harding (Julianne Moore) è una psichiatra criminale.
Rimasta sola con la sua bambina dopo la morte del marito,affianca al suo lavoro una forte fede in Dio.
Questo equilibrio morale viene messo a dura prova quando il padre (Jeffrey DeMunn),anch'egli psichiatra,le presenta il difficile caso di David (Jonathan Rhys Meyers),un paziente affetto da disturbi di multipla personalità.
La donna non crede ad una patologia che conduca tecnicamente ad un comportamento schizofrenico,ma dovrà ricredersi quando assisterà alle continue trasformazioni che avvengono in David,entrando in contatto con una terrificante realtà che minaccia tanto lei,quanto la bimba,il padre,la sua stessa fede facendola vacillare nelle sicurezze e portandola al limite della follia e di una verità oltre i limiti dell'umana natura.
Nel 1992 un De Palma poco ispirato dirigeva "Raising Cain",una mediocre pellicola sulla follia omicida di uno psicologo dissociato (John Lithgow) nella doppia personalità di due gemelli assassini.
Alla stimolante tematica di fondo,non fece seguito un film riuscito,confezionato nelle più sfacciate ambizioni ad un cinema di Hitchcock e Welles,ma impoverito da una laconica regia su uno script inerte e serioso.
"Shelter" si schiude ad una lettura più complessa ed intricata,pur convenendo sugli stessi presupposti dello spaccamento dell'io,ma transitando dalla condizione di una pellicola psychothriller ad un film sul paranormale.
Julianne Moore aveva già visitato i luoghi dell'inconscio e in "The Forgotten" i limiti tra follia e realtà facevano contorno ad un dramma psicologico e disperato.
Nel film dei registi svedesi Mans Marlind e Bjorn Stein il crimine si accosta ad un senso della fede che solo in termini minori regge una narrazione che da thriller sceglie in seguito la deriva di un racconto  di mistero trascendente,dove male e scienza si mescolano in una storia dalle molte identità ma di debole personalità.
Fin dalle sequenze in apertura,il film si propone come tipico crime-pic,dove l'horror pervade le lunghe riprese,i movimenti di cinepresa e il senso dell'incubo che inizialmente fanno di "Shelter" un racconto intrigante e intenso.
Una delle svolte avviene quando il tema cambia la sua natura sfumando in un rapporto fra scienza e religione,invadendo i territori oscuri della magia diabolica che scandirà sempre in crescendo il ritmo della narrazione.
Dall'indagine investigativa criminale la prospettiva migra altrove e gli avvenimenti vengono filtrati dalla condizione fideistica di Caroline,fede che,passando attraverso i vari protagonisti,costituirà il filo rosso dei fatti raccontati,introducendo al senso sostanziale della storia.
Quando Caroline si dichiara "dottore della scienza,ma donna di fede",di fatto sposta il punto di osservazione della vicenda con l'inserimento di un nuovo elemento conduttore che,affiancato alla logica dell'attività professionale,crea una polarità in cui il film dispiega il proprio significato.
Quando però l'elemento esoterico ha il sopravvento sul senso del mistero semplicemente umano,l'attenzione perde di peso e sfuma in un tentativo di raggiungere la comprensione delle sottotrame e dei sottotesti dell'intrico narrativo.
Il film perde smalto e carattere e le proprietà gli sono conferite dalla sensibilità artistica della Moore che,da sola,sambra riassumere l'intero patrimonio qualitativo della pellicola.
L'impianto narrativo scandisce clichès ricalcati da innumerevoli titoli di storia hollywoodiana e l'elemento inquietante perde carisma e personalità (si veda la sequenza di Caroline e David nel bosco e la sedia a rotelle che si blocca,annuncio fin troppo evidente di un deja vu filmico rituale).
Marlind e Stein impostano "Shelter" con i tratti iniziali di una crime story a sfondo psicologico volgendo poi ad un epilogo dove elaborano esoterismo,spiritismo e reincarnazione,questa vista come mezzo di perpetuzione del Male tra gli uomini.
Mentre la meccanica narrativa rimanda piuttosto chiaramente allo "Shining" di Kubrick-ma non alla sua conduzione registica- ,il ritorno emotivo di "Shelter" non si proporziona alla sua ambizione e il film si autoelegge a lavoro di natura pretenziosa ma insoluta,con un incipit accattivante ed un epilogo retorico e teatrale.

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